Referendum

La grande truffa del taglio dei parlamentari. di Nicolino Corrado

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Alla fine, il 20 settembre andremo a votare per il referendum confermativo sul taglio dei parlamentari. Catalizzando decenni di lamentele da bar e di fantasie della gente comune sulla bella vita degli onorevoli, il Movimento 5 stelle, accozzaglia eterodiretta nell’ombra da una società, è riuscito a portare all’ultimo miglio la sua proposta di svalorizzazione delle istituzioni rappresentative della repubblica. Nel farlo non ha incontrato nessuna opposizione; anzi, ha avuto l’appoggio opportunistico delle altre forze parlamentari, anche di quelle, come il PD, che, in base alla passata difesa della “centralità del parlamento”, avrebbero potuto organizzare un decisa opposizione al delirio pentastellato, ma che per viltà, per opportunismo, per timore di perdere voti, si sono accodate a questa grande truffa ai danni del popolo italiano. 

Non apparteniamo alla schiera dei difensori ad oltranza della “Costituzione più bella del mondo” (Roberto Benigni dixit), anzi, ci rendiamo conto da decenni che essa necessita di aggiustamenti nella parte relativa ai pubblici poteri, per adeguarli ad una società civile che non è più quella uscita dalla macerie della seconda guerra mondiale. Ma siamo consapevoli, altresì, che nel procedere a queste riforme, occorre avere la consapevolezza che una costituzione è un organismo vivente, che ha un proprio equilibrio, che modificando una sua parte si producono conseguenze sul tutto. Una costituzione liberaldemocratica, qual è la nostra, vive di un equilibrio delicato all’interno dei suoi organi e tra i suoi organi, di pesi e contrappesi, di “checks and balances”.

Invece, l’iniziativa dei pentastellati e dei loro compagni di strada interviene con un taglio di spada sulle rappresentanza delle due camere in nome dei risparmi di spesa e dell’efficienza che si raggiungerebbero, non ponendosi alcuna domanda sui contraccolpi determinati dalla riduzione dei parlamentari sulle procedure parlamentari e sulle rappresentanze dei territori, indice questo di una mentalità semplicistica e demagogica, della ventata antipolitica che svaluta il parlamento al posto del quale meglio farebbero – nelle varie tendenze – o il Presidente della Repubblica o il partito o i capigruppo parlamentari in veste di consiglio d’amministrazione.

Il governo in carica, abbinando il referendum con elezioni amministrative in alcune regioni e comuni ha da parte sua, ha dato la propria dimostrazione di svalorizzazione del referendum, perchè la campagna elettorale in tali realtà sarà monopolizzata da partiti e candidati. Ci sarà una distorsione dell’afflusso al voto: grazie all’effetto traino, i votanti al referendum saranno più numerosi dove si svolgono le elezioni amministrative.

Venendo al merito del referendum, il taglio di 215 deputati su 630 e di 115 senatori su 315 (circa il 36% del totale) sembrerebbe vantaggioso economicamente (una tazzina di caffè al giorno per ogni contribuente!), ma non essendo compreso in progetto di riforma più organico di riforma, lungi dal rendere più efficienti le Camere, si rivela una vera sciagura per il funzionamento delle funzioni di indirizzo e di controllo e del procedimento legislativo.

Territori di una certa vastità avrebbero pochi rappresentanti parlamentari, in altri si avrebbe una rappresentanza maggioritaria di fatto, elevando cosi in modo contradittorio la soglia della rappresentanza in un periodo di crisi della rappresentanza, a causa della riduzione del numero dei parlamentari i gruppi parlamentari piu piccoli non potrebbero esprimere rappresentanti  in tutte le commissioni in cui (in sede legiferante) vengono approvate la maggior parte delle leggi.

I propugnatori del taglio, inoltre, sono tutti responsabili maggiori del fondamentale fattore di debolezza e perdita di prestigio del Parlamento: non la quantità, ma la scarsa qualità dei suoi membri. L’esorbitante numero di leggi elettorali sfornate dopo la caduta della prima repubblica ha prodotto un ceto parlamentare di nominati dai vertici di partiti, i quali non sono più i luoghi di selezione e le scuole di politica di una volta, ma entità oligarchiche o proprietà di un solo leader (ed a tale definizione non sfuggono i movimenti populisti paladini del “nuovo”): risultato, un  personale politico impreparato che spesso non ha alcuna esperienza politica o amministrativa, che produce leggi e, perfino, dichiarazioni e interviste alla stampa di scarsa qualità.

Il problema del Parlamento italiano non è il numero dei suoi membri, ma (come per altri organi costituzionali) il costo complessivo delle istituzioni Camera e Senato (spese generali e personale). Per i parlamentari il problema è rappresentato dal basso livello della loro qualità: per risolverlo sarebbero necessari partiti politici regolati per legge, in grado di selezionare e proporre all’elettorato candidati in possesso di quella qualità politica che gli attuali onorevoli non hanno.

Quindi, il 20 e 21 settembre alle urne, a respingere con un NO socialista e riformista la grande truffa del taglio dei parlamentari!

