Riduzione numero parlamentari

Il PD … e la strategia dello struzzo. di Sergio Bagnasco

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Il PD è per il SI al taglio dei parlamentari ma anche per una legge elettorale proporzionale e per le riforme costituzionali già avviate in Parlamento.

Il PD sta dicendo: “il taglio da solo produce danni, ma con la nuova legge elettorale e con altre riforme costituzionali rimedieremo a questi danni”.

Forse il PD non ha capito che il 29 marzo si vota SOLO per il taglio dei parlamentari e non per una nuova legge elettorale e per altre proposte di riforma costituzionale che sono ancora ben lontane dal traguardo.

Votando SI al taglio dei parlamentari il danno sarà certo e poi si vedrà.

Si tratta di una posizione irricevibile.

Quanto ipotizzato – ben lungi dall’essere realizzato – non risolve i problemi generati dal taglio dei parlamentari, ma semplicemente li mitiga.

L’eventuale legge elettorale proporzionale non costituisce una garanzia perché la prossima maggioranza parlamentare potrebbe approvarne una di segno contrario.

In ogni caso, il taglio di oltre il 36% dei parlamentari ha effetti distorsivi maggioritari con qualsiasi legge elettorale, tranne il caso in cui si vada al collegio unico nazionale tanto alla Camera quanto al Senato, ipotesi esclusa dalle proposte in campo.

Dal numero delle Circoscrizioni elettorali dipenderà l’effettivo tasso di proporzionalità della nuova legge.
Più aumenta il numero delle circoscrizioni più basso è il tasso di proporzionalità.

Spieghiamoci.

Adesso, abbiamo 27 circoscrizioni alla Camera più la Valle d’Aosta.
La circoscrizione Piemonte1 con il taglio eleggerebbe 15 deputati. La soglia naturale per avere un eletto sarà quindi 6,6%; con 630 deputati il Piemonte1 ha 23 deputati e la soglia naturale è il 4,3%.

Ecco l’effetto distorsivo del taglio dei parlamentari.

Non basta dire “proporzionale” se almeno non si indica il numero magico delle circoscrizioni.

In ogni caso, da 27 anni rischiamo di scivolare verso un sistema maggioritario e non è questo in sé il danno, ma il fatto che nella nostra Costituzione non ci sono garanzie e contrappesi nel caso di un sistema elettorale maggioritario o misto come quello vigente.

Si direbbe che la politica non abbia ancora compreso lo scenario reso possibile dal fatto che una minoranza si trasformi, per effetto di un meccanismo elettorale, in maggioranza parlamentare.

Significa che questa minoranza può
– eleggersi il proprio presidente della Repubblica
– controllare la Corte Costituzionale
– modificare a proprio piacimento la Costituzione.

Le riforme costituzionali messe in cantiere non risolvono i problemi reali perché si occupano solo di uniformare l’elettorato attivo per Camera e Senato, ridurre il numero dei delegati regionali per l’elezione del presidente della Repubblica, modificare il criterio regionale per la ripartizione dei seggi.

Servirebbe anche:
1) modificare il criterio di elezione del PdR, perché è assurdo che dal terzo scrutino basti la maggioranza dell’Assemblea
2) modificare il criterio di revisione della Costituzione, per introdurre almeno l’obbligo del referendum confermativo
3) modificare il criterio di elezione dei giudici della Corte Costituzionale, perché una minoranza non deve controllare 10 giudici su 15
4) introdurre garanzie per le opposizioni e le minoranze
5) costituzionalizzare il criterio elettorale, perché siamo da quasi tre decenni in una fase di instabilità elettorale.

L’ultimo punto è singolare. Tanti parlano a vanvera di allineamento all’Europa, ma ignorano che su 27 Stati membri UE,
– 16 prevedono la costituzionalizzazione del sistema elettorale con procedimento legislativo aggravato (Spagna, Portogallo, Estonia, Slovenia, Repubblica Ceca) o con procedimento ordinario (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Svezia);
– 3 Paesi (Romania, Ungheria, Grecia) prevedono un procedimento legislativo aggravato senza costituzionalizzazione del sistema elettorale.

Solo in 8 Paesi la legge elettorale è regolata dalla legge ordinaria senza ulteriori procedure: Italia, Francia, Germania, Cipro, Bulgaria, Lituania, Slovacchia, Croazia.
Tra questi ultimi, tutti tranne l’Italia hanno contrappesi, più o meno forti, estranei al nostro sistema.

In conclusione, il taglio di oltre il 36% dei parlamentari apre un rischio concreto per il nostro sistema fondato sul principio di rappresentanza perché si coniuga con la perenne instabilità elettorale (siamo alla sesta legge elettorale nazionale in appena 27 anni) e con l’assenza di contrappesi e garanzie, poiché tutto il nostro sistema costituzionale è stato pensato in ottica proporzionale.

Questo referendum costituzionale è il più assurdo nella nostra storia perché il tema del quesito non è la modifica dei rapporti tra Stato e Regioni o del bicameralismo perfetto o altre questioni serie, ma il taglio lineare dei parlamentari spacciato come intervento innocuo.

