Movimento 5 Stelle

La grande truffa del taglio dei parlamentari. di Nicolino Corrado

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Alla fine, il 20 settembre andremo a votare per il referendum confermativo sul taglio dei parlamentari. Catalizzando decenni di lamentele da bar e di fantasie della gente comune sulla bella vita degli onorevoli, il Movimento 5 stelle, accozzaglia eterodiretta nell’ombra da una società, è riuscito a portare all’ultimo miglio la sua proposta di svalorizzazione delle istituzioni rappresentative della repubblica. Nel farlo non ha incontrato nessuna opposizione; anzi, ha avuto l’appoggio opportunistico delle altre forze parlamentari, anche di quelle, come il PD, che, in base alla passata difesa della “centralità del parlamento”, avrebbero potuto organizzare un decisa opposizione al delirio pentastellato, ma che per viltà, per opportunismo, per timore di perdere voti, si sono accodate a questa grande truffa ai danni del popolo italiano. 

Non apparteniamo alla schiera dei difensori ad oltranza della “Costituzione più bella del mondo” (Roberto Benigni dixit), anzi, ci rendiamo conto da decenni che essa necessita di aggiustamenti nella parte relativa ai pubblici poteri, per adeguarli ad una società civile che non è più quella uscita dalla macerie della seconda guerra mondiale. Ma siamo consapevoli, altresì, che nel procedere a queste riforme, occorre avere la consapevolezza che una costituzione è un organismo vivente, che ha un proprio equilibrio, che modificando una sua parte si producono conseguenze sul tutto. Una costituzione liberaldemocratica, qual è la nostra, vive di un equilibrio delicato all’interno dei suoi organi e tra i suoi organi, di pesi e contrappesi, di “checks and balances”.

Invece, l’iniziativa dei pentastellati e dei loro compagni di strada interviene con un taglio di spada sulle rappresentanza delle due camere in nome dei risparmi di spesa e dell’efficienza che si raggiungerebbero, non ponendosi alcuna domanda sui contraccolpi determinati dalla riduzione dei parlamentari sulle procedure parlamentari e sulle rappresentanze dei territori, indice questo di una mentalità semplicistica e demagogica, della ventata antipolitica che svaluta il parlamento al posto del quale meglio farebbero – nelle varie tendenze – o il Presidente della Repubblica o il partito o i capigruppo parlamentari in veste di consiglio d’amministrazione.

Il governo in carica, abbinando il referendum con elezioni amministrative in alcune regioni e comuni ha da parte sua, ha dato la propria dimostrazione di svalorizzazione del referendum, perchè la campagna elettorale in tali realtà sarà monopolizzata da partiti e candidati. Ci sarà una distorsione dell’afflusso al voto: grazie all’effetto traino, i votanti al referendum saranno più numerosi dove si svolgono le elezioni amministrative.

Venendo al merito del referendum, il taglio di 215 deputati su 630 e di 115 senatori su 315 (circa il 36% del totale) sembrerebbe vantaggioso economicamente (una tazzina di caffè al giorno per ogni contribuente!), ma non essendo compreso in progetto di riforma più organico di riforma, lungi dal rendere più efficienti le Camere, si rivela una vera sciagura per il funzionamento delle funzioni di indirizzo e di controllo e del procedimento legislativo.

Territori di una certa vastità avrebbero pochi rappresentanti parlamentari, in altri si avrebbe una rappresentanza maggioritaria di fatto, elevando cosi in modo contradittorio la soglia della rappresentanza in un periodo di crisi della rappresentanza, a causa della riduzione del numero dei parlamentari i gruppi parlamentari piu piccoli non potrebbero esprimere rappresentanti  in tutte le commissioni in cui (in sede legiferante) vengono approvate la maggior parte delle leggi.

I propugnatori del taglio, inoltre, sono tutti responsabili maggiori del fondamentale fattore di debolezza e perdita di prestigio del Parlamento: non la quantità, ma la scarsa qualità dei suoi membri. L’esorbitante numero di leggi elettorali sfornate dopo la caduta della prima repubblica ha prodotto un ceto parlamentare di nominati dai vertici di partiti, i quali non sono più i luoghi di selezione e le scuole di politica di una volta, ma entità oligarchiche o proprietà di un solo leader (ed a tale definizione non sfuggono i movimenti populisti paladini del “nuovo”): risultato, un  personale politico impreparato che spesso non ha alcuna esperienza politica o amministrativa, che produce leggi e, perfino, dichiarazioni e interviste alla stampa di scarsa qualità.

Il problema del Parlamento italiano non è il numero dei suoi membri, ma (come per altri organi costituzionali) il costo complessivo delle istituzioni Camera e Senato (spese generali e personale). Per i parlamentari il problema è rappresentato dal basso livello della loro qualità: per risolverlo sarebbero necessari partiti politici regolati per legge, in grado di selezionare e proporre all’elettorato candidati in possesso di quella qualità politica che gli attuali onorevoli non hanno.

Quindi, il 20 e 21 settembre alle urne, a respingere con un NO socialista e riformista la grande truffa del taglio dei parlamentari!