Nicolino Corrado

Articolo pubblicato al link:

https://www.socialismoitaliano1892.it/2020/08/25/la-grande-truffa-del-taglio-dei-parlamentari/?fbclid=IwAR2MeoCUA0CC_Bh3fIlS8K3vzw3qX3HEl03_zuvLhW6oWkWtxY1QVTC-wdg

Votare NO. di Alberto Angeli

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Chi contro all’opinione d’altri ha predetto il successo di una cosa nel modo che poi segue, non si pensi che i suoi contraddittori, veduto il fatto, gli dieno ragione, e lo chiamino più savio o più intendente di loro: perché o negheranno il fatto, o la predizione, o allegheranno che questa e quello differiscano nelle circostanze, o in qualunque modo troveranno cause per le quali si sforzeranno di persuadere a se stessi e agli altri che l’opinione loro fu retta, e la contraria torta”.  (Leopardi – Pensieri ). Dunque, nessun accordo tra PD e i 5stelle sul voto del 20 e 21 settembre, che interesserà circa 18 milioni di votanti e 7 regioni, oltre a 2000 votazioni di enti locali. Chi aveva avanzato una previsione ( magari ricorrendo al principio di falsificabilità della predizione scientifica ricorrendo a Popper ) “ ha predetto il successo di una cosa” che sarà negata da altri, sicuramente dai 5stelle, i quali si potranno rifare con il successo che pronosticano di poter conseguire con la conferma del taglio dei parlamentari. Questo risultato negativo si aggiunge agli altri insuccessi politici che il PD, soprattutto Zingaretti, avrà annotato nel suo blocco notes, la cui lista comincia ad essere di notevole peso, alla quale potrebbe aggiungersi il risultato elettorale del 20/21 settembre e, senza una sua pronta e decisa reazione, anche quello del referendum sul taglio dei parlamentari.

L’inganno è stato atroce. Il voto dei 5stelle su alleanze e mandato, cui è seguita l’amletica risposta di Di Maio, è stato come il canto delle Sirene per Zingaretti, confortato poi dall’intervento di Conte, che ha caldeggiato il sogno di un’alleanza PD 5stelle, almeno in questo presente, per poter gestire lui i prossimi importanti passaggi fino alla elezione del nuovo capo dello Stato, cioè alle soglie del 2022. Ora, per il PD, è il momento di svegliarsi e prendere coscienza che solo ritornando nella realtà della storia, della sua origine, può arginare la deriva caotica e pericolosa per la democrazia, che si prospetta nel caso prevalga, magari per pochi voti, la linea dei 5stella sul taglio dei parlamentari.  Infatti, ormai dovrebbe essere chiaro che la tagliola autoritaria sulla quale si voterà il 20/21 settembre, serve ai 5stelle per obiettivi incompatibili con la democrazia e con una visione dello stato fondato sul mandato parlamentare ( non populista ) e fermamente ancorato ai principi costituzionali quale unica garanzia per uno svolgimento ordinato e autorevole del potere rappresentativo.

In questo convulso momento i socialisti, e ciò che rimane della sinistra e del liberalismo democratico, sono gli unici ad organizzare una resistenza contro il tentativo di trasformare ( non riformare ) la nostra democrazia e il sistema parlamentare, attivandosi nei modi che le difficoltà organizzative e scarsità dei mezzi informativi concedono loro per richiamare l’attenzione dei cittadini a votare NO al referendum. L’affermazione del NO annichilirebbe il disegno dei 5stelle e concederebbe alla sinistra una nuova possibilità di ricostruire un fronte di lavoro e riorganizzare la sua presenza nel difficile processo politico che segnerà il presente e il futuro del nostro paese. Solo la sinistra, allora, riacquistata la sua funzione, potrà dare corso alle riforme di cui tutti avvertiamo la necessità: istituzionali, mercato del lavoro, ambiente, clima, formazione, sanità, ricerca, welfare, previdenza, e lotta per il superamento delle disuguaglianze e le discriminazioni di genere, di razza e di religione.

Ecco, votare NO il 20 e il 21 può determinare questi cambiamenti. Lavoriamo per un successo di questa linea e per sconfiggere la destra e il disegno di trasformazione del nostro sistema democratico.

 

Alberto Angeli

Facciamo del Referendum sul taglio dei Parlamentari un’occasione per sconfiggere Conte e i 5stelle. di Alberto Angeli

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Una ricerca sulle teorie della Personalità, condotta con pazienza e ridotta ad una sintesi del pensiero psichico/comportamentale, ci porta ad assimilare quella del nostro Primo Ministro alle più dotte descrizioni   che la scienza ha potuto produrre su questa materia. Una personalità di rilievo, quella di Conte, il quale, dopo l’esito positivo del vertice in cui è stato deciso il quantum del Recovery Fund, ci ha donato un saggio emblematico della sua indole vanitosa e opportunistica, annunciando che sarà lui a gestire questo aiuto dell’Europa, ( come altre partite importanti: controllo dei servizi segreti, le telecomunicazioni e la fibra, immigrazione e tante altre ) limitando il ruolo del Parlamento e delimitando quello dei partiti che lo sostengono. Allora è un fenomeno, si dovrebbe essere indotti ad esclamare: niente affatto, è solo un furbo che profitta della pigrizia del PD ad imporre ai 5stelle il rispetto degli accordi, almeno di quei punti che dovevano giustificare ( e qualificare ) l’intesa di Governo ed evidenziarne la discontinuità con il Conte uno. Che dilemma, per il PD, e quale frustrazione scoprire quale sia il vero obiettivo di Conte: superare e vincere il referendum sulla riduzione dei parlamentari, e su questa vittoria costruire la sua possibile candidatura alla Presidenza della Repubblica. Non solo quindi l’accordo su cui si è costruita questa maggioranza  non vedrà realizzarsi almeno una delle richieste del PD, ma questo partito non potrà neppure pensare o mettere in atto una crisi di governo, per non assumersi la responsabilità della catastrofe sociale e economica che si abbatterebbe sul Paese se la pandemia dovesse riesplodere nei termini vissuti.

E tuttavia il PD potrebbe trovare una via d’uscita rivedendo la sua posizione sul referendum, poiché la riforma elettorale, con il sistema  proporzionale, fatica a trovare l’accordo della maggioranza. Magari lasciando ai propri iscritti e simpatizzanti la libertà di esprimersi il 20 e 21 settembre, sperando che la riforma sia sonoramente bocciata.  Un tale risultato rimetterebbe in gioco il PD e spingerebbe i 5stelle ad una crisi di identità, avendo perso quella che dagli stessi pentestellati è considerata, per antonomasia, la più qualificante e importante, appunto perché un diretto attacco alla democrazia parlamentare costruita dopo la sconfitta del fascismo. E anche Conte sarebbe indotto a rivedere i suoi obiettivi, poiché si determinerebbe, inevitabilmente, una crisi di governo voluta dai 5stelle come reazione alla sconfitta e al giusto comportamento del PD, doverosamente chiamato dalla realtà a collocarsi dalla parte della democrazia.  Questo si prospetta come l’unico percorso per bloccare una personalità pericolosa per le sorti del Paese e per recuperare il PD a rientrare nelle file delle forze progressiste e riformiste, e riportare nella normalità il confronto politico. Un’occasione, quella del referendum, per sconfiggere il disegno dei 5stelle e di Conte, da non perdere e sulla quale richiamare il PD a riflettere e decidere per il bene del paese.

D’altro canto, se pensiamo che non esiste una sinistra strutturata, organizzata, articolata sul territorio, tenuta insieme da un’idea, un pensiero, un obiettivo sul futuro del nostro Paese, il suo orizzonte assolutistico non ha limiti. E questo deve impensierire tutti, tutti quelli che con preoccupazione vivono le quotidiane difficoltà di questo lungo periodo di crisi covid-economica: chi non ha lavoro ma tanta miseria, i giovani senza futuro, le preoccupazioni di milioni di famiglie sull’imminente anno scolastico su cui pesa l’incognita della pandemia, gli anziani sui quali Thanatòs, Cavaliere dell’apocalisse, ha già esercitato la sua violenza e gli esclusi. E poi, i grandi problemi del momento: ambiente, clima, immigrazione, terrorismo, guerra e conflitti tra Paesi e all’interno degli stessi, e tutto ai nostri confini, generati dallo scontro tra fazioni e gruppi di potere di varia natura religiosa, dietro la regia di Stati non proprio disinteressati.  Ma allora, è vero, solo un Dio può salvarci?  ( Martin Heidegger). Oppure, bisogna guardare altrove: “Voi , uomini superiori , imparate questo da me : sul mercato nessuno crede a uomini superiori . E, se volete parlare lì , sia pure ! Ma la plebe dirà ammiccando : << Noi siamo tutti uguali , l’ uomo é uomo ; davanti a Dio siamo tutti uguali ! >> . Davanti a Dio ! Ma questo Dio é morto . Davanti alla plebe, però , noi non vogliamo essere uguali. Uomini superiori , fuggite il mercato ! “ ( Nietzsche , Così parlò Zarathustra )

Alberto Angeli

L’appuntamento del 20 Settembre. di Alberto Benzoni

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Alberto Benzoni

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I regimi totalitari del XX secolo disprezzavano le elezioni e i relativi “ludi cartacei”; perchè il diritto al voto, uno dei pilastri della democrazia liberale, faceva parte dell’eredità dello stupido diciannovesimo secolo.
Oggi, almeno in occidente e nei paesi limitrofi tutti sembrano amare le elezioni. Al punto di reclamarne lo svolgimento ad ogni stormir di fronda.
Ma la loro passione è egoistica e strumentale. Ad un punto tale da pervertirne l’uso e sminuirne il valore.
Così si chiedono elezioni politiche ad ogni piè sospinto dimenticando che queste possono svolgersi alla scadenza prevista o quando non è possibile costruire in Parlamento una maggioranza a sostegno dell’esecutivo; e comunque non in base all’andamento dei sondaggi. Aggiungendo, particolare non certo piccolo che non è francamente possibile pensare ad elezioni in assenza di una legge elettorale. E che raffazzonarne una alla vigilia del voto ad uso e consumo del potere in carica non è solo disdicevole ma contrario ad ogni possibile regola.
Il disprezzo totale di Lorsignori, di destra come di sinistra, per il popolo bueè giunto, peraltro a livelli stratosferici quando si è trattato di fissare la data delle regionali e del referendum sul taglio dei parlamentari.
Si è cominciato con il votare a luglio. Una prima; ma anche una vergogna assoluta. con la destra a chiudere subito le alleanze in nome del potere; e con la sinistra a litigare in nome della subalternità e della vocazione al suicidio.
in ogni caso, uno spettacolo orrendo. Nessun dibattito nel merito delle persone e delle questioni; la maggioranza assente dalle urne e; una minoranza di votanti sedotti da meccanismi clientelari; ise non dal machismo dei governatori durante la crisi.
A metà settembre, il quadro sarà leggermente migliore. Ma con due aggravanti: l’accorpamento referendum/elezioni; e il fatto di non poter votare nelle scuole, malamente sostituite da caserme uffici pubblici, e magari ospedali e supermercati.
Non sarà la stessa cosa. Come non sarà le stessa cosa un referendum accoppiato alle lezioni così da perdere importanza e significato.
Dovrebbe essere ben chiara, allora, la morale della favola.. Quella di una democrazia e di istituzioni usatein modo perverso da una classe politica che dovrebbe essere vocata a difenderle.
E forse, nel nostro caso, capire la sostanza di un disegno può essere il primo e necessario passo per bloccarlo.

Alberto Benzoni

La politica tra credibilità e illogicità. di Sergio Bagnasco

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Fino ad agosto del 2019 il M5S sosteneva il taglio dei parlamentari affermando che quel taglio non richiedeva altri interventi e che andava benissimo il Rosatellum, con minime modifiche per renderlo adatto a qualsiasi numero di parlamentari.

Infatti, a maggio 2019 M5S e Lega hanno provveduto a modificare il Rosatellum mantenendo la stessa impalcatura: 37,5% dei seggi assegnati con maggioritario secco, il resto con liste bloccate legate al candidato uninominale e senza possibilità di scelta tra i candidati.

Questo sistema elettorale, che il M5S aveva fieramente e giustamente contestato nel 2017, è diventato improvvisamente un ottimo modello al punto da farlo proprio senza nemmeno introdurre qualche minimo correttivo.

A settembre 2019 nasce la nuova maggioranza e il M5S cambia radicalmente posizione: il taglio dei parlamentari deve essere accompagnato da altre riforme costituzionali e da una legge elettorale proporzionale.

Lecito chiedersi se il M5S creda realmente nell’accordo che ha concluso o se semplicemente è stata una accondiscendenza perché diversamente il nuovo governo non sarebbe nato.

Sia come sia, resta il fatto che a settembre 2020 si voterà per confermare o respingere il taglio dei parlamentari, mentre non c’è ancora nulla di tutto quel che anche il M5S ritiene necessario per mitigare gli effetti negativi di questo taglio e presumibilmente nulla ci sarà da qui a settembre.

Non trovate illogico confermare una riforma costituzionale ritenuta dannosa nella speranza che poi si facciano altre riforme costituzionali?

E questo prima ancora di analizzare l’effettiva efficacia di questi “correttivi” concordati dalle forze di maggioranza e ben lontani dall’essere approvati.

Inoltre, il taglio dei parlamentari rende necessario la modifica radicale del regolamento della Camera e del Senato; operazione sempre molto complessa e lunga. Se questi nuovi regolamenti non dovessero essere approvati prima della fine della legislatura, si rischia la paralisi parlamentare.

Se oggi quasi tutti concordano che questo taglio dei parlamentari richiede correttivi costituzionali e una nuova legge elettorale, è sensato procedere alla conferma del taglio quando il rischio concreto è che i correttivi non arrivino in questa legislatura?

Poi, i correttivi proposti, sono adeguati a mitigare i problemi di rappresentatività e a mettere in sicurezza il sistema istituzionale con adeguati contrappesi e garanzie?

A mio avviso assolutamente NO perché tra questi correttivi non c’è la costituzionalizzazione del metodo elettorale (quindi una legge proporzionale potrebbe da una nuova maggioranza politica essere trasformata in una legge maggioritaria) e non si interviene sulle modalità di elezione di presidente della repubblica e corte costituzionale; pertanto una minoranza, che per effetto di meccanismi elettorali dovesse avere la maggioranza assoluta del parlamento, finirebbe per poter eleggere il presidente della repubblica, controllare la corte costituzionale, modificare la costituzione senza avere nemmeno la certezza del referendum confermativo e se dovesse arrivare a controllare i 2/3 del parlamento questa minoranza potrebbe riscrivere in totale autonomia la costituzione.
Evidente che una legge elettorale mista o maggioritaria rende più facile questo risultato in combinazione con il taglio dei parlamentari.

Infatti, la riduzione dei parlamentari ha un effetto distorsivo di tipo maggioritario con qualsiasi legge elettorale poiché produce l’innalzamento delle soglie naturali nelle circoscrizioni per avere un eletto. Questo effetto distorsivo si elimina solo con il collegio unico elettorale in sostituzione delle circoscrizioni, cosa di cui nemmeno si discute.

In queste condizioni è evidente che, al di là delle chiacchiere e della propaganda, l’unica cosa sensata da fare è respingere questo taglio dei parlamentari e procedere con una riforma organica e coerente.

Sergio Bagnasco

La data del Referendum. di Franco Astengo

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Caso-Bombardier": l'analisi di Franco Astengo - Savonanews.it

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Sul tema della riduzione del numero dei parlamentari chi ha ancora a cuore la democrazia repubblicana ha il dovere di essere particolarmente chiaro, questa volta senza sfumature: Il Comitato per la Democrazia Costituzionale dovrebbe chiedere udienza al Presidente della Repubblica, naturalmente non per chiedere un suo intervento che sicuramente non può eventualmente oltrepassare il limite di una “moral suasion” . L’occasione dovrebbe però essere colta per fare in modo che alla più Alta Magistratura della Repubblica possano essere direttamente illustrate le ragioni di chi si oppone a questo sicuramente nefasto provvedimento. La riduzione nel numero dei parlamentari, nelle condizioni in cui questo provvedimento potrebbe realizzarsi se il voto del Parlamento dovesse essere confermato nel referendum, rappresenterebbe il “vulnus” più grave inferto alla Costituzione dal 1948 in avanti. Si tratterebbe, infatti, del frutto avvelenato dell’antipolitica accettato dai gruppi parlamentari soltanto per pavidità e opportunismo, al di fuori dai 5 stelle che ne sono stati promotori all’insegna “dell’aprire le Camere come una scatola di tonno” (discorso che echeggiava “l’aula sorda e grigia, bivacco di manipoli”). Un’ emergenza questa della pavidità e dell’opportunismo che rappresenta un vero problema per il corretto funzionamento delle istituzioni, come abbiamo constatato anche nella fase più acuta dell’emergenza sanitaria, suggellando così la davvero mediocre qualità politica e di dimensione istituzionale che fin qui è stata espressa dal combinato disposto Governo – Parlamento. Un Parlamento eletto ancora una volta attraverso una legge elettorale nel cui testo si ravvisano diversi profili di incostituzionalità. Del resto i Parlamenti della XV, XVI,XVII legislatura erano stati eletti con leggi elettorali dichiarate incostituzionali dall’Alta Corte. Quello dell’incostituzionalità delle leggi elettorali rappresenta un altro particolare dimenticato quando si cerca di definire un profilo della classe politica che ha agito sul piano istituzionale nel corso degli ultimi anni. Appare meschino il tentativo di confondere una scadenza come quella referendaria, di massima importanza per il futuro della qualità della democrazia italiana, con la canea di basso profilo che si misurerà con l’elezione diretta dei Presidenti di Regione (si tralascia, in questa occasione, il discorso sulla vera e propria “disgrazia democratica” rappresentata dall’elezione diretta a cariche monocratiche). E’ necessario far emergere con chiarezza i termini della questione in gioco che ancora una volta, come nell’occasione dei due altri referendum confermativi del 2006 e del 2016, riguarda il cuore stesso dell’impianto previsto dalla Carta fondamentale sui temi delicatissimi della forma di governo, del ruolo delle Camere, della rappresentatività dei soggetti politici in entrambe le direzioni della piena rappresentatività delle più significative sensibilità culturali e dei territori. Dobbiamo sollevare il tema al massimo livello. Il voto referendario necessita di una accurata e specifica preparazione, nel corso della quale le diverse ragioni in campo debbono poter disporre dello spazio temporale e fisico per essere esposte all’intero corpo elettorale, senza interferenze varie e senza asimmetrie nel numero di schede da votare da territorio a territorio, come accadrebbe nel caso dell’accorpamento. Si sta compiendo, in questi giorni, un vero e proprio “sopruso” al riguardo dell’esercizio pieno e legittimo della democrazia nella sua espressione più alta che è quella del diritto di voto dal punto di vista della libertà personale di espressione. Occorre riprendere da subito la mobilitazione e portare al massimo della visibilità e della presa di coscienza collettiva, i motivi che sostengono la necessità di un regolare svolgimento del voto.

Franco Astengo

tratto dal sito https://www.ancorafischiailvento.org/2020/05/31/la-data-del-referendum/

No all’election day. di Alfiero Grandi

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Alfiero Grandi

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Il Governo insiste sulle forzature per quanto riguarda la data delle elezioni. Le Regionali e il rinnovo delle Amministrazioni comunali non possono coincidere con il voto sul referendum costituzionale relativi al taglio del parlamento. Votare il 13 settembre, inoltre, vuol dire non avere il tempo materiale per fare la campagna elettorale, tanto più se gli argomenti saranno così diversi: costituzionali, regionali, locali. Per di più il Governo sembra non ricordare che il 2 giugno è la Festa della Repubblica, quindi della Costituzione, e sembra sottovalutare la rilevanza della decisione sul taglio del parlamento che è architrave del nostro assetto costituzionale e che tutti dovrebbero avere interesse a rendere chiara nelle motivazioni, sia pro che contro. Il Governo si era impegnato ad un confronto preventivo con i Comitati per il No, che lo avevano chiesto, prima di prendere decisioni. Lo aveva affermato il Presidente Conte. Ora si apprende che in parlamento il Governo sta puntando a far votare tutto insieme il 13 settembre, convocando un election day.

Con questa scelta l’importanza della decisione su una modifica costituzionale viene sminuita e dovrebbe provocare una reazione negativa da parte degli stessi promotori del taglio del parlamento che invece preferiscono evidentemente adeguarsi alle forzature che il governo sta tentando. La stessa motivazione della pandemia è usata in modo strumentale visto che siamo pronti ad avanzare soluzioni alternative ragionevoli. Chiediamo quindi al governo di fermarsi e di confrontarsi con i promotori del referendum e con i comitati per il No, essendo del tutto evidente che la ragione del No nel referendum si basa sull’importante considerazione che il taglio dei parlamentari rappresenti un intervento pesantemente negativo sull’assetto costituzionale, con conseguenze sull’equilibrio dei poteri e sulla stessa elezione del Presidente della Repubblica.

Ci auguriamo che il Parlamento corregga quest’orientamento del governo.

Alfiero Grandi

Tratto dal sito jobsnews.it al link https://www.jobsnews.it/2020/05/alfiero-grandi-no-allelection-day/?fbclid=IwAR2uUF3kmnW_xDVsaekJ8lNzzEybyqdqBNml5PaIo0508IH-ang59lFt7S0

Buone ragioni per votare NO. di Roberto Biscardini

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Biscardini

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Nonostante il coronavirus, non dimentimolo, saremo chiamati, mi auguro presto, a votare per tagliare il Parlamento sulla base di nessuna seria motivazione. Salvo la “bufala” della riduzione dei costi della politica.
In realtà una riduzione irrilevante, con un risparmio per abitante minore del costo di una tazzina di caffè all’anno. Una motivazione volgare che per altro sembra non voler tenere conto dei costi veri della politica e men che meno dei costi delle Camere, che certamente non verranno ridotti con la riduzione dei parlamentari.
Una “bufala” gigantesca perché, se la questione fosse stata veramente la riduzione dei costi, perché non tagliare in modo consistente lo stipendio dei parlamentari anziché il loro numero? Cosa peraltro assolutamente ragionevole.
Inoltre, se fosse vero l’obiettivo del risparmio, perché 400 parlamentari e non 200 o ancora meno?
Il vero obiettivo è quindi un altro, si vuole, con il taglio del parlamento, ridurre il diritto alla rappresentanza dei cittadini e dei territori, e chi sarà eletto continuerà ad avere gli emolumenti di prima.
Si vuole sovvertire l’equilibrio fra popolazione e numero dei parlamentari definito dai nostri padri costituenti, creando per altro una grossa sproporzione tra cittadino e cittadino, fra il cittadino di una regione rispetto ad un’altra. Cosicché il voto non sarà più uguale per tutti, violando un preciso principio costituzionale.
Per esempio, se attualmente un senatore rappresenta 151.000 abitanti, con la nuova legge ne rappresenterà oltre 300.000. Ma ancora peggio. La Regione Trentino Alto Adige, con la metà della popolazione della Calabria, avrà diritto allo stesso numero di senatori, cioè sei. E la stessa ingiustizia vale per le altre regioni. Con questa nuova legge, un senatore del Trentino Alto Adige rappresenterà 171.000 abitanti, un senatore della Lombardia ne rappresenterà 313.000, in la Calabria 323.000.
E questo è proprio incostituzionale.
In sintesi, chi voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, non vuole tagliare i parlamentari, persegue l’obiettivo di umiliare il Parlamento, di toglierlo sostanzialmente di mezzo e di indebolire le sue prerogative.
Purtroppo in un momento in cui la politica è fragile e la preoccupazione di tutti i partiti è quella di non essere accusati di “poltronismo”, tutte le forze politiche si sono accodate alla linea giustizialista e populista di Luigi Di Maio. Pensa te!
Le ragioni per votare NO sono molte, e tante ragioni di chi sostiene il contrario sono facilmente smentite dai fatti.
Non è vero che il nostro paese ha molti parlamentari e più di altri.
Nel 1948 i nostri padri costituenti definirono un rapporto che era ed è facilmente confrontabile con quanto avviene nel resto d’Europa.
Allora fu previsto che la composizione delle Camere fosse di 630 deputati e 315 senatori considerando un rapporto ragionevole per un paese che aveva 40 milioni di abitanti. Oggi con 60 milioni, 20 in più rispetto ad allora, dovremmo tagliare il Parlamento. Perché?
L’Italia, se passasse questa legge, sarà il paese con il minor numero di rappresentanti.
In Germania sono 778, in Francia 925, in Inghilterra la Camera dei Deputati più quella dei Lord ne ha 1.426, da noi 600 tra Camera e Senato.
Non è vero che il Parlamento sarà più efficiente, sarà solo più condizionato, da un numero sempre più ristretto di persone come in tutti gli altri sistemi oligarchici.
In aula, ma soprattutto nelle commissioni, anche in sede deliberante, basteranno pochissimi deputati, da 6 a 10, per prendere decisioni importanti.
Inoltre, se consideriamo che già con la legge elettorale attuale, che prevede una soglia di sbarramento del 3%, al Senato, con la riduzione dei parlamentari a 200, una lista deve ottenere dal 10 al 15% di voti per avere una rappresentanza. Figuriamoci con quella prospettata che prevede lo sbarramento al 5%.
Nel Parlamento siederanno così pochissimi partiti e il confronto parlamentare, che è alla base della democrazia, sarà ridotto al minimo.
Se non ci sarà accordo, i progetti di legge continueranno a marcire sui tavoli, se invece ci sarà accordo nessuno può garantire che non passino, come oggi, leggi sbagliate o confuse.
Da notare che, per una perfetta incongruenza, questa legge prevede che, nonostante la riduzione del Parlamento, i Presidenti della Repubblica abbiano sempre la possibilità di nominare 5 senatori a vita ciascuno.
Quindi nella sostanza si vuole tagliare il Parlamento, l’unica cosa sulla quale i cittadini possono ancora contare un po’, perché si vogliono indebolire i suoi poteri, così come in tutto il mondo la destra ambisce da tempo a stravolgere le istituzioni democratiche.
Non credo che questo sia il desiderio vero dei cittadini. I cittadini possono essere contro i governanti e persino contro a questa classe politica, ma sanno benissimo che una volta ammazzato il Parlamento non si recupera più.
Dobbiamo quindi votare NO per dimostrare che il voto degli elettori è ancora sovrano e che la composizione del Parlamento è ancora l’unica cosa che il popolo può decidere. Bisogna votare NO perché questa riforma non rende più efficiente la politica, ma vuole solo indebolire il peso dei cittadini e il cuore della democrazia.
Il problema che semmai abbiamo di fronte non è eliminare il Parlamento, ma come ridargli la dignità che oggi ha perso. Indebolirlo significa indebolire la possibilità per tutti di contestare il potere dei governanti e ridurre il potere di controllo del popolo sull’attività del Governo.
Per altro la cecità di questa iniziativa giustizialista farà aumentare i costi complessivi anziché diminuirli. Un solo esempio, aumenteranno i costi della competizione tra candidati e partiti per essere eletti. Vi entreranno più facilmente solo i ricchi e chi sarà sostenuto da lobby potenti. Non ridurrà lo strapotere dei partiti nel scegliere i propri eletti. Avremo un Parlamento più servile di quanto non lo sia oggi.
Ultima considerazione: questo è un referendum che dovrebbe essere contestato, votando NO, dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Per rifiutare la logica secondo la quale si cambia la Costituzione per l’interesse politico immediato di chi oggi è al Governo. Ma anche da tutti coloro che non vogliono che la vittoria del Si sia strumentalizzata da un unico partito, quello che è già pronto ad andare sotto il Quirinale per chiedere a Mattarella elezioni politiche anticipate.

Roberto Biscardini

L’articolo è stato pubblicato il 30 aprile dalla rivista MilanoAmbiente

Rinviato il Referendum del 29 di marzo. Adesso tutti in marcia per le ragioni del No! di Adriano Sgrò

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Il nostro appello ha conseguito il primo risultato: impedire una consultazione in condizione di grande difficoltà nel paese. Alla ipotesi di danneggiamento della rappresentanza parlamentare e democratica stava per aggiungersi una ulteriore grave lesione con un voto in condizioni problematiche.

Adesso con le donne e con gli uomini della Cgil che si battono quotidianamente a fianco dei pensionati e di chi lavora dobbiamo condurre una campagna informativa per contrastare questa bruttissima modifica costituzionale.

Le ragioni del No stanno dentro un percorso contro il danneggiamento della Democrazia e della rappresentanza diffusa delle ragioni del mondo del lavoro, di genere e territoriale.Abbiamo quindi davanti a noi la possibilità di contrastare questo attacco alla nostra Costituzione e vogliamo dimostrare che la qualità della vita democratica si garantisce con l’allargamento della partecipazione alla vita politica e sociale del paese.

Possiamo ridurre i privilegi e razionalizzare le retribuzioni dei parlamentari ma non dobbiamo accettare una compressione della Democrazia e della piena rappresentanza parlamentare di rango costituzionale. Per il No con le ragioni del mondo del lavoro e per salvare la Democrazia parlamentare.

Adriano Sgrò

Coordinatore nazionale ‘Democrazia e Lavoro’

Gli effetti della riduzione dei parlamentari. Del fare riforme senza badare alle conseguenze. di Salvatore Curreri

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Inutilmente si cercherebbe nella discussione sviluppatasi sulla riduzione del numero dei parlamentari un approfondimento degli effetti che tale riforma avrebbe sull’organizzazione e sul funzionamento delle camere. Prova ne sia che manca al riguardo una disposizione transitoria, come invece ci si è preoccupati di approvare per garantire l’applicabilità delle leggi elettorali indipendentemente dal numero dei parlamentari (dal titolo della legge n. 51/2019).
Eppure sono tutt’altro che irrilevanti le conseguenze che la sensibile (pressoché un terzo) e drastica (nel senso di non organica) riduzione dei parlamentari è destinata a produrre e che vanno, a mio modesto parere, in direzione esattamente contraria agli obiettivi di maggiore efficienza e produttività che si vorrebbero conseguire; obiettivi che dipendono principalmente non dal numero dei componenti di Camera e Senato ma dalla loro capacità di organizzare in modo efficiente i loro lavori.
Certo, si potrebbe subito obiettare, la Camera dei deputati potrebbe organizzarsi e funzionare anche con 400 deputati, dato che il Senato si è sinora organizzato ed ha funzionato con 315 membri. Ma siamo così sicuri che il Senato possa continuare a svolgere le proprie attuali funzioni, eguali a quella della Camera, con appena 200 senatori?
Non si tratterà, infatti, come banalmente si potrebbe pensare, di ridurre i quorum oggi previsti (peraltro come? in proporzione o in misura inferiore? fissando un numero fisso o una frazione?) per attivare una procedura o per presentare un atto parlamentare ma di ripensare tutta l’organizzazione strutturale delle camere.
Si pensi, in primo luogo, alle norme parlamentari sui gruppi politici (gruppi parlamentari e, nella sola Camera, componenti politiche del gruppo misto) che oggi prevedono per la loro costituzione un certo numero di deputati e senatori, che andrà ovviamente ridotto (in proporzione?). Ciò però comporterà la riduzione di quorum numerici già bassi, come nel caso dei tre deputati richiesti per essere autorizzati dal Presidente della Camera a costituire una componente politica nel gruppo misto: si dovrebbero ridurre a due? Oppure basterebbe un solo deputato, introducendo quell’ossimoro che sono i “gruppi monocellulari”?
In secondo luogo, ad un numero ridotto di parlamentari corrisponderebbe ovviamente la riduzione del numero dei componenti delle attuali 14 commissioni – che sono il vero motore dell’attività parlamentare –, con conseguente notevole aggravio di lavoro. Al Senato, addirittura, avremmo commissioni composte da appena 13-14 senatori, con la conseguenza che per approvare una legge basterebbe, in assenza della richiesta di rimessione in Aula di un quinto dei suoi membri (art. 72.3 Cost.), il voto favorevole di appena quattro senatori (13:2=7 numero legale, 7:2=4 maggioranza richiesta). Si potrebbe rimediare accorpando le commissioni del Senato, ma una simile modifica andrebbe per simmetria estesa anche alla Camera dei deputati e comporterebbe comunque il loro disallineamento rispetto alle attuali corrispondenti strutture ministeriali.
Il problema della composizione delle commissioni parlamentari non riguarda solo la riduzione dei loro membri ma anche il criterio su cui essa si deve prevalentemente basare. La regola costituzionale per cui le commissioni devono essere “composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari” (art. 72.3) si è finora prestata, e ancor di più si potrebbe in futuro prestare in presenza di numeri più ridotti, a due opposte applicazioni. Se si privilegia, infatti, la stretta rappresentanza proporzionale, le forze politiche di minoranze potrebbero non essere presenti in tutte le commissioni. All’opposto, se si vuole dare loro rappresentanza in tutte, designando un singolo parlamentare in più commissioni, tali forze politiche finirebbero per essere sovra-rappresentate rispetto alla loro effettiva consistenza proporzionale. Ma c’è di più. Nella seconda ipotesi, i parlamentari facenti parte di più commissioni parlamentari, nel caso non facilmente evitabile di sedute concomitanti, non avendo il dono della bilocazione, dovrebbero inevitabilmente scegliere in quale essere presenti, privando così la loro forza politica della possibilità di esercitare la fondamentale funzione legislativa, ispettiva e di controllo, specie se di opposizione.
Il dilemma tra la prevalenza della proporzionalità sulla rappresentatività (a scapito dei gruppi minoritari) o, al contrario, della rappresentatività sulla proporzionalità (sovra-rappresentando i gruppi minoritari rispetto alla loro effettiva consistenza numerica) si porrebbe anche in relazione della riduzione del numero dei membri di quegli organi finora considerati a composizione fissa: in entrambe le camere gli uffici di Presidenza (16 componenti) e le Giunte per il regolamento (10); al Senato la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari (23); alla Camera la Giunta delle elezioni (30), quella per le autorizzazioni (21) ed il Comitato per la legislazione (10). Anche in questi organi la riduzione dei loro membri potrebbe comportare l’estromissione dei rappresentanti dei gruppi di minoranza, compromettendo il criterio di rappresentatività su cui si è sinora basata la loro composizione.
Quando chi scrive si è permesso di fare presenti queste criticità in sede di audizione presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato si è sentito rispondere che questo “però è un argomento che può essere «facilmente» (basta averne la volontà) ricalibrato sulla base di alcune modifiche da apportare ai Regolamenti di Camera e Senato, che nulla hanno a che vedere con la riforma costituzionale in questo momento oggetto di discussione. Starà poi ai parlamentari che verranno, che si troveranno ad avere un numero inferiore, decidere, mediante le modifiche regolamentari, come meglio articolare i lavori” (on. Macina, seduta del 26 marzo 2019, corsivo mio).
Ma siamo sicuri che “l’intendenza seguirà”? E, se anche fosse, siamo sicuri che si riuscirà in sede regolamentare a porre rimedio alle criticità sollevate?
Chi scrive è perfettamente consapevole del fatto che oggi come mai criticare la riduzione del numero dei parlamentari è come offrire il petto al plotone d’esecuzione. Eppure, come ho cercato di dimostrare, quella che apparentemente può sembrare una mera questione di numeri e/o di costi è invece destinata a produrre effetti negativi di non poco conto, anche sul piano parlamentare, dai più ignorati ma non per questo meno gravi.

Prof. Salvatore Curreri – Università di Enna “Kore”

tratto dal sito: http://www.lacostituzione.info/