Dietro questa proposta non c’è un’idea di riforma dello Stato, ma soltanto disprezzo per la democrazia parlamentare, che nel disegno originario dei proponenti si voleva sostituire con un’idea puerile di democrazia diretta coniugata con il vincolo di mandato, con tanto di contratto e di penali per ottenere obbedienza.

Questo taglio, con evidenza, renderà più lento il funzionamento delle Camere. Tolti i numerosi parlamentari che compongono il governo, dalla prossima legislatura sarebbe arduo far funzionare le Commissioni da cui parte il procedimento legislativo.

Non far funzionare il Parlamento significa rafforzare l’esuberanza dell’esecutivo che da anni esautora il Parlamento. A questo punto, a cosa servirà il Parlamento? Basta una assemblea dei Capi partito, ciascuno con un potere di voto che vale in rapporto ai consensi raccolti alle elezioni, così il Parlamento diventa come una assemblea dei soci di una società.

Votare NO il 29 marzo è l’unica scelta possibile per avviare un progetto riformatore serio e meditato.

L’alternativa è fare lo struzzo!

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Sergio Bagnasco

Taglio dei parlamentari? No grazie. di Maurizio Brotini

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Il 29 marzo saremo chiamati come cittadine e cittadine ad esprimerci sul drastico taglio di deputati e senatori al referendum costituzionale confermativo, per il quale non è necessario il raggiungimento di nessun quorum di votanti. Ma la riduzione e lo svilimento delle assemblee elettive è forse quello di cui ha bisogno la nostra Democrazia?

Nell’epoca della contraddizione sempre più lacerante tra Capitalismo e Democrazia, tra finanza globalizzata e mondo del lavoro precarizzato ed atomizzato, di questo c’è bisogno? Della partecipazione democratica – e dello svolgimento di rappresentanti delle istanze popolari nel Parlamento – vista come costo contabile cosa avrebbero detto i Padri Costituenti e chi al sistema del Capo dal mento volitivo e delle aule parlamentari ridotte ad un bivacco si oppose in armi la vita rischiando?

Non è risibile l’argomentazione di ridurre i costi del funzionamento di Camera e Senato riducendo i rappresentanti del Popolo invece che, eventualmente, gli emolumenti? Magari ripristinando il finanziamento pubblico della politica per sottrarla al ricatto dei generosi prestatori privati pronti a richiamare all’ordine al momento della bisogna, quando in gioco ci sono gli interessi economici degli stessi? Quale imbarazzo nella vicenda delle concessioni autostradali e dell’ampliamento dell’aeroporto di Firenze: questo mortifica la Politica con la P maiuscola.

Tagliando da 630 a 400 il numero dei Deputati e da 350 a 200 il numero dei Senatori sulla canea montante del taglio delle poltrone si alimenterà ancor più la dittatura degli Esecutivi sui Parlamenti, la penalizzazione della rappresentanza di interi territori visto che il Senato è eletto su base regionale e l’innalzamento oggettivo di uno sbarramento implicito per accedere alla rappresentanza da parte di forze politiche che prenderanno comunque milioni di voti. Ci vorranno molti più votanti della media europea per eleggere un deputato ed un senatore, ma in questo caso l’Europa non è più un riferimento a quanto pare.

Ma quello che accadrà, che verrà ulteriormente sancito, sarà che solo ricchi e benestanti, libero professionisti ed affini calcheranno le Aule parlamentari, alla faccia del sogno del giovane Peppino Di Vittorio che le voleva ripiene di cafoni del Sud e di operai del Nord. Il dialogo tra il Segretario nazionale della Cgil Maurizio Landini e Massimo D’Alema, pubblicato dalla rivista ItalaniEuropei ed oggetto di una comune riflessione presso la sede della Cgil Nazionale, è stato costellato da considerazioni come la necessità di “sardine operaie” e dalla assoluta mancanza di operai, precari, impiegati ed similia tra chi può fare e fa politica nelle assemblee elettive.

Secondo voi, tagliare il numero dei Parlamentari risolverà il problema o lo peggiorerà? Certo, quella che abbiamo di fronte è una lunga stagione di sovversivismo delle classi dominanti che ha introdotto a partire dagli anni Novanta una continua torsione autoritaria nell’architettura costituzionale. Il primato del Governabilità rispetto alla Rappresentanza (un Governo in realtà debole di fronte alla forza delle multinazionali e della finanza globalizzata proprio perché privato di una robusta legittimazione popolare), l’esclusione di intere culture politiche attraverso l’ibridazione di sistemi maggioritari e spinte bipolari, l’accettazione del primato della Tecnica rispetto alla Politica, l’accettazione passiva del non ci sono alternative di tatcheriana memoria. Chi ne ha fatto le spese è stato il Lavoro, la sua rappresentanza politica.