Nicolino Corrado

Articolo pubblicato al link:

https://www.socialismoitaliano1892.it/2020/08/25/la-grande-truffa-del-taglio-dei-parlamentari/?fbclid=IwAR2MeoCUA0CC_Bh3fIlS8K3vzw3qX3HEl03_zuvLhW6oWkWtxY1QVTC-wdg

Le ragioni del NO. di Alberto Benzoni

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Alberto Benzoni

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Manca meno di un mese all’appuntamento referendario. Ma non ci sono ancora i relativi cartelloni; e questo perché ci sono dei partiti che non sanno ancora cosa scriverci sopra: sì, no, forse o magari fate voi. E magari dei partiti che hanno votato più e più volte sì alla proposta di riduzione del numero dei parlamentari.
Una scelta dettata, evidentemente, non da un reale convincimento ma, insieme, da calcoli e da viltà. Si chinava il capo di fronte ad un vento populista che sembrava irresistibile; oggi questo vento ha perso la sua intensità e allora si ricomincia a fare dei calcoli.
Noi socialisti con o senza tessera rimaniamo invece fermi nella nostra opinione.
Votiamo no per difendere l’onore e il ruolo dei parlamentari, costretti al voto favorevole da un sistema politico ed elettorale che ha reso il parlamento un parlamento di nominati.
Votiamo no perché la politica e la stessa democrazia non sono un costo ma uno strumento essenziale per la collettività nazionale.
Votiamo no per difendere il ruolo essenziale del parlamento come limite e controllo alle pretese del potere; e perché l’esercizio della riflessione e del dibattito produce leggi migliori.
E votiamo, infine, per noi stessi, come cittadini perché la capacità e la stessa dignità dei nostri rappresentanti dipenderà anche dal recupero della nostra possibilità di sceglierli. e perché il pieno esercizio dei diritti democratica è il miglior antidoto all’attesa passiva dell’ennesimo salvatore della patria.

Alberto Benzoni

Votare NO. di Alberto Angeli

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Chi contro all’opinione d’altri ha predetto il successo di una cosa nel modo che poi segue, non si pensi che i suoi contraddittori, veduto il fatto, gli dieno ragione, e lo chiamino più savio o più intendente di loro: perché o negheranno il fatto, o la predizione, o allegheranno che questa e quello differiscano nelle circostanze, o in qualunque modo troveranno cause per le quali si sforzeranno di persuadere a se stessi e agli altri che l’opinione loro fu retta, e la contraria torta”.  (Leopardi – Pensieri ). Dunque, nessun accordo tra PD e i 5stelle sul voto del 20 e 21 settembre, che interesserà circa 18 milioni di votanti e 7 regioni, oltre a 2000 votazioni di enti locali. Chi aveva avanzato una previsione ( magari ricorrendo al principio di falsificabilità della predizione scientifica ricorrendo a Popper ) “ ha predetto il successo di una cosa” che sarà negata da altri, sicuramente dai 5stelle, i quali si potranno rifare con il successo che pronosticano di poter conseguire con la conferma del taglio dei parlamentari. Questo risultato negativo si aggiunge agli altri insuccessi politici che il PD, soprattutto Zingaretti, avrà annotato nel suo blocco notes, la cui lista comincia ad essere di notevole peso, alla quale potrebbe aggiungersi il risultato elettorale del 20/21 settembre e, senza una sua pronta e decisa reazione, anche quello del referendum sul taglio dei parlamentari.

L’inganno è stato atroce. Il voto dei 5stelle su alleanze e mandato, cui è seguita l’amletica risposta di Di Maio, è stato come il canto delle Sirene per Zingaretti, confortato poi dall’intervento di Conte, che ha caldeggiato il sogno di un’alleanza PD 5stelle, almeno in questo presente, per poter gestire lui i prossimi importanti passaggi fino alla elezione del nuovo capo dello Stato, cioè alle soglie del 2022. Ora, per il PD, è il momento di svegliarsi e prendere coscienza che solo ritornando nella realtà della storia, della sua origine, può arginare la deriva caotica e pericolosa per la democrazia, che si prospetta nel caso prevalga, magari per pochi voti, la linea dei 5stella sul taglio dei parlamentari.  Infatti, ormai dovrebbe essere chiaro che la tagliola autoritaria sulla quale si voterà il 20/21 settembre, serve ai 5stelle per obiettivi incompatibili con la democrazia e con una visione dello stato fondato sul mandato parlamentare ( non populista ) e fermamente ancorato ai principi costituzionali quale unica garanzia per uno svolgimento ordinato e autorevole del potere rappresentativo.

In questo convulso momento i socialisti, e ciò che rimane della sinistra e del liberalismo democratico, sono gli unici ad organizzare una resistenza contro il tentativo di trasformare ( non riformare ) la nostra democrazia e il sistema parlamentare, attivandosi nei modi che le difficoltà organizzative e scarsità dei mezzi informativi concedono loro per richiamare l’attenzione dei cittadini a votare NO al referendum. L’affermazione del NO annichilirebbe il disegno dei 5stelle e concederebbe alla sinistra una nuova possibilità di ricostruire un fronte di lavoro e riorganizzare la sua presenza nel difficile processo politico che segnerà il presente e il futuro del nostro paese. Solo la sinistra, allora, riacquistata la sua funzione, potrà dare corso alle riforme di cui tutti avvertiamo la necessità: istituzionali, mercato del lavoro, ambiente, clima, formazione, sanità, ricerca, welfare, previdenza, e lotta per il superamento delle disuguaglianze e le discriminazioni di genere, di razza e di religione.

Ecco, votare NO il 20 e il 21 può determinare questi cambiamenti. Lavoriamo per un successo di questa linea e per sconfiggere la destra e il disegno di trasformazione del nostro sistema democratico.

 

Alberto Angeli

La politica dei paraculo. di Sergio Bagnasco

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Sino a meno di un anno fa per il M5S il taglio dei parlamentari richiedeva un piccolo adeguamento della legge elettorale; cosa che effettivamente fu fatta a maggio 2019 (legge n. 51/2019).

Poi cambiò la maggioranza e in nome di un accordo di governo il M5S spesò la tesi, sino ad allora respinta, che ci volesse una legge elettorale di tipo proporzionale per bilanciare la riduzione dei parlamentari.

Adesso sentiamo Di Maio invitare a votare SI al referendum sul taglio dei parlamentari ma allo stesso tempo afferma che prima del voto occorre che almeno una camera approvi la nuova legge elettorale perché con il taglio dei parlamentari ci vuole un sistema di tipo proporzionale. E aggiunge che non ci sarà bisogno dell’aiutino di Berlusconi

Avanti tutta con i paraculo!

Di Maio, in perfetta continuità con Renzi, ci sta dicendo che la legge elettorale è una questione della maggioranza; la sua ignoranza politica evidentemente non gli consente di comprendere cosa significhi stabilire le regole del gioco in un sistema di democrazia parlamentare.

Allo stesso tempo ci presenta la nuova legge elettorale di tipo proporzionale come una garanzia per bilanciare la perdita di rappresentatività dovuta al taglio dei parlamentari.

Ancora una volta ignoranza o disonestà intellettuale perché una legge elettorale, per quanto importante e necessaria, nel nostro sistema è una semplice legge ordinaria che non potrà mai bilanciare una riforma costituzionale perché un’altra maggioranza domani potrebbe in due ore modificarla, d’altra parte stiamo parlando di approvare la SESTA legge elettorale nazionale in appena 27 anni!

Infine, eccoci alla magica legge proporzionale che di proporzionale ha ben poco perché mantiene 29 circoscrizioni per l’elezione dei Deputati e la base regionale per l’elezione dei Senatori.

Ora, è vero che è la Costituzione a prevedere l’elezione su base regionale dei senatori ma lo fa proprio all’art. 57 che il M5S ha voluto modificare senza toccare questo aspetto. Così, passando a 200 senatori ci ritroveremo – anche con il proporzionale puro – che il Friuli Venezia Giulia eleggerà solo 3 senatori; non solo non potranno essere garantite le minoranze linguistiche di cui all’art. 6 della Costituzione ma tutte le zone periferiche, rurali, poco popolose saranno marginalizzate ed escluse a priori dalla rappresentanza politica: tutta la partita elettorale si giocherà a Udine e Trieste.

Stesso discorso si verificherà in Abruzzo, Calabria, Liguria, Umbria, Marche, Basilicata, Sardegna … tutte regioni in cui saranno eletti da 3 a 6 senatori con una soglia naturale per avere un eletto che va dal 33,33% al 16,67% con inevitabile compressione del pluralismo e della rappresentanza politica. Solo i partiti maggiori avranno degli eletti.

Alla Camera le cose non andranno diversamente perché la proposta di legge elettorale prevede 29 circoscrizioni di cui una è la Valle d’Aosta e l’altra è l’Estero. Ne consegue che le altre 27 circoscrizioni dovranno eleggere 391 deputati con una media di 14,5 deputati per circoscrizione e quindi una soglia naturale media del 6,9%: chi sarà sotto questo livello dovrà fare affidamento sui resti per avere qualche eletto.

Come se non bastasse, questa nuova porcata stellata non restituisce agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti perché non prevede il voto di preferenza.

Riducendo i parlamentari, per mantenere un minimo di pluralismo indispensabile in un sistema di democrazia e di governo parlamentare, bisognerebbe avere poche circoscrizioni per l’elezione della Camera e superare il criterio regionale di elezione del Senato.
Questa legge elettorale e questa riforma costituzionale non realizzano nessuna di queste premesse.

Ancora una volta siamo di fronte a una politica che percula i cittadini lasciando passare l’idea che c’è una soglia legale del 5% per partecipare alla ripartizione dei seggi quando in realtà la soglia naturale è decisamente più alta in quasi tutte le circoscrizioni e regioni.

Sergio Bagnasco

Facciamo del Referendum sul taglio dei Parlamentari un’occasione per sconfiggere Conte e i 5stelle. di Alberto Angeli

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Una ricerca sulle teorie della Personalità, condotta con pazienza e ridotta ad una sintesi del pensiero psichico/comportamentale, ci porta ad assimilare quella del nostro Primo Ministro alle più dotte descrizioni   che la scienza ha potuto produrre su questa materia. Una personalità di rilievo, quella di Conte, il quale, dopo l’esito positivo del vertice in cui è stato deciso il quantum del Recovery Fund, ci ha donato un saggio emblematico della sua indole vanitosa e opportunistica, annunciando che sarà lui a gestire questo aiuto dell’Europa, ( come altre partite importanti: controllo dei servizi segreti, le telecomunicazioni e la fibra, immigrazione e tante altre ) limitando il ruolo del Parlamento e delimitando quello dei partiti che lo sostengono. Allora è un fenomeno, si dovrebbe essere indotti ad esclamare: niente affatto, è solo un furbo che profitta della pigrizia del PD ad imporre ai 5stelle il rispetto degli accordi, almeno di quei punti che dovevano giustificare ( e qualificare ) l’intesa di Governo ed evidenziarne la discontinuità con il Conte uno. Che dilemma, per il PD, e quale frustrazione scoprire quale sia il vero obiettivo di Conte: superare e vincere il referendum sulla riduzione dei parlamentari, e su questa vittoria costruire la sua possibile candidatura alla Presidenza della Repubblica. Non solo quindi l’accordo su cui si è costruita questa maggioranza  non vedrà realizzarsi almeno una delle richieste del PD, ma questo partito non potrà neppure pensare o mettere in atto una crisi di governo, per non assumersi la responsabilità della catastrofe sociale e economica che si abbatterebbe sul Paese se la pandemia dovesse riesplodere nei termini vissuti.

E tuttavia il PD potrebbe trovare una via d’uscita rivedendo la sua posizione sul referendum, poiché la riforma elettorale, con il sistema  proporzionale, fatica a trovare l’accordo della maggioranza. Magari lasciando ai propri iscritti e simpatizzanti la libertà di esprimersi il 20 e 21 settembre, sperando che la riforma sia sonoramente bocciata.  Un tale risultato rimetterebbe in gioco il PD e spingerebbe i 5stelle ad una crisi di identità, avendo perso quella che dagli stessi pentestellati è considerata, per antonomasia, la più qualificante e importante, appunto perché un diretto attacco alla democrazia parlamentare costruita dopo la sconfitta del fascismo. E anche Conte sarebbe indotto a rivedere i suoi obiettivi, poiché si determinerebbe, inevitabilmente, una crisi di governo voluta dai 5stelle come reazione alla sconfitta e al giusto comportamento del PD, doverosamente chiamato dalla realtà a collocarsi dalla parte della democrazia.  Questo si prospetta come l’unico percorso per bloccare una personalità pericolosa per le sorti del Paese e per recuperare il PD a rientrare nelle file delle forze progressiste e riformiste, e riportare nella normalità il confronto politico. Un’occasione, quella del referendum, per sconfiggere il disegno dei 5stelle e di Conte, da non perdere e sulla quale richiamare il PD a riflettere e decidere per il bene del paese.

D’altro canto, se pensiamo che non esiste una sinistra strutturata, organizzata, articolata sul territorio, tenuta insieme da un’idea, un pensiero, un obiettivo sul futuro del nostro Paese, il suo orizzonte assolutistico non ha limiti. E questo deve impensierire tutti, tutti quelli che con preoccupazione vivono le quotidiane difficoltà di questo lungo periodo di crisi covid-economica: chi non ha lavoro ma tanta miseria, i giovani senza futuro, le preoccupazioni di milioni di famiglie sull’imminente anno scolastico su cui pesa l’incognita della pandemia, gli anziani sui quali Thanatòs, Cavaliere dell’apocalisse, ha già esercitato la sua violenza e gli esclusi. E poi, i grandi problemi del momento: ambiente, clima, immigrazione, terrorismo, guerra e conflitti tra Paesi e all’interno degli stessi, e tutto ai nostri confini, generati dallo scontro tra fazioni e gruppi di potere di varia natura religiosa, dietro la regia di Stati non proprio disinteressati.  Ma allora, è vero, solo un Dio può salvarci?  ( Martin Heidegger). Oppure, bisogna guardare altrove: “Voi , uomini superiori , imparate questo da me : sul mercato nessuno crede a uomini superiori . E, se volete parlare lì , sia pure ! Ma la plebe dirà ammiccando : << Noi siamo tutti uguali , l’ uomo é uomo ; davanti a Dio siamo tutti uguali ! >> . Davanti a Dio ! Ma questo Dio é morto . Davanti alla plebe, però , noi non vogliamo essere uguali. Uomini superiori , fuggite il mercato ! “ ( Nietzsche , Così parlò Zarathustra )

Alberto Angeli

La politica tra credibilità e illogicità. di Sergio Bagnasco

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Fino ad agosto del 2019 il M5S sosteneva il taglio dei parlamentari affermando che quel taglio non richiedeva altri interventi e che andava benissimo il Rosatellum, con minime modifiche per renderlo adatto a qualsiasi numero di parlamentari.

Infatti, a maggio 2019 M5S e Lega hanno provveduto a modificare il Rosatellum mantenendo la stessa impalcatura: 37,5% dei seggi assegnati con maggioritario secco, il resto con liste bloccate legate al candidato uninominale e senza possibilità di scelta tra i candidati.

Questo sistema elettorale, che il M5S aveva fieramente e giustamente contestato nel 2017, è diventato improvvisamente un ottimo modello al punto da farlo proprio senza nemmeno introdurre qualche minimo correttivo.

A settembre 2019 nasce la nuova maggioranza e il M5S cambia radicalmente posizione: il taglio dei parlamentari deve essere accompagnato da altre riforme costituzionali e da una legge elettorale proporzionale.

Lecito chiedersi se il M5S creda realmente nell’accordo che ha concluso o se semplicemente è stata una accondiscendenza perché diversamente il nuovo governo non sarebbe nato.

Sia come sia, resta il fatto che a settembre 2020 si voterà per confermare o respingere il taglio dei parlamentari, mentre non c’è ancora nulla di tutto quel che anche il M5S ritiene necessario per mitigare gli effetti negativi di questo taglio e presumibilmente nulla ci sarà da qui a settembre.

Non trovate illogico confermare una riforma costituzionale ritenuta dannosa nella speranza che poi si facciano altre riforme costituzionali?

E questo prima ancora di analizzare l’effettiva efficacia di questi “correttivi” concordati dalle forze di maggioranza e ben lontani dall’essere approvati.

Inoltre, il taglio dei parlamentari rende necessario la modifica radicale del regolamento della Camera e del Senato; operazione sempre molto complessa e lunga. Se questi nuovi regolamenti non dovessero essere approvati prima della fine della legislatura, si rischia la paralisi parlamentare.

Se oggi quasi tutti concordano che questo taglio dei parlamentari richiede correttivi costituzionali e una nuova legge elettorale, è sensato procedere alla conferma del taglio quando il rischio concreto è che i correttivi non arrivino in questa legislatura?

Poi, i correttivi proposti, sono adeguati a mitigare i problemi di rappresentatività e a mettere in sicurezza il sistema istituzionale con adeguati contrappesi e garanzie?

A mio avviso assolutamente NO perché tra questi correttivi non c’è la costituzionalizzazione del metodo elettorale (quindi una legge proporzionale potrebbe da una nuova maggioranza politica essere trasformata in una legge maggioritaria) e non si interviene sulle modalità di elezione di presidente della repubblica e corte costituzionale; pertanto una minoranza, che per effetto di meccanismi elettorali dovesse avere la maggioranza assoluta del parlamento, finirebbe per poter eleggere il presidente della repubblica, controllare la corte costituzionale, modificare la costituzione senza avere nemmeno la certezza del referendum confermativo e se dovesse arrivare a controllare i 2/3 del parlamento questa minoranza potrebbe riscrivere in totale autonomia la costituzione.
Evidente che una legge elettorale mista o maggioritaria rende più facile questo risultato in combinazione con il taglio dei parlamentari.

Infatti, la riduzione dei parlamentari ha un effetto distorsivo di tipo maggioritario con qualsiasi legge elettorale poiché produce l’innalzamento delle soglie naturali nelle circoscrizioni per avere un eletto. Questo effetto distorsivo si elimina solo con il collegio unico elettorale in sostituzione delle circoscrizioni, cosa di cui nemmeno si discute.

In queste condizioni è evidente che, al di là delle chiacchiere e della propaganda, l’unica cosa sensata da fare è respingere questo taglio dei parlamentari e procedere con una riforma organica e coerente.

Sergio Bagnasco

Election day, come si ferisce una democrazia. di Alfiero Grandi.

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Alfiero Grandi

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La tornata elettorale unica per il voto – regionali, comunali e referendum costituzionale – nei giorni 20-21 settembre, non ha reali motivazioni se non l’interesse del M5s a trarre un vantaggio per far passare il taglio dei parlamentari, vulnus per la rappresentanza

Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad una sceneggiata poco edificante. Pur di costringere a votare nello stesso giorno per le elezioni regionali, per quelle dei Comuni e per il referendum costituzionale sul taglio del parlamento se ne sono viste di tutti i colori. Le regioni sono in rivolta contro questa costrizione che nega la loro autonomia decisionale prevista dagli Statuti, Fratelli d’Italia ha organizzato l’ostruzionismo alla Camera sul decreto che fissa la data delle elezioni, la coalizione che sostiene il governo Conte 2 è stata spinta dal M5Stelle a insistere sulla giornata unica per il voto, individuata nel 20/21 settembre. Tutto si può cambiare tranne questo aspetto.

La sostanza è che il referendum costituzionale non sembra in grado di trascinare i cittadini a votare per il taglio dei parlamentari, obiettivo di cui il M5Stelle ha fatto una bandiera nella speranza di risalire nei sondaggi, senza prestare attenzione alle conseguenze. Per porre riparo non si è trovato di meglio che tentare di arrivare ad un’unica giornata per votare per le regioni, per i comuni, per il taglio dei parlamentari, forzando la legge in vigore che non prevede la possibilità di accorpare le modifiche della Costituzione con altri appuntamenti elettorali. Per questo si punta ad approvare una norma di legge che cambi le regole in vigore.

La responsabilità del M5Stelle è evidente, pur di arrivare a tagliare i parlamentari è pronto a forzare, prima imponendo alla nuova maggioranza parlamentare di votare la modifica costituzionale (un grave errore perchè la Costituzione non dovrebbe mai essere sacrificata ad un accordo politico di governo), poi puntando all’election day da quando è apparso chiaro che tra gli elettori non c’è lo stesso entusiasmo che sembra esserci nel gruppo dirigente del M5Stelle, con l’obiettivo di tentare di portare a votare per il referendum gli elettori che già debbono scegliere l’amministrazione regionale e quella comunale.

Le motivazioni sui rischi di svolgere elezioni in questo periodo appare e scompare a seconda della convenienza del momento. Infatti tra settembre e ottobre non è possibile stabilire per ora una differenza e nessun esperto può assicurare che un periodo sarà meglio dell’altro. Possiamo solo augurarci che la pandemia non ritorni. Inoltre si potrebbero individuare altre sedi istituzionali diverse dalle scuole in cui esercitare il diritto di voto, diminuendo di molto se non azzerando l’interferenza con l’anno scolastico.

Quindi la giornata unica per il voto non ha reali motivazioni se non l’interesse di una parte, in questo caso il M5Stelle, a trarre un presunto vantaggio da un maggiore afflusso elettorale, evitando una partecipazione al voto molto ridotta sul taglio del parlamento e quindi un sostanziale fallimento politico di questa modifica della Costituzione.

Al punto in cui siamo conviene avviare la campagna elettorale per il No sul taglio del parlamento, pur nelle condizioni difficili che si prospettano. Infatti la campagna elettorale risentirà pesantemente delle conseguenze della forzata chiusura in casa nel periodo acuto della pandemia, del periodo agostano, della presenza contemporanea di altri appuntamenti elettorali che potrebbero mettere in ombra le modifiche della Costituzione.

Eppure proprio chi ha voluto arrivare a questo taglio del parlamento aveva attribuito un significato simbolico, di svolta, a questa scelta. Ci si poteva aspettare un comportamento coerente ma così non è stato e alla fine l’importante sembra imporre la scelta con ogni mezzo. Questo impone una campagna elettorale netta, senza risparmio, capace di mettere in luce le responsabilità, i comportamenti opportunisti che hanno reso possibile arrivare al taglio del parlamento. Taglio del parlamento le cui motivazioni restano ridicole e i presunti esigui risparmi di spesa lo confermano.

I risparmi di spesa sono tipiche motivazioni che lisciano il pelo al populismo. Mentre sarebbe indispensabile una discussione sul ruolo che dovrebbe avere il parlamento in Italia, che è una repubblica parlamentare, fondata sul ruolo della rappresentanza.

Sostenere che il parlamento può essere ridotto di numero, un terzo circa, senza riguardo alle conseguenze delle sue funzioni, tanto più dopo un periodo non facile come quello della pandemia, vuol dire che si scaricherà sulla rappresentanza dei cittadini una caduta di ruolo preoccupante, che modificherà i rapporti di forza con gli altri assetti istituzionali del nostro paese, in particolare con il ruolo del governo.

Siamo proprio sicuri che dopo la fase della pandemia nella quale in parte per ragioni oggettive, in parte per scelta politica c’è stato un accentramento mai visto dei poteri, con un uso dilatato del ruolo del Dpcm, strumento di norma limitato nel suo utilizzo perchè sfugge ai controlli, in particolare del parlamento e di cui risponde il solo Presidente del Consiglio ?

Ad un certo punto si è capito che occorreva non esagerare e quindi si è ricorsi ai decreti legge, che il parlamento ha l’obbligo di esaminare e convertire entro 6o giorni, per dare un fondamento legislativo ai Dpcm.

Era già eccessivo in precedenza il ruolo del governo che di fatto condiziona da tempo il ruolo e l’agenda del parlamento con i decreti legge e i voti di fiducia a raffica. Da troppi anni il parlamento è fortemente limitato nella sua effettiva capacità di rappresentare, cedendo buona parte di questo ruolo al governo che di rappresentanza ne ha proprio pochina, visto che il voto di fiducia verso il governo non dà presunzioni di rappresentanza, semmai di delega da parte del parlamento.

La pandemia del corona virus ha dato un altro colpo pesante al ruolo della rappresentanza.

Anzitutto per difetti della rappresentanza stessa, i parlamentari, e questo è l’effetto di leggi elettorali che da troppi anni sottraggono agli elettori il diritto di scegliere direttamente i propri parlamentari. Di fatto gli eletti sono scelti dall’alto, non rispondono agli elettori da troppo tempo, perché la loro elezione non dipende da chi devono rappresentare (i cittadini) ma dai capi che decidono le liste e a cui di fatto rispondono. Perchè dai capi dipende la loro elezione.

Quindi i parlamentari hanno le loro responsabilità mostrate plasticamente con la lontananza dai loro compiti per una fase.

Tuttavia ai capi partito fa comodo avere questa situazione, perchè questo consente loro un accentramento formidabile del potere di scelta, al punto che il nostro sistema parlamentare oggi è fortemente modificato da questa situazione. Questo ha radici più antiche. Si può dire che è iniziato quando è stato consentito di mettere il nome del candidato presidente del Consiglio sulla scheda elettorale, iniziato da Berlusconi senza trovare una vera resistenza e proseguito in altri settori politici, sinistra compresa. Questo ha avviato una fase di accentramento delle decisioni e un disequilibrio nei poteri che da tempo non trova soluzione, perchè restiamo una repubblica parlamentare che però usa strumenti che non sono propri di questa forma istituzionale, fortemente personalizzati, e questo crea una situazione anomala e squilibrata.

Tuttavia alcuni scelgono di spingere in questa direzione perchè sono convinti che prima o poi l’Italia abbandonerà la forma della repubblica parlamentare. Del resto in settori politici disparati, non da oggi, ci sono tentazioni presidenzialiste, che per alcuni a destra sono una scelta di modifica più di fondo della nostra Costituzione e che per altri – democratici e di sinistra – rappresenta un’evoluzione di minore impatto, sottovalutando che ci potrebbe essere uno slittamento verso una repubblica presidenziale vera e propria. Ci sono percorsi che quando iniziano rischiano di prendere la mano e il taglio dei parlamentari va esattamente in questa direzione: indebolisce il ruolo del parlamento, che oltre al taglio in sé resterà sotto botta per molto tempo. Infatti parlare di taglio dei parlamentari e di rilancio del parlamento è come pretendere di bombardare un edificio per ristrutturarlo, è evidente che verrà raso al suolo. Il taglio dei parlamentari è un modo per ridimensionare strutturalmente il ruolo del parlamento e questo per alcuni è la premessa per cambiare sistema istituzionale.

Quindi il taglio del parlamento è un atto da apprendisti stregoni, con risultati finali che potrebbero prendere loro la mano e finire con un rattrappimento della democrazia italiana. Ci potevano essere altre scelte ma la demagogia populista non ha sentito ragioni e i confronti sono sempre stati finti, in realtà la discussione doveva solo confermare l’assunto iniziale.

In gioco ci sono da un lato la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza e dalla vittoria sul nazifascismo, che è certamente avanzata e socialmente fondata su valori e diritti dei cittadini, dall’altra ci sono i rischi derivanti da modifiche poco meditate e ancor meno in grado di controllabili nell’approdo finale.

Questa è la vera responsabilità degli altri partiti della maggioranza che hanno capovolto la loro posizione parlamentare, ma anche dell’opposizione che aveva votato con la maggioranza del Conte 1 questa modifica.

Questo comportamento è censurabile perchè mette la Costituzione e le sue modifiche sullo stesso piano di scelte politiche contingenti come può essere un programma di governo e questo opportunismo politico è stato comune sia con il Conte 1 che con il Conte 2, arrivando a votare un taglio dei parlamentari che in realtà non convince neppure chi l’ha votato solo perchè temeva di mettersi contro un’opinione pubblica considerata a favore di questa scelta, con un comportamento opportunista.

In realtà questa scelta era contrastabile e anche il M5Stelle poteva essere costretto a prendere atto che il suo orientamento era un errore, per altri argomenti è stato fatto, in questo caso no, la differenza sta tutta nel grumo di interessi che hanno portato a resistere in alcuni casi e a mollare sul taglio del parlamento.

La campagna elettorale sarà Costituzione contro populismo e opportunismo.

Alfiero Grandi

 

tratto dal sito http://www.ilsocialista.com al link: http://www.ilsocialista.com/articolo-election-day-come-si-ferisce-una-democrazia-di-alfiero-grandi-del-23-giugno-2020-n-2312.html

 

Referendum sul Tagliapoltrone: l’antipolitica viene da lontano. di Riccardo Achilli

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Nel referendum sulla riduzione dei parlamentari quasi sicuramente vincerà un sì, non motivato da argomenti razionali, ma da una sordida rabbia per la Kasta ed un irrefrenabile individualismo, nel quale i presunti ed illusori risparmi economici da riduzione dei parlamentari assumono una veste simbolica di riduzione dello spazio pubblico a vantaggio di quello privato, di contrazione dello spazio collettivo, legata alla spesa pubblica ed agli organi di rappresentanza, a vantaggio di quello individuale, che rivendica spazi di libertà fiscale. 

Si tratta, insieme alla piratesca e perenne riproposizione di forme di premierato, dell’ultimo frutto avvelenato di una stagione antipolitica, nella quale sguazzano a loro agio  gli interpreti della pancia rancorosa ed individualista del Paese: Renzi, Salvini, i pentastellati.

Sarebbe tuttavia un errore grave, in prospettiva storica, associare a questo periodo particolarmente tormentato della nostra storia il vento dell’antipolitica. L’antipolitica è una costante storica del nostro popolo. La troviamo negli sciagurati che tifavano per la magistratura eterodiretta nel periodo di Tangentopoli, in certe tonalità bonapartiste e liquidatrici del tardo craxismo, nella formulazione compiutamente antipolitica, anti istituzionale e individualista del Fronte dell’Uomo Qualunque di Giannini nel secondo dopoguerra, nei bivacchi di manipoli e nell’antiparlamentarismo viscerale del fascismo, nell’anarchismo eversivo tardo ottocentesco ed in alcuni tratti del garibaldinismo e potremmo risalire ancora, fino a Masaniello.

Tale costante culturale e psicologica che si agita nell’ombra del popolo italiano tende ad emergere nelle fasi di crisi o di transizione, dove lo Stato ed i suoi apparati vengono vissuti come una odiosa elite che sottopone il popolo ad odiose restrizioni, tasse esagerate o grandi iniquità. Tende invece a sparire sottotraccia nelle fasi di stabilità politica e sociale, come ad esempio il lungo periodo giolittiano o i Trenta gloriosi sostituito, però, almeno in larghi strati della popolazione, da una forma di passività, di inerzia e disinteresse rispetto alla politica, che evidenzia come essa se ne senta comunque lontana, anche nelle fasi più favorevoli.

I motivi di questo peculiare antistatalismo ed antipoliticismo degli italiani sono complessi, a mio modo di vedere derivano dallo sgretolamento dell’unità politico amministrativa dell’Impero romano, a partire dalla quale non si ebbe più uno Stato unitario nazionale, dalla lunga dominazione di popoli e Stati stranieri, che crearono entità statuali non sentite come proprie dai sudditi, dalla influenza nefasta del lunghissimo confronto tra Chiesa secolarizzata e Impero, che insegnarono agli italiani una visione opportunistica, trasformista e violenta dello Stato, all’azione colonizzatrice della monarchia sabauda, che unifico’ il Paese sottomettendolo militarmente e reprimendone brutalmente ogni istanza autonomistica, creando una lunga onda di risentimento ed estraneità dagli apparati statali, specie nel Sud Italia.

Ma, al netto delle ragioni di tale atteggiamento, esso esiste, si manifesta in modo esplicito e distruttivo nelle fasi di crisi, quasi come fosse una specie di rimedio catartico all’angoscia sociale tipica di tali fasi. E si presenta anche oggi, che siamo in una fase di crisi e transizione.

Essendo parti integranti del nostro modo di essere, l’antipolitica e l’antikasta non si possono battere, si possono però tenere sotto controllo. Perché se non controllata, tale tendenza produce o fasi reazionarie (vedi fascismo)  o spinge chi vi si oppone a costruire, per autodifesa e per spegnere il dissenso distribuendo qualche briciola, a forme di politica trasformistiche e consociativo/corruttive (vedi Giolitti e Dc nelle fasi in cui hanno dominato).

Questa tendenza si tiene sotto controllo educando le masse, come si sarebbe detto in tempo, ovvero inserendole dentro sistemi politico culturali che esaltano la dimensione collettiva e solidale non in antitesi, ma in parallelo a quella individuale, come fossero due dimensioni coeve e mutuamente alimentantisi, come fecero il socialismo, il comunismo, il repubblicanesimo e il cattolicesimo sociale.

E si controlla portando il Paese fuori dalla crisi: a pancia anche solo per metà piena, ma con un futuro garantito, l’italiano medio tende a delegare la gestione politica, a tollerarla, quindi a non rivendicare lo smantellamento degli organi istituzionali e dei corpi intermedi.

Riccardo Achilli

tratto dal Blog personale dell’autore  https://achilli.blogspot.com

Basta con le bugie, tornare alla ragione. La scelta socialista per l’Italia del futuro, di Angelo Sollazzo

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Angelo Aran

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Il tracollo della politica iniziò con Berlusconi, con il suo movimento di rampanti ed attricette, con i suoi ristoranti pieni e con menzogne a piene mani, promettendo agli italiani di arricchirli tutti come lui.
Ma tutta la seconda repubblica è stata attraversata da personaggi in cerca di autore , populisti di basso ordine, arruffoni e dilettanti. Nascevano e morivano sigle senza alcuna cultura politica di riferimento, si annunciavano rivoluzioni, secessioni e miracoli liberisti che sono svaniti nel corso di qualche anno.

Dopo il binomio Berlusconi e Bossi, arrivavano altri due campioni del populismo a basso costo, Renzi e Grillo, le due facce della stessa medaglia. Se i nuovi personaggi avessero dimostrato sul campo capacità politiche, impegno concreto e risultati evidenti, tutti avevamo il dovere di applaudirli e riconoscere le loro qualità.

Purtroppo al dilettantismo evidente hanno aggiunto tracotanza, presunzione e cattiveria che ormai tutti hanno individuato e condannato.

Renzi spregiudicato all’inverosimile, mentitore seriale, ha inanellato una sfilza di sconfitte e dopo averci assicurato l’abbandono dalla politica, ritorna in campo sparandole più grosse di prima. Un’etica comportamentale di politici veri, comporterebbe le dimissioni dopo tante e tali sconfitte, invece nulla, si fa finta di niente e si addossano tutte le colpe della grave situazione a chi c’era prima. Ora acclarato che i suoi predecessori non hanno certo brillato per le loro qualità politiche, Renzi ha guidato uno dei governi più longevi della storia repubblicana, mille giorni al comando quando notoriamente nel nostro Paese non si riesce a resistere più di un anno. Ora o siamo di fronte ad una bella dose di faccia tosta, oppure ci troviamo nel settore della neuro-psichiatria. E non si può neanche dire che il Governo era sostenuto da numeri ballerini, vista la consistenza della maggioranza parlamentare. La verità è che il Nostro, pieno di se e dall’alto della sua presunzione, ha voluto sfidare gli italiani impegnandosi per oltre un anno a promuovere una riforma costituzionale bislenca, a proporre provvedimenti a favore dei suoi amici bancari ed industriali, e ad elargire mance elettorali che invece di sostenere l’economia l’hanno depressa.
Per non parlare degli scandali e delle inchieste giudiziarie di fronte alle quali i reati della prima repubblica impallidiscono e da considerare furti di merendine.
Non una sola delle pseudo-riforme e degli interventi di Renzi hanno funzionato, dal JobsAct, alla Buona Scuola, alla Pubblica Amministrazione, alla RAI, alla Ricostruzione post-terremoto, agli impianti petroliferi in Lucania, al sistema bancario , insomma una serie di disastri.
Ora il PD sta versando in una crisi profonda, ha subito una chiara mutazione genetica ed i sondaggi lo portano ad oscillare intero al 25%. E’ il capolavoro renziano.
Parlare del Movimento Cinque Stelle fa tenerezza. Grillo dopo che nella sua naturale veste di comico, spaccava i computers sui palcoscenici, responsabili di travisare le idee dei giovani, oggi ritiene che la Rete rappresenti l’unica verità assoluta e forma avanzata di democrazia.
Bisognerebbe parlarne con i circa venti milioni di italiani, non più giovani, che di internet pronunciano solo il nome , ovvero a coloro che abitano in montagna, nei borghi sperduti dove il segnale neanche arriva. La democrazia è partecipazione di tutti e non di parte della popolazione.
Per correttezza occorre rilevare che molte delle proteste del movimento hanno un certo senso di verità. Le loro denunce sono spesso vere non campate in aria. Ma tutto si ferma qui. Quando si passa dalla protesta alla proposta il meccanismo grillino s’incaglia. Certamente occorreva dar tempo ai nuovi arrivati della politica, di prepararsi, di conoscere, di studiare, ma dopo circa cinque anni dilettanti erano e tali sono restati.
Sarà complicato indicare un Capo del Governo che sbaglia i congiuntivi, e confonde il Cile con il Venezuela, ovvero il candidato Ministro degli Esteri che chiede i vaccini gratuiti che lo sono sempre stati. Per non parlare del disastro nella gestione delle Amministrazioni locali, che, accantonati gli aspetti giudiziari, mostrano chiaramente la loro inadeguatezza. Raggi a Roma e Appendino a Torino non sono in grado di dirigere grandi città. Dilettanti allo sbaraglio.
Il PD azzoppato, collocato in una posizione di centro-destra, che attua il programma berlusconiano, nulla ha più a che fare con la sinistra del nostro Paese. Bisognerà che qualcuno lo dica anche al PSE , che non pare l’abbiano capito.
Nel passato circa venti milioni di italiani votavano a sinistra, comunisti, socialisti, formazioni di sinistra varie. Sono tutti morti? Non lo si ritiene possibile visto che circa la metà della popolazione si astiene dal voto. Non votano più Renzi dopo le cocenti delusioni, non votano certamente Cinque Stelle che sono piuttosto da ascrivere a posizioni di destra. Allora a sinistra qualcosa non funziona.
Dopo l’eclatante risultato del Referendum, a cui i Comitati Socialisti per il NO diedero un contributo importante, sembrava che si muovessero nel Paese gruppi e partiti che avevano veramente a cuore la ricostruzione di un tessuto politico di sinistra. Vennero convocate e tenute iniziative pubbliche di rilievo, al Brancaccio, a Piazza Santi Apostoli e per i Socialisti alla Bonus Pastor. Una sola invocazione: tutti insieme per una lista unitaria della sinistra alle Elezioni. Ciò anche in previsione di una legge elettorale proporzionale. Convergenze, adesioni, manifestazioni in tutta Italia. Poi il meccanismo si inceppa. Qualcuno si dice più bravo dell’altro, la rete moderata non accetta le fughe in avanti di quella estrema, si litiga sul leader futuro ed anche su chi deve essere citato o deve parlare nelle manifestazioni. La presunzione e l’arroganza lasciamole a Renzi. Serve da parte di tutti una buona dose di umiltà.

Vecchio vizio della sinistra che si divide prima ancora di unirsi. Una cosa è certa, non si può essere assenti dalla tenzone elettorale, ognuno deve essere disponibile a fare qualche passo indietro senza sentirsi menomato, nessuno deve ritenersi unto dal signore e pretendere ruoli che si guadagnano sul campo. In Italia vi è una forte domanda politica di sinistra, purtroppo manca l’offerta. Allora facciamo uno sforzo tutti insieme, nessuno deve restare indietro , tutti devono poter giocare in serie A, e solo dopo scopriremo il vero goleador.

I socialisti non possono che giocare in tale squadra e fare la stessa partita. Non esiste un Partito che si chiama socialista e che può avallare le scelte scellerate del renzismo. Sarebbe una contraddizione in termini. Per questo motivo nasce Socialisti in Movimento, un’Associazione e non un Partito, a cui hanno aderito parte significativa degli iscritti al PSI e tantissimi militanti sfiduciati ed allontanatisi nel passato. L’Unità dei Socialisti si può raggiungere su un terreno squisitamente politico. Chiara collocazione a sinistra, presa di distanza da Renzi e dal renzismo, ritorno ai fondamentali del Socialismo per riprendere la lotta in difesa dei ceti meno abbienti e dei lavoratori. Il nuovissimo renziano non ci appartiene, rifare la democrazia cristiana riveduta e peggiorata non è cosa nostra, il socialismo rappresenta l’ideale più alto della storia dell’umanità, oggi ritorna ad essere moderno ed attuale di fronte ai fallimenti dei rottamatori nuovisti che sono sulla strada del tramonto. Quando si fa politica solo per garantirsi il seggio per se o per i suoi amici, prima o poi si viene travolti. Senza ideali non si può fare politica. Per un quarto di secolo gli ideali e le culture politiche erano state accantonate. Oggi la cultura socialista, dopo il fallimento delle altre, è l’unica in grado di dare risposte concrete alla crisi che attanaglia il Paese. Insieme si, ma con una linea politica chiara, con democrazia interna e trasparenza nei comportamenti.

Gli egoismi e le furbizie non pagano più, è superfluo rinvangare gli errori fatti dalle dirigenze nel recente passato. Riflettiamo insieme per tornare insieme.

Angelo Sollazzo