Perché io credo che si debba votare NO al referendum. di Francesco Somaini

Si dice che si vota per la separazione delle carriere e per la terzietà del giudice nel processo accusatorio. Ora questi sono temi di una giusta battaglia socialista e liberale, fondamentalmente condivisibili. Ma a parte il fatto che la separazione di fatto già c’è, si poteva eventualmente migliorarla con leggi ordinarie.
Il vero punto di questa riforma, per cui si è invece voluto intervenire sulla Costituzione (per giunta imponendo di forza un testo scritto dal governo senza alcuna possibilità di intervento del Parlamento, obbligato a dire solo “signorsì”) è a mio parere un altro. Ed è che c’è un evidente tentativo di condizionare e limitare l’autonomia della magistratura per addomesticarla al potere politico.
Come? A parte la faccenda della creazione di tre organismi distinti in luogo di un unico CSM e a parte la discutibile introduzione del sorteggio in sostituzione dell’elezione democratica delle rappresentanze dei magistrati (con l’aggiunta di un sorteggio “drogato” per i membri non togati di nomina parlamentare), ci sono poi alcuni escamotages molto tecnici, che sono il vero cuore del disegno manipolativo.
Il primo è l’affermazione dell’autodichia dell’Alta Corte, con la non ricorribilità in Cassazione in caso di decisioni ritenute ingiuste. In pratica se l’Alta Corte prende un provvedimento contro un magistrato e questi lo ritiene ingiusto, quello può presentare appello, ma l’appello viene discusso non già in Cassazione (come ci si potrebbe aspettare), ma sempre presso l’Alta Corte (ohibò).
Ma non è tutto. C’è anche l’abrogazione del quorum dei 3/5 del Parlamento nella determinazione dei nominativi dei sorteggiabili tra i membri non togati dei nuovi organismi. Attualmente per essere un membro “laico”, cioè “politico”, del CSM devi essere eletto da almeno i 3/5 dei parlamentari, il che costringe la maggioranza a trattare con l’opposizione e tendenzialmente impedisce che vengano fatte nomine troppo di parte. Ora invece il quorum non ci sarà più per scegliere i nomi da sorteggiare, per cui la maggioranza potrà designare chi vorrà, senza dover negoziare con nessuno.
Ci sono poi i membri laici nominati dal Presidente della Repubblica (3 su 15 nell’Alta Corte). In teoria la nomina presidenziale dovrebbe assicurare che questi siano figure di garanzia. Ma che succede se invece di un presidente super partes e di garanzia, il Parlamento ne dovesse eleggere uno (o una) molto di parte (magari grazie a una legge elettorale, come quella cui stanno pensando, drogata da un improprio premio di maggioranza)? In quel caso anche questi membri dei tre nuovi organismi potrebbero essere molto schierati e assai poco imparziali.
Infine c’è quello che è forse il trabocchetto più sofisticato del nuovo congegno, ed è quello della composizione dell’Alta Corte. Si è infatti pensato a una formula decisamente penalizzante verso i PM (i quali avranno solo 3 membri su un totale di 15). In questo modo succederà che un pubblico ministero “scomodo” che venisse sottoposto a provvedimento disciplinare e che volesse fare appello contro una decisione ritenuta ingiusta, nel giudizio di secondo grado (da effettuarsi sempre presso l’Alta Corte per effetto dell’autodichia di cui si diceva) si ritroverebbe ad essere fatalmente giudicato – essendo da escludersi che possano occuparsene dei giudici della carriera giudicante (altrimenti non ci sarebbe più la separazione) – da un collegio composto per 2/3 da membri “politici”, i quali potrebbero essere facilmente portati (per le modalità con cui sono stati “sorteggiati” o nominati dal presidente) a volergli mettere la museruola.
Insomma, la riforma contiene in realtà tanti piccoli trabocchetti, per cui la tanto conclamata autonomia e indipendenza della magistratura potrebbe essere messa decisamente in forse. Che poi è quello che da maggioranza e governo viene di continuo lasciato capire.
Si menziona spesso il grande Giuliano Vassalli come un punto di riferimento ideale di questa riforma. Ma io non credo che lui avrebbe avallato questa operazione, che a mio parere rischia di minare il principio cardine di ogni democrazia liberale, che è quello della separazione e dell’equilibrio dei poteri.
Che questi puntino a una democrazia plebiscitaria, con un esecutivo senza controlli mi pare del resto fin troppo evidente. Non lo vede solo chi non lo vuol vedere.
Io non condivido questa deriva e per questo voterò NO.
Francesco Somaini, Storico e Docente universitario presso l’Università del Salento
Giuliano Vassalli: una bandiera sbagliata. di Fabio Cannizzaro

Il nome di Giuliano Vassalli ritorna, in queste settimane, con una frequenza che forse non avrebbe gradito.
Lo evocano in tanti, e non pochi sono ex socialisti, per dare sostanza e, diciamolo, una patina di nobiltà alla scelta di votare Sì nel prossimo referendum costituzionale. “Vassalli avrebbe votato così”, si sente dire.