Chi ne ha fatto le spese sono i lavoratori e le lavoratrici in carne ed ossa, precari, disoccupati, sottoccupati. Ma può darsi piena Democrazia se il sistema stesso seleziona ed esclude “la classe più numerosa e più povera”, usando una espressione Ottocentesca? Non di meno ma di più democrazia abbiamo bisogno: a fronte di una crisi economica e sociale paragonata a quella del ’29, alla folle riduzione del perimetro pubblico e dei sistemi di protezione sociale proprio nella crisi, una crisi la cui gestione da parte delle classi dominante ha prodotto il maggior tasso di diseguaglianze sociali e territoriali che la storia recente dell’Europa abbia mai conosciuto, base materiale per le preoccupanti avanzate di forze fasciste e neonaziste. La pulsione per l’uomo forte e solo al comando che il rapporto Istat ci consegna non va blandita, va contrastata a viso aperto e coraggiosamente. E noi che facciamo sindacato con l’immutata passione e voglia di cambiare il mondo lo sappiamo bene.

Dietro la svalorizzazione della Politica come capacità collettiva di cambiare le cose e costruire il proprio destino ci sta, come c’è sempre stato, il Primato insindacabile dell’Impresa e del Mercato, del Profitto e del Pareggio di Bilancio. L’abolizione dell’articolo 18 (e l’articolo 8 di sacconiana memoria) va di pari passo con la corrosione e lo svilimento delle istanze rappresentative. La lotta alla Casta è una parola d’ordine di destra. E il Parlamento non è una Casta. Ridare valore e prestigio al Parlamento deve andare di pari passo col ridare dignità al lavoratore ed alla lavoratrice a partire dal posto di lavoro, al precario a partire da un lavoro stabile, ad un disoccupato a partire da una occupazione. Noi della Cgil abbiamo tutte la carte in regola per dire NO al taglio dei parlamentari perché diciamo SI ai diritti dei lavoratori.

Maurizio Brotini

tratto dal sito: https://fortebraccionews.wordpress.com/

NO al taglio dei parlamentari. di Alberto Angeli

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E quindi il segretario del PD, Zingaretti, esprime contrarietà al referendum: “Non condivido quel referendum e credo sia stato un errore sottoscriverlo, anche se rispetto chi lo ha fatto, anche nel Pd. Abbiamo votato sì alla riforma non perché convinti, ma perché era nell’accordo di governo, assieme a garanzie di cui tutti ora si devono fare carico. Ma rischia di diventare un referendum sul parlamentarismo, in tempo di populismi”; questo è quanto dichiara all’assemblea Nazionale del PD di sabato 22. E a questa rivisitazione perviene dopo che per ben tre volte in aula il PD ha votato NO. Poi, alla quarta votazione e a governo giallo-rosso già formato, ha votato si. Un ravvedimento intervenuto non per guadagnare un oscar alla coerenza ( come dice Osca Wilde: la coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive d’immaginazione), per convinzione, poiché serviva a chiudere la trattativa con di Maio, al quale concedeva l’occupazione di poltrone di prestigio e il taglio dei parlamentari da assumere come simbolo dell’anti casta ( un puro atto populista e contro la democrazia parlamentare ).

Altra causa del discredito del Parlamento è la propaganda di tipo squisitamente fascista che certi giornali e certi partiti continuano a fare anche oggi contro le istituzioni democratiche e più in generale contro ogni forma di libera attività politica: il qualunquismo, prima di diventare un partito che mostra riprodotte in se stesso e ingrandite le pecche e i travagli che quando sorse rimproverava agli altri partiti, non ebbe da principio altro programma che quello, essenzialmente negativo, della insofferenza e della cieca ostilità alla politica, ed ebbe qualche fortuna in certi ceti proprio perché, invece di affaticare il pubblico col forzarlo a pensare a difficili problemi d’ordine generale, lo chiamava allo spassoso tirassegno (tre palle un soldo), consistente nel ricoprire di fango e di contumelie personali gli uomini politici di tutti i partiti al potere. Così nel pubblico, sempre avido di scandali e sempre pronto a credere alla altrui disonestà, si va sempre più diffondendo la convinzione che il Parlamento sia una scelta di ciarlatani ed affaristi, che, colla scusa del bene del popolo, non hanno altro scopo che quello di arricchirsi alle sue spalle”. Queste sono le parole di PIERO CALAMANDREI,, tratto da un breve saggio titolato: “ Patologia della corruzione parlamentare”, edito da Storia e Letteratura, riportate allo scopo di comprendere il grigiore, la nullità del pensiero dei nostri rappresentanti, rispetto alla grandezza e lucidità intellettuale di uno dei più noti e studiato tra i fondatori della nostra democrazia Parlamentare.

