Mese: marzo 2020

Rinviato il Referendum del 29 di marzo. Adesso tutti in marcia per le ragioni del No! di Adriano Sgrò

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Il nostro appello ha conseguito il primo risultato: impedire una consultazione in condizione di grande difficoltà nel paese. Alla ipotesi di danneggiamento della rappresentanza parlamentare e democratica stava per aggiungersi una ulteriore grave lesione con un voto in condizioni problematiche.

Adesso con le donne e con gli uomini della Cgil che si battono quotidianamente a fianco dei pensionati e di chi lavora dobbiamo condurre una campagna informativa per contrastare questa bruttissima modifica costituzionale.

Le ragioni del No stanno dentro un percorso contro il danneggiamento della Democrazia e della rappresentanza diffusa delle ragioni del mondo del lavoro, di genere e territoriale.Abbiamo quindi davanti a noi la possibilità di contrastare questo attacco alla nostra Costituzione e vogliamo dimostrare che la qualità della vita democratica si garantisce con l’allargamento della partecipazione alla vita politica e sociale del paese.

Possiamo ridurre i privilegi e razionalizzare le retribuzioni dei parlamentari ma non dobbiamo accettare una compressione della Democrazia e della piena rappresentanza parlamentare di rango costituzionale. Per il No con le ragioni del mondo del lavoro e per salvare la Democrazia parlamentare.

Adriano Sgrò

Coordinatore nazionale ‘Democrazia e Lavoro’

Gli effetti della riduzione dei parlamentari. Del fare riforme senza badare alle conseguenze. di Salvatore Curreri

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Inutilmente si cercherebbe nella discussione sviluppatasi sulla riduzione del numero dei parlamentari un approfondimento degli effetti che tale riforma avrebbe sull’organizzazione e sul funzionamento delle camere. Prova ne sia che manca al riguardo una disposizione transitoria, come invece ci si è preoccupati di approvare per garantire l’applicabilità delle leggi elettorali indipendentemente dal numero dei parlamentari (dal titolo della legge n. 51/2019).
Eppure sono tutt’altro che irrilevanti le conseguenze che la sensibile (pressoché un terzo) e drastica (nel senso di non organica) riduzione dei parlamentari è destinata a produrre e che vanno, a mio modesto parere, in direzione esattamente contraria agli obiettivi di maggiore efficienza e produttività che si vorrebbero conseguire; obiettivi che dipendono principalmente non dal numero dei componenti di Camera e Senato ma dalla loro capacità di organizzare in modo efficiente i loro lavori.
Certo, si potrebbe subito obiettare, la Camera dei deputati potrebbe organizzarsi e funzionare anche con 400 deputati, dato che il Senato si è sinora organizzato ed ha funzionato con 315 membri. Ma siamo così sicuri che il Senato possa continuare a svolgere le proprie attuali funzioni, eguali a quella della Camera, con appena 200 senatori?
Non si tratterà, infatti, come banalmente si potrebbe pensare, di ridurre i quorum oggi previsti (peraltro come? in proporzione o in misura inferiore? fissando un numero fisso o una frazione?) per attivare una procedura o per presentare un atto parlamentare ma di ripensare tutta l’organizzazione strutturale delle camere.
Si pensi, in primo luogo, alle norme parlamentari sui gruppi politici (gruppi parlamentari e, nella sola Camera, componenti politiche del gruppo misto) che oggi prevedono per la loro costituzione un certo numero di deputati e senatori, che andrà ovviamente ridotto (in proporzione?). Ciò però comporterà la riduzione di quorum numerici già bassi, come nel caso dei tre deputati richiesti per essere autorizzati dal Presidente della Camera a costituire una componente politica nel gruppo misto: si dovrebbero ridurre a due? Oppure basterebbe un solo deputato, introducendo quell’ossimoro che sono i “gruppi monocellulari”?
In secondo luogo, ad un numero ridotto di parlamentari corrisponderebbe ovviamente la riduzione del numero dei componenti delle attuali 14 commissioni – che sono il vero motore dell’attività parlamentare –, con conseguente notevole aggravio di lavoro. Al Senato, addirittura, avremmo commissioni composte da appena 13-14 senatori, con la conseguenza che per approvare una legge basterebbe, in assenza della richiesta di rimessione in Aula di un quinto dei suoi membri (art. 72.3 Cost.), il voto favorevole di appena quattro senatori (13:2=7 numero legale, 7:2=4 maggioranza richiesta). Si potrebbe rimediare accorpando le commissioni del Senato, ma una simile modifica andrebbe per simmetria estesa anche alla Camera dei deputati e comporterebbe comunque il loro disallineamento rispetto alle attuali corrispondenti strutture ministeriali.
Il problema della composizione delle commissioni parlamentari non riguarda solo la riduzione dei loro membri ma anche il criterio su cui essa si deve prevalentemente basare. La regola costituzionale per cui le commissioni devono essere “composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari” (art. 72.3) si è finora prestata, e ancor di più si potrebbe in futuro prestare in presenza di numeri più ridotti, a due opposte applicazioni. Se si privilegia, infatti, la stretta rappresentanza proporzionale, le forze politiche di minoranze potrebbero non essere presenti in tutte le commissioni. All’opposto, se si vuole dare loro rappresentanza in tutte, designando un singolo parlamentare in più commissioni, tali forze politiche finirebbero per essere sovra-rappresentate rispetto alla loro effettiva consistenza proporzionale. Ma c’è di più. Nella seconda ipotesi, i parlamentari facenti parte di più commissioni parlamentari, nel caso non facilmente evitabile di sedute concomitanti, non avendo il dono della bilocazione, dovrebbero inevitabilmente scegliere in quale essere presenti, privando così la loro forza politica della possibilità di esercitare la fondamentale funzione legislativa, ispettiva e di controllo, specie se di opposizione.
Il dilemma tra la prevalenza della proporzionalità sulla rappresentatività (a scapito dei gruppi minoritari) o, al contrario, della rappresentatività sulla proporzionalità (sovra-rappresentando i gruppi minoritari rispetto alla loro effettiva consistenza numerica) si porrebbe anche in relazione della riduzione del numero dei membri di quegli organi finora considerati a composizione fissa: in entrambe le camere gli uffici di Presidenza (16 componenti) e le Giunte per il regolamento (10); al Senato la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari (23); alla Camera la Giunta delle elezioni (30), quella per le autorizzazioni (21) ed il Comitato per la legislazione (10). Anche in questi organi la riduzione dei loro membri potrebbe comportare l’estromissione dei rappresentanti dei gruppi di minoranza, compromettendo il criterio di rappresentatività su cui si è sinora basata la loro composizione.
Quando chi scrive si è permesso di fare presenti queste criticità in sede di audizione presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato si è sentito rispondere che questo “però è un argomento che può essere «facilmente» (basta averne la volontà) ricalibrato sulla base di alcune modifiche da apportare ai Regolamenti di Camera e Senato, che nulla hanno a che vedere con la riforma costituzionale in questo momento oggetto di discussione. Starà poi ai parlamentari che verranno, che si troveranno ad avere un numero inferiore, decidere, mediante le modifiche regolamentari, come meglio articolare i lavori” (on. Macina, seduta del 26 marzo 2019, corsivo mio).
Ma siamo sicuri che “l’intendenza seguirà”? E, se anche fosse, siamo sicuri che si riuscirà in sede regolamentare a porre rimedio alle criticità sollevate?
Chi scrive è perfettamente consapevole del fatto che oggi come mai criticare la riduzione del numero dei parlamentari è come offrire il petto al plotone d’esecuzione. Eppure, come ho cercato di dimostrare, quella che apparentemente può sembrare una mera questione di numeri e/o di costi è invece destinata a produrre effetti negativi di non poco conto, anche sul piano parlamentare, dai più ignorati ma non per questo meno gravi.

Prof. Salvatore Curreri – Università di Enna “Kore”

tratto dal sito: http://www.lacostituzione.info/

Il PD … e la strategia dello struzzo. di Sergio Bagnasco

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Il PD è per il SI al taglio dei parlamentari ma anche per una legge elettorale proporzionale e per le riforme costituzionali già avviate in Parlamento.

Il PD sta dicendo: “il taglio da solo produce danni, ma con la nuova legge elettorale e con altre riforme costituzionali rimedieremo a questi danni”.

Forse il PD non ha capito che il 29 marzo si vota SOLO per il taglio dei parlamentari e non per una nuova legge elettorale e per altre proposte di riforma costituzionale che sono ancora ben lontane dal traguardo.

Votando SI al taglio dei parlamentari il danno sarà certo e poi si vedrà.

Si tratta di una posizione irricevibile.

Quanto ipotizzato – ben lungi dall’essere realizzato – non risolve i problemi generati dal taglio dei parlamentari, ma semplicemente li mitiga.

L’eventuale legge elettorale proporzionale non costituisce una garanzia perché la prossima maggioranza parlamentare potrebbe approvarne una di segno contrario.

In ogni caso, il taglio di oltre il 36% dei parlamentari ha effetti distorsivi maggioritari con qualsiasi legge elettorale, tranne il caso in cui si vada al collegio unico nazionale tanto alla Camera quanto al Senato, ipotesi esclusa dalle proposte in campo.

Dal numero delle Circoscrizioni elettorali dipenderà l’effettivo tasso di proporzionalità della nuova legge.
Più aumenta il numero delle circoscrizioni più basso è il tasso di proporzionalità.

Spieghiamoci.

Adesso, abbiamo 27 circoscrizioni alla Camera più la Valle d’Aosta.
La circoscrizione Piemonte1 con il taglio eleggerebbe 15 deputati. La soglia naturale per avere un eletto sarà quindi 6,6%; con 630 deputati il Piemonte1 ha 23 deputati e la soglia naturale è il 4,3%.

Ecco l’effetto distorsivo del taglio dei parlamentari.

Non basta dire “proporzionale” se almeno non si indica il numero magico delle circoscrizioni.

In ogni caso, da 27 anni rischiamo di scivolare verso un sistema maggioritario e non è questo in sé il danno, ma il fatto che nella nostra Costituzione non ci sono garanzie e contrappesi nel caso di un sistema elettorale maggioritario o misto come quello vigente.

Si direbbe che la politica non abbia ancora compreso lo scenario reso possibile dal fatto che una minoranza si trasformi, per effetto di un meccanismo elettorale, in maggioranza parlamentare.

Significa che questa minoranza può
– eleggersi il proprio presidente della Repubblica
– controllare la Corte Costituzionale
– modificare a proprio piacimento la Costituzione.

Le riforme costituzionali messe in cantiere non risolvono i problemi reali perché si occupano solo di uniformare l’elettorato attivo per Camera e Senato, ridurre il numero dei delegati regionali per l’elezione del presidente della Repubblica, modificare il criterio regionale per la ripartizione dei seggi.

Servirebbe anche:
1) modificare il criterio di elezione del PdR, perché è assurdo che dal terzo scrutino basti la maggioranza dell’Assemblea
2) modificare il criterio di revisione della Costituzione, per introdurre almeno l’obbligo del referendum confermativo
3) modificare il criterio di elezione dei giudici della Corte Costituzionale, perché una minoranza non deve controllare 10 giudici su 15
4) introdurre garanzie per le opposizioni e le minoranze
5) costituzionalizzare il criterio elettorale, perché siamo da quasi tre decenni in una fase di instabilità elettorale.

L’ultimo punto è singolare. Tanti parlano a vanvera di allineamento all’Europa, ma ignorano che su 27 Stati membri UE,
– 16 prevedono la costituzionalizzazione del sistema elettorale con procedimento legislativo aggravato (Spagna, Portogallo, Estonia, Slovenia, Repubblica Ceca) o con procedimento ordinario (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Svezia);
– 3 Paesi (Romania, Ungheria, Grecia) prevedono un procedimento legislativo aggravato senza costituzionalizzazione del sistema elettorale.

Solo in 8 Paesi la legge elettorale è regolata dalla legge ordinaria senza ulteriori procedure: Italia, Francia, Germania, Cipro, Bulgaria, Lituania, Slovacchia, Croazia.
Tra questi ultimi, tutti tranne l’Italia hanno contrappesi, più o meno forti, estranei al nostro sistema.

In conclusione, il taglio di oltre il 36% dei parlamentari apre un rischio concreto per il nostro sistema fondato sul principio di rappresentanza perché si coniuga con la perenne instabilità elettorale (siamo alla sesta legge elettorale nazionale in appena 27 anni) e con l’assenza di contrappesi e garanzie, poiché tutto il nostro sistema costituzionale è stato pensato in ottica proporzionale.

Questo referendum costituzionale è il più assurdo nella nostra storia perché il tema del quesito non è la modifica dei rapporti tra Stato e Regioni o del bicameralismo perfetto o altre questioni serie, ma il taglio lineare dei parlamentari spacciato come intervento innocuo.

Dietro questa proposta non c’è un’idea di riforma dello Stato, ma soltanto disprezzo per la democrazia parlamentare, che nel disegno originario dei proponenti si voleva sostituire con un’idea puerile di democrazia diretta coniugata con il vincolo di mandato, con tanto di contratto e di penali per ottenere obbedienza.

Questo taglio, con evidenza, renderà più lento il funzionamento delle Camere. Tolti i numerosi parlamentari che compongono il governo, dalla prossima legislatura sarebbe arduo far funzionare le Commissioni da cui parte il procedimento legislativo.

Non far funzionare il Parlamento significa rafforzare l’esuberanza dell’esecutivo che da anni esautora il Parlamento. A questo punto, a cosa servirà il Parlamento? Basta una assemblea dei Capi partito, ciascuno con un potere di voto che vale in rapporto ai consensi raccolti alle elezioni, così il Parlamento diventa come una assemblea dei soci di una società.

Votare NO il 29 marzo è l’unica scelta possibile per avviare un progetto riformatore serio e meditato.

L’alternativa è fare lo struzzo!

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Sergio Bagnasco