Ed è proprio qui che il discorso si fa spinoso, anzi, profondamente sbagliato. Perché c’è un uso pubblico della memoria che rasenta l’appropriazione indebita e quando questa memoria è quella socialista e garantista, la questione diventa più che teorica: diventa una responsabilità.
Lasciamo da parte per un attimo il merito della riforma – quello è un altro discorso – e fermiamoci sul gesto in sé: prendere un uomo come Giuliano Vassalli, un giurista di tale spessore, un partigiano, un ministro socialista, uno dei padri della nostra Costituzione materiale e trasformarlo in uno slogan, in un argomento referendario. Non è solo una semplificazione: è una prepotenza consumata contro il suo pensiero, che era tutto tranne che semplice. Lui, che nella sua vita ha sempre cercato il punto di equilibrio delicatissimo tra garanzia dei diritti ed efficienza della giustizia, che ha riflettuto su ogni virgola del codice penale per proteggere i deboli dal potere dello Stato, viene ora usato come timbro per legittimare una scelta politica contingente. C’è qualcosa di stridente in questa operazione, qualcosa che non torna.
Eticamente, prima di tutto. Vassalli era l’uomo del rigore, della scienza giuridica, della complessità che non si presta a facili tifoserie.
Ridurlo a una frase da comizio significa svuotare il suo magistero, banalizzarne la statura. Ma c’è di più: sarebbe lui, l’architetto di garanzie processuali, il paladino della presunzione di innocenza, a essere arruolato per sostenere una riforma che alcuni temono possa, nei fatti, indebolire proprio quelle garanzie?
La contraddizione è talmente lampante da sembrare quasi un brutto scherzo. E poi, l’autonomia della coscienza. Vassalli ha sempre difeso il diritto – e il dovere – di giudicare con la propria testa, liberi dalle pressioni dei partiti.
Usare la sua immagine per creare un obbligo morale, un “dovere di voto” in una direzione, è l’esatto contrario di ciò che ha sempre predicato.
Politicamente, poi, il gesto è miope. Vassalli è, o dovrebbe essere, un simbolo di unità costituzionale. È una figura che parla alla Resistenza, alla Costituente, alla stagione delle grandi riforme tecniche.
È un ponte. Rivendicarlo come “proprio” da una sola parte, inchiodandolo al Sì, significa spezzare quel ponte. Significa trasformare un patrimonio condiviso in un trofeo di fazione.
E con quale rischio? Che se quella riforma, legittimata dal suo nome, dovesse poi rivelarsi problematica, sarebbe la sua stessa reputazione a uscirne danneggiata. Lo si trascinerebbe in polemiche che la sua serietà avrebbe certamente rifiutato.
E qui viene il punto dolente, quello che riguarda da vicino chi si richiama, oggi, alla tradizione socialista. Perché per i socialisti – o per chi ne custodisce l’eredità – il divieto di strumentalizzazione dovrebbe essere ancora più categorico.
Primo, per una questione di appartenenza. Vassalli non è un padre nobile generico: è stato un socialista, anzi, uno dei massimi interpreti del socialismo giuridico italiano. Le sue riforme – l’abolizione dell’ergastolo per i minori, il nuovo codice penale – sono il cuore pulsante di un’idea di Stato: giusto, moderno, attento ai deboli. Usare quell’eredità per una campagna di parte significa tradirne lo spirito profondo, che era rivolto al bene comune, non alla vittoria di una battaglia politica.
Secondo, la storia del socialismo italiano è fatta di una tensione costante: tra slancio verso la giustizia sociale e rispetto rigoroso delle istituzioni democratiche. Vassalli era l’incarnazione di quell’equilibrio. I socialisti hanno il dovere, oggi più che mai, di proteggere quella lezione da qualsiasi deriva populista o maggioritaria che possa erodere le garanzie. Sono proprio i deboli, ricordiamocelo, la preoccupazione che percorre tutta l’opera di Vassalli.
Terzo, c’è un rischio di autocannibalismo culturale. Cosa farebbero i socialisti, usando il loro massimo garante giuridico per sostenere una riforma che, agli occhi di molti, rischia di alterare gli equilibri costituzionali a danno delle garanzie? Sarebbe come usare la firma del proprio architetto più fidato per approvare la demolizione della casa che lui stesso ha costruito con tanta cura. Un paradosso tragico, un tradimento dell’identità più autentica.
Allora, forse, sarebbe il caso di smetterla. Di lasciare Giuliano Vassalli alla Storia della Repubblica e alla Scienza giuridica, dove merita di stare.
Onorarlo non significa sventolare il suo nome come una bandiera. Onorarlo significa fare quello che ha sempre fatto lui: studiare con rigore, analizzare i testi comma per comma, discutere con spirito critico, difendere le garanzie di tutti, specialmente dei più indifesi.