Certamente tra i 5Stelle e la democrazia c’è una rivalità insanabile. Già nel giugno 2013 Grillo si scaglia contro la Presidente Boldrini dichiarando che il Parlamento non serve a nulla: «La scatola di tonno è vuota»; «potrebbe chiudere domani»; «é un simulacro»; «la tomba maleodorante della Seconda Repubblica». Mentre nel giugno 2018, a Roma, grida: “«Parlamentari estratti a sorte “, oppure : “Dobbiamo capire che la democrazia è superata”. Ecco con chi governa il PD! Al netto di Renzi e del Conte II, al PD sembra non rimanere che inseguire i 5stelle sul terreno del populismo. Queste cose Zingaretti le conosce sicuramente, ma per convenienza le ignora. Una convenienza perigliosa, che mette in pericolo la democrazia e la rappresentanza parlamentare, poiché con il taglio dei parlamentari si determina un vulnus al cittadino/elettore, al quale viene sottratto il diritto di scegliere il rappresentante da votare. Infatti, con la ridisegnazione dei collegi più grandi degli attuali si determina un distacco tra elettore e candidato. Inoltre, si tratta di una riforma oligarchica poiché consegna la cosa pubblica nelle mani di pochi eletti e delle segreterie dei partiti. Anche l’elezione del Capo dello Stato potrebbe subire alterazioni costituzionali, palesandosi infatti la possibilità che sia una maggioranza di una parte politica a dominare nella sua elezione; un pericolo possibile potrebbe generarsi inoltre dal voto dei parlamentari nella Circoscrizione estero, tale da risultare decisivo nella tenuta deli governi. Queste sono solo alcune delle indicazioni da richiamare a sostegno del NO al taglio dei Parlamentari, che sono comunque l’essenza di una fondata linea alternativa alla politica di aggressione alla democrazia e al modello rappresentativo che i nostri Padri costituzionali hanno deliberato e lasciato a noi come eredità da difendere ad ogni costo.

Zingaretti si propone di cambiare il PD, anche nel nome, e di aprire il nuovo soggetto alla società, ai movimenti, ma non riesce ancora a liberarsi della sua anima integralista, la quale esercita una prevalente capacità di orientamento e spinge il partito in una direzione che lo allontana dal mondo del lavoro, ne annichilisce la reazione di fronte alla prepotenza dei 5stelle sui temi della sicurezza, della prescrizione, sull’accoglienza e integrazione, sulla riforma del mercato del lavoro e la lotta contro le diseguaglianze; la riforma della scuola, dell’università, investimenti a favore della ricerca, magari rivedendo l’assegno di cittadinanza universalizzando il Welfare, rivedere il sistema pensionistico anche alla luce del fenomeno demografico, introducendo un massimo di pensione e un minimo, applicare alla contrattazione il principio dell’erga homnes. Che, per il cambiamento auspicato, sono i punti possibili di un programma sul quale misurare e calibrare la proposta di un progetto per un nuovo modello di sviluppo.

C’è una contraddizione logica nella linea di Zingaretti, quando afferma di volersi impegnare per la trasformazione del PD aprendo alla società, a cui però fa seguire la sua contrarietà al referendum contro il taglio dei parlamentari ( ma non è il popolo il depositario della democrazia?), che non potrà risolvere permanendo irretito in una visione politica che non disegna, per il paese, una prospettiva di cambiamento rivoluzionario rispetto alla realtà in cui si trova ad operare. Allora, se proprio volesse dare prova di una volontà gramsciana mettendo in atto una prassi dialettica promuova e organizzi un rasselmblement aperto alla partecipazione delle forse riformiste, di sinistra, ai movimenti e al mondo del volontariato con all’ordine del giorno alcuni punti programmatici identificabili con un progetto di trasformazione del modello economico, sociale e culturale del paese. Non inventi un nome, non si affanni alla ricerca di nuovi ideali, poiché il socialismo è la risposta e l’unica vera alternativa sulla quale fondare la ragione di un impegno politico e di lotta da offrire ai lavoratori, ai pensionati, al mondo della creazione, della cultura e della ricerca. Insomma a quella parte migliore del nostro popolo che non intende arrendersi alla destra nazionalista e populista, e che sicuramente saprà riflettere anche in questo momento in cui è chiamata a decidere il suo futuro, votando NO al taglio dei parlamentari.

Alberto Angeli

Più democrazia. di Emanuele Cherchi

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Parlamento

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Una grande distanza mi separa da coloro che propongono di diminuire il numero dei parlamentari: forse perché risparmiare un caffè l’anno non è un gran risparmio rispetto al danno di avere meno democrazia.

Ma la proposta non viene dai 5 Stelle alfieri della democrazia diretta? In realtà la proposta era anche di Gelli (che tanto democratico non era) e poi se andiamo a vedere quando si parla di democrazia ideale il modello è Atene, l’Atene di Pericle dove fiorivano le arti e dove tutti i cittadini venivano pagati per partecipare all’agorà (l’assemblea generale) o alle altre commissioni (bule, arcontato, ecc…) mentre i 5 Stelle fanno l’opposto ovvero non danno uno stipendio a tutti per essere partecipi ma piuttosto tengono alto lo stipendio per i pochi che rimarranno e che conteranno zero in quanto le storture del metodo elettorale (la mancanza di preferenze) li pone in una posizione di sudditanza verso chi li nomina.

La democrazia attuale non può essere diretta come quella ateniese perché lo stato si è evoluto ed è veramente difficile far interagire 60 milioni di cittadini… e la piattaforma Rousseau non risolve il problema in quanto non pone tutte le opzioni sullo stesso piano e dunque i suoi risultati risultano falsati.

Piuttosto più democrazia significa che le persone pagate per far politica non devono essere poche ma abbastanza da avvicinare le istituzioni alla politica; partendo da questo presupposto faccio notare che negli ultimi trentanni si è diminuito il numero dei consiglieri comunali (dimezzato), quello dei consiglieri regionali, si è fatta la porcata delle province e non per questo i cittadini sono più soddisfatti, anzi!

Dunque le possibilità per soddisfarli sono due: un uomo solo al comando (costa in teoria poco, ma come ci ricorda la parabola del Duce o quella del Fuhrer può portare a degli inconvenienti) o aumentare la rappresentanza democratica per coinvolgere veramente le persone nel governo della cosa comune.

Con ciò voglio dire apertamente ripristinare le cose come erano prima nei comuni, nelle province, nelle regioni. Promuovere l’istituzione dei quartieri, la sola dove forse si potrà non pagare chi ne fa parte. Mentre gli altri è giusto pagarli, purché agiscano informandosi su ciò che votano, senza vincolo di mandato in quanto non sempre gli elettori conoscono la situazione delle risorse degli enti e dei loro effettivi poteri, a volte un’azione che sembrerebbe nella forma rispettare un patto col cittadino nella sostanza lo tradisce. Sappiamo che i consiglieri comunali vengono rimborsati per il tempo che perdono e posso avere dei permessi per svolgere la loro attività: ciò è giusto in quanto in questo modo posso informarsi su ciò che votano e non affidarsi all’estro del capo locale del loro partito, le persone che hanno le loro giornate lavorative piene (anche fra coloro che votano su Rousseau) riescono ad avere il tempo per far altrettanto?

La democrazia costa ma quando funziona è il miglior sistema di governo e per questo le destre in genere cercano di infangarla per non permettere al popolo di contare.

Quando mi parlano del Senato del Regno d’Italia che non costava una lira ai contribuenti perché era un onore farne parte, ricordo che ne facevano parte solo ricchi e nobili: banchieri, avvocati, generali, uomini di chiesa… se quel modello è stato superato è perché la gente comune ha chiesto di contare qualcosa, perché il talento e la ricchezza non sempre vanno di pari passo, e ricchezza (di pochi) e bisogni di tanti non possono essere amministrati da quei pochi che sono ricchi appunto!

Emanuele Cerchi

tratto dal sito: https://www.nuovatlantide.org/

Un NO fermo e convinto al taglio dei parlamentari. di Alfonso Gianni

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Poiché si tratta di referendum su norme costituzionali non è necessario il raggiungimento di alcun quorum. In altre parole l’esito dipenderà dal rapporto fra i No e Sì, qualunque sarà ilnumero dei votanti. I sostenitori del Sì ritengono l’esito scontato perché i parlamentari non sono popolari, dopo anni di campagna qualunquista e populista. Certo: la battaglia è difficile. Ma il No intende intraprenderla con decisione, anche perchè non è detto che gli elettori del Pd e di Leu siano d’accordo con il voto dato nell’ultima votazione dai loro rappresentanti, dopo che per tre volte avevano votato contro. Non è la prima volta che i cittadini votano su quesiti referendari che concernono anche la riduzione dei parlamentari e sono stati sempre respinti. Mi riferisco alle revisioni costituzionali proposte dal centrodestra che prevedevano, tra le altre cose, una Camera di 518 deputati (elettivi) e un Senato di 252 membri: il referendum popolare del 2006, superando persino il quorum dei votanti che non è necessario, bocciò la legge di revisione costituzionale. La stessa cosa successe nel 2016 alla legge Renzi-Boschi, che, lasciando inalterato il numero dei deputati, riduceva il Senato a 95 membri elettivi di secondo grado (eletti dai Consigli regionali o provinciali autonomi).

Il taglio dei parlamentari lede il principio della rappresentanza politica. Infatti meno sono gli eletti e più distante è il loro rapporto con gli elettori e il territorio. E’ possibile fare una comparazione fra i paesi Ue, relativamente alla camera bassa, mentre per quella alta, il Senato, è cosa è impossibile data la diversità tra i vari paesi sul metodo di elezione e le funzioni dell’organo. Ora l’Italia risulta avere un numero di deputati per 100mila abitanti pari a 1 (96.006 abitanti per deputato) di un decimale superiore a Germania (0,9), Francia (0,9), Paesi Bassi (0,9) e di due rispetto alla Spagna (0,8). Tutti gli altri paesi, la maggioranza, sono al di sopra. Se entrasse in vigore la legge su cui è indetto il referendum, la percentuale italiana scenderebbe allo 0,7, inferiore a tutti gli altri paesi della Ue.

Abbiamo certamente bisogno di un Parlamento efficiente. Come è noto nel processo legislativo è cruciale il ruolo delle commissioni permanenti (14 alla Camera e 12 al Senato). Cui poi si aggiungono le varie Giunte, le commissioni speciali o straordinarie, le bicamerali. Le commissioni possono agire in sede referente (discutono un testo, nominano un relatore e lo affidano alla discussione e alla votazione finale all’aula plenaria), oppure in sede redigente ( la commissione vota sugli emendamenti e consegna all’aula un testo finale su cui essa vota articolo per articolo e sul testo complessivo), o in sede legislativa (dove la commissione si sostituisce in toto all’aula e vara la legge). Riducendo il numero dei parlamentari si lascia il processo legislativo in mano a pochi di pochissimi partiti. A un’oligarchia.Qualcuno dirà: riformeremo i regolamenti diminuendo il numero delle commissioni. Ma in questo modo si accorperebbero le materie ledendo il principio della specializzazione di competenze su cui le commissioni sono state previste e organizzate. In altre parole una simile riduzione dei parlamentari impedirebbe al Parlamento di funzionare correttamente.

Anche ora il Parlamento ha problemi di funzionamento. Ma non perché i suoi membri sono troppi. Questo deriva da un lato dalla pletora di decreti legge che il governo emana, dall’altro dalle leggi elettorali incostituzionali che si sono susseguite in questi anni, che hanno introdotto pesanti distorsioni maggioritarie e hanno impedito ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti,giungendo così a un Parlamento di “nominati”. Il significato del No il 29 marzo è anche quello di chiedere una legge proporzionale pura con libera scelta da parte dei cittadini degli eletti. L’attuale proposta di legge in discussione alla Camera, il cosiddetto Germanicum, non garantisce nessuna di queste condizioni. La solidità dei governi – la famosa governabilità – non deriva dalla restrizione di democrazia, dalla riduzione del Parlamento a un esecutore dei voleri del consiglio dei ministri, ma al contrario da una corretta rappresentanza politica dei cittadini, che rende il Parlamento autorevole. Il risparmio che si otterrebbe con il taglio dei parlamentari equivale allo 0,007% del bilancio statale. Circa 1, 35 euro per singolo cittadino: un caffè all’anno. Se si volesse veramente risparmiare basterebbe, ad esempio, bloccare l’acquisto degli aerei di guerra F35.

Il NO ancora una volta è chiamato a difendere la Costituzione e la democrazia.

Alfonso Gianni

tratto dal sito:  http://www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it/

Referendum: Libertà e giustizia, no a riduzione numero dei parlamentari.

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Da sempre Libertà e Giustizia si è impegnata a difendere la Costituzione nella consapevolezza che essa è un corpo vivente, i cui mutamenti devono mirare a renderla meglio preparata a rispondere alle sfide della società che cambia ma senza stravolgerne l’identità. Difendere la Costituzione non significa necessariamente dire no alle proposte di riforma.

L’attuale proposta di diminuire il numero dei parlamentari non rappresenta in sé una violazione dei principi democratici e rappresentativi. Lo prova anche il fatto che, nel corso della storia repubblicana, sono state numerose e autorevoli le proposte di riforma che andavano in tale direzione.

Sarebbe però sbagliato non contestualizzare la proposta attuale, votata in Parlamento e oggetto di referendum il 29 marzo prossimo. Proponiamo soprattutto tre considerazioni che ci sembrano fondamentali per chiarire la nostra posizione in merito a questo referendum.

La prima considerazione è che un’alterazione della “quantità” dei seggi parlamentari dovrebbe mirare a un rafforzamento della “qualità” della rappresentanza, attraverso un insieme di norme – a partire dai regolamenti parlamentari alla legge elettorale – che mettano in sicurezza e anzi migliorino il principio rappresentativo nella ragionevole esigenza di assicurare un buon funzionamento dell’istituto parlamentare.

Al contrario, questa riforma indebolisce il potere dei rappresentanti delle due camere e la stessa efficacia della rappresentanza perché non accompagnata da una riforma della legge elettorale in senso proporzionale e da adeguate forme di composizione delle liste di candidati. Tale modifica del sistema di voto viene invece evocata più come tattica per fare accettare questa riforma che come un reale convincimento del fatto che un Parlamento così eletto possa garantire un rapporto coerente tra il suo potere legislativo e il potere dei cittadini.

La seconda considerazione muove dal fatto che i tentativi di modificare gli assetti costituzionali cercando di ridimensionare il più possibile l’organismo rappresentativo in nome di una supposta priorità del principio della governabilità è stato alla base (del fallimento) della Seconda Repubblica. Promuovere una riforma che muova ancora dall’ideologia della governabilità e dalla presunzione che una maggiore governabilità si possa ottenere attraverso l’indebolimento del potere legislativo è inattuale, oltre che il segno di una mancata lucidità nell’interpretazione dei processi strutturali di trasformazione che sono in atto nelle nostre democrazie e dei rischi che essi comportano.

Ovviamente, non riteniamo che questo referendum abbia un valore determinante, ma certamente crediamo che esso sia in piena continuità con questa delegittimazione sostanziale del valore del principio rappresentativo.

La terza considerazione invita a prendere seriamente il malessere profondo che ha accompagnato la scelta di una tale riforma. Ovviamente non stiamo parlando del grottesco movente contabile per cui la diminuzione del numero di rappresentanti rappresenterebbe un risparmio per le casse dello Stato, argomento rozzo e smentito dai numeri da non richiedere troppi commenti. Più profondamente, il vero movente della popolarità di questa riforma è una sensazione diffusa di ostilità nei confronti delle istituzioni rappresentative, quelle cioè più direttamente gestite dai partiti e che si traducono in “poltrone” alle quali i candidati ambiscono per acquisire privilegi, piuttosto che per rispondere alle esigenze espresse dagli elettori. Vi è in questa riforma il riverbero di una insofferenza da parte dei politici nei confronti della richiesta dei cittadini di chiedere loro conto dell’operato e di pretendere che le loro preferenze e i loro problemi siano ascoltati e rappresentati. Mentre si lamenta la distanza dei “territori” dai luoghi di decisione, si approda a una riforma che decurta con il numero dei parlamentari anche il potere dei cittadini che in quei territori vivono.

È un criterio fondamentale della democrazia rappresentativa che le norme e i comportamenti politici debbano tendere ad avvicinare “governanti” e “governati”. La crisi della rappresentanza che stiamo vivendo sembra aver accentuato la loro distanza. Ma credere che per diminuire la distanza e ripristinare il senso profondo della rappresentanza si debba ricorrere a un taglio tanto radicale del numero dei parlamentari ha il sapore dell’assurdo.

Se il Parlamento non funziona, è necessario immaginare riforme che permettano che torni ad assolvere degnamente alla sua funzione di mediazione senza “tagliare” le condizioni della nostra rappresentanza. Con questa riforma, l’Italia diventa il Paese dell’Ue con il minor numero di deputati in rapporto alla popolazione: con 0,7 “onorevoli” ogni 100mila abitanti (rispetto all’uno precedente), supera la Spagna che deteneva il primato con 0,8. Al primo posto, sotto questo profilo, c’è Malta: 14,4 deputati ogni 100mila abitanti.

Siamo consapevoli che questa campagna referendaria rappresenti quasi certamente una battaglia persa. Ma le battaglie perse non sono meno giuste perché perse; né, del resto, chi vince una competizione referendaria ha per questo ragione. Il nostro compito è di opporci alla semplificazione comunicativa, richiamando i cittadini alla necessità di decidere dopo aver ponderato i pro e i contro.

Per questi motivi, invitiamo i Circoli a portare sui rispettivi territori dei contributi critici e informati, che consentano ai cittadini di compiere la loro scelta con cognizione di causa. Li invitiamo anche, nel rispetto dell’autonomia di giudizio degli iscritti, ad aderire ai Comitati per il No.

tratto dal sito: http://www.libertaegiustizia.it/

Diminuire i parlamentari non aiuta la democrazia. di Alessandra Algostino

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Il 29 marzo prossimo saremo chiamati a pronunciarci sulla legge costituzionale pubblicata in Gazzetta ufficiale del 12 ottobre 2019, recante “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, in forza della quale il numero dei deputati dovrebbe passare da 630 a 400 (i 12 eletti nella circoscrizione estero scenderebbero a 8) e quello dei senatori da 315 a 200 (i 6 eletti nella circoscrizione estero diverrebbero 4). L’esito appare scontato e ciò induce a ragionare più che di referendum confermativo di referendum plebiscitario. Risulta, infatti, stravolta la ratio originaria del referendum costituzionale eventuale che, nell’orizzonte di tutela delle minoranze e del pluralismo presente nella società, è uno strumento oppositivo e non confermativo. Tale inversione di senso assume un significato vieppiù pericoloso in quanto si inscrive in un processo di progressiva atrofizzazione della società, di distruzione dei partiti politici quali strumenti di raccordo fra società e istituzioni, di anestetizzazione e repressione del dissenso, di distrazione e occultamento del conflitto sociale (in primis, attraverso la creazione di fittizi nemici, come, per tutti, i migranti). Così l’humus plebiscitario mistifica e favorisce la crescita di un regime oligarchico che alimenta le diseguaglianze, nazionali e globali, allontanandosi sempre più da un orizzonte costituzionale che ragiona di “partecipazione effettiva”, legando democrazia politica e democrazia sociale in un progetto di emancipazione individuale e collettiva (art. 3, comma 2, Cost.).

In questo contesto la riduzione del numero dei parlamentari si riverbera sul rapporto fra cittadini e parlamentari, incidendo sulla rappresentanza, abbassando il grado di potenziale identificazione del rappresentato con il rappresentante e comprimendo l’angolo visuale della lente che specchia la realtà e la complessità della società. Mentre, non da oggi, si ragiona di crisi della rappresentanza, si procede così in una direzione che, lungi dal creare le basi per una inversione di rotta, approfondisce il solco che separa società e istituzioni (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/10/03/rappresentanza-e-sovranita-popolare-alla-prova-della-riduzione-dei-parlamentari/). La riduzione del numero dei parlamentari è un tassello del processo in atto che vede il Parlamento sempre più depotenziato e la rappresentanza svuotata, mentre si afferma una progressiva presidenzializzazione. A fronte di questo processo c’è chi parla di deriva postdemocratica (Crouch) e di forma di Stato «liberal-populista» (Dogliani), o ancora, per citare alcune espressioni dall’allusione immediata, di «autocrazia elettiva» (Bovero), di democrazia plebiscitaria (Revelli) o dispotica (Ciliberto), di democrazia senza democrazia (Salvadori), per accedere, infine, alla definizione “democrazia eterodiretta”, che ne sottolinea il carattere embedded a servizio della global economic governance delle istituzioni statali.

Non è, dunque, la riduzione del numero dei parlamentari a infettare rapporti istituzionali rispettosi del principio di separazione ed equilibrio fra i poteri, così come la formazione di una rappresentanza che garantisca il pluralismo sociale, ma la riforma in discussione indubbiamente aggrava le condizioni del malato. Nella prospettiva di una democrazia rappresentativa, la rappresentanza è l’elemento che traduce, se pur con una finzione, il principio di sovranità popolare, o, meglio, ne costituisce una delle principali estrinsecazioni. La sovranità popolare non vive solo nelle forme della rappresentanza, richiedendo in modo imprescindibile una partecipazione attiva dei cittadini attraverso l’esercizio dei diritti e la mobilitazione dal basso, ma, indubbiamente, la rappresentanza ne costituisce una declinazione significativa. Attraverso il suffragio elettorale universale, l’elezione dei rappresentanti e il ruolo dei partiti politici, infatti, si dà voce a tutti i cittadini e forma e organizzazione alle diverse rivendicazioni e visioni del mondo, consentendo in Parlamento il loro scontro e la loro mediazione (nel senso alto che questo termine può evocare).

Una visione irenica? Certamente in parte sì, perché lo stato di salute della democrazia rivela non tanto la presenza di un vivace confronto tra visioni del mondo che riflettono il pluralismo (e il conflitto) sociale, quanto, molto spesso, un governo delle élites. Ma se la cattiva prova o l’imperfezione della democrazia è motivo per una sua lettura realistica e demistificatrice, non lo è per un atteggiamento remissivo di fronte allo status quo: la rappresentanza può essere non il mezzo attraverso il quale si legittima il governo delle élites ma lo strumento per consentire l’espressione della società e dei conflitti che la agitano, esercitando un ruolo contro-egemonico. Ora, ammesso e non concesso che la riduzione dei componenti determini – come affermano i suoi sostenitori – una maggior efficienza e compattezza dell’organo, quale Parlamento verrebbe con essa rafforzato?

Affiora qui la concezione secondo cui forza e autorevolezza discendono in primis dall’efficienza e dalla “governabilità”, assunta come un valore a prescindere dal suo rapporto con la rappresentanza, e anche quando comporta un sacrificio in termini di rappresentanza. Non è così. La governabilità può essere un valore, ma in sé non è necessariamente democratica; anzi, nella misura in cui segna il distacco rispetto alla rappresentanza, ovvero sacrifica pluralismo (reale o potenziale), costituisce, rispetto all’ideale democratico, una regressione. Quando si ragiona di efficienza, sorge ineludibile un interrogativo: efficienza in nome di che cosa? e a favore di chi? Si palesa qui la connessione fra governabilità ed esigenze del mercato e appare evidente che il fine dell’efficienza perseguita non è costruire un Parlamento forte perché sede di discussione politica e di compromesso fra differenti visioni del mondo, ma in quanto organo preposto a ratificare decisioni assunte altrove, nella nebulosa della global economic governance, e – ça va sans dire – ancillare rispetto al Governo. Emerge chiaro il parallelismo, per non ragionare di mera traduzione, con le tendenze egemoniche delle élites del finanzcapitalismo (Gallino): nella società, così come nelle relazioni industriali, la negazione del conflitto segna la vittoria di una classe. In sintesi, se evocare la rappresentanza come specchio della realtà sociale disegna un’immagine della democrazia idilliaca e lontana dalla realizzazione storica (posto che la rappresentanza degrada facilmente in rappresentazione e il medium rappresentativo si risolve in una finzione) resta che, nella incompiutezza e imperfezione della democrazia, la scelta di ridurre il numero dei parlamentari segna comunque una regressione.

Con l’opzione “Camere mini” e la restrizione degli spazi della rappresentanza, si espellono di fatto le minoranze e si scardinano presupposti ineliminabili della democrazia: il pluralismo e il conflitto. La diseguaglianza sociale ed economica tracima nella sfera politica, segnando la distanza rispetto al sogno – scritto nelle costituzioni novecentesche perché divenisse realtà – di un’emancipazione, insieme, sociale, politica ed economica. La riforma costituzionale oggetto di referendum è, certo, solo un piccolo passo, ma occorre essere consapevoli della direzione nella quale essa si inserisce: un regime che marginalizza e criminalizza il disagio sociale, reprime il dissenso, mira a costruire un consenso plebiscitario, abbandona il lavoratore alla mercé di un capitalismo sempre più aggressivo, esternalizza (con la politica criminale) le frontiere, veicolando diseguaglianza e sudditanza.

Il referendum, come si è detto, si annuncia plebiscitario e da fine marzo le Camere (quasi sicuramente) saranno ridotte, ma non per questo è meno rilevante dire di “no” (https://volerelaluna.it/politica/2020/01/24/riduzione-dei-parlamentari-perche-no/). Ciò significa, ancora una volta, stare “dalla parte del torto” (Montanari), muovere dalla “tradizione degli oppressi” – che «ci insegna che lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola» (Benjamin) – per ribaltarla, pensare, per restare all’orizzonte costituzionale, non tanto a modificare la Costituzione, quanto ad attuarla, a partire dal suo cuore, l’art. 3, comma 2, l’emancipazione e la giustizia sociale.

Alessandra Algostino (docente di Diritto costituzionale all’Università di Torino)

tratto dal sito: https://volerelaluna.it