Significa, in una parola, prendere sul serio il suo insegnamento, invece di usare la sua ombra per cercare di chiudere un dibattito che, proprio in suo nome, dovrebbe rimanere il più aperto e rigoroso possibile.
Fabio Cannizzaro
Perché voterò NO. di Paolo Borioni

Io voterò NO anche per ultimare la separazione delle funzioni per via ordinaria. Non demolendo un impianto molto più garantista come quello costituzionale che assieme anche solo alla legge Cartabia garantisce la migliore combinazione: funzioni separate e cultura della giurisdizione garantista però comune. E comune quindi nel CSM.
Inoltre la realtà del nazional populismo attuale ovvero una semplice contestualizzazione conferma a mio avviso senza alcun dubbio che quelli della destra non sono solo “toni sbagliati” ma una cultura nota e visibile della prevalenza dell’esecutivo con ogni mezzo. Le leggi relative all’alta corte (idea sbagliata in se) saranno quindi in mano a forze che vogliono tradurre in potere maggioritario una minoranza di voti. Il progetto elettorale è anche ideologico.
Questa non è politicizzazione del referendum o demonizzazione bensì analisi politica. Ergo NO convinto.
E ribadisco: il mix di un unico CSM che garantisce che il PM non sia solo un martello inquisitorio assieme ad una legge Cartabia migliorata è il migliore possible per i cittadini.
Ciò detto: uso la parola “funzioni” ma in sostanza anche a CSM invariato non vi sono passaggi o quasi fra le due funzioni. Con il post Cartabia la comunanza giurisdizionale non si traduce in carriere sovrapponibili. I punti di vista e gli approcci rimangono diversi e corrono paralleli pressoché sempre-
Paolo Borioni, Storico e Docente universitario presso “La Sapienza”
Diciamo NO anche per evitare che tutti i membri laici del CSM vengano decisi dal governo. di Lorenzo Cantone

Se vincerà il sì, questa maggioranza melonian-berluscon-salviniana potrà nominare da sola tutti i membri laici dei due futuri Consigli superiori della magistratura e dell’Alta Corte disciplinare.
Si intenderà infatti superata e da modificarsi la legge 195/1958 (vecchia di quasi settant’anni), che, per garantire le opposizioni, prevedeva l’elezione di detti membri da parte del Parlamento in seduta comune e a maggioranza qualificata (tre quinti, prima dell’assemblea e poi dei votanti). Un’ampia condivisione politica stabilita come obbligatoria, in quanto correlata a quella che – ai sensi dell’articolo 104 pre-riforma della Costituzione – era una vera e propria elezione dei singoli membri laici.
Ma l’elezione in questione viene sostituita dalla riforma del governo (il cui rispetto per magistratura e minoranze stiamo purtroppo da tempo sperimentando) con una estrazione a sorte da un “elenco” che – come recita il nuovo articolo 104 – “il parlamento in seduta comune … compila mediante elezione”.
Questa estrazione – ai sensi della norma costituzionale riformata – avverrà dunque sulla base di un elenco compilato “nel numero e secondo le procedure previsti dalla legge”: da una nuova legge ordinaria. Cosa impedirà al Parlamento, che voterà la nuova legge a maggioranza semplice, di asserire che non vi è più alcun motivo per redigere l’elenco sulla base di un’ampia condivisione politica, visto che i membri laici – così come quelli togati – non sono più scelti sulla base di criteri correntizi o partitici bensì a sorte in ossequio dei soli requisiti di legge (professori di diritto o avvocati con oltre 15 anni di professione)?
Dovremmo forse fidarci e confidare nella generosità e nel rispetto delle minoranze da parte della attuale maggioranza? Ci siamo già dimenticati che gli attuali governanti sono gli stessi che hanno interrotto la prassi parlamentare, secondo la quale la presidenza di una Camera spettava alla maggioranza e l’altra all’opposizione, eleggendo nel 2022 entrambi i presidenti all’interno della stessa coalizione: La Russa (FdI) al Senato e Fontana (Lega) alla Camera?
Lo hanno potuto fare perché non esisteva alcuna norma costituzionale che prevedesse che una Camera fosse presieduta dalla opposizione. E del resto, se i cittadini dovessero limitarsi a confidare nella generosità o nella correttezza di chi è al potere, le Costituzioni potrebbero anche essere abolite in quanto non servirebbero più a nulla.
La verità è che, se vincerà il sì, nulla impedirà all’attuale maggioranza di approvare una legge ordinaria che, nello stabilire la procedura volta a compilare l’elenco da cui sorteggiare i membri laici, le consenta di indicare da sola, a maggioranza semplice, tutti i nominativi di detto elenco, così scegliendo di fatto tutti i componenti laici dei due futuri Consigli superiori della magistratura e dell’Alta Corte disciplinare. Nulla impedirà questa deriva, perché la maggioranza potrà invocare l’articolo 64 della Costituzione, in base al quale “le Camere deliberano a maggioranza dei presenti, salvo che la stessa Costituzione preveda maggioranze diverse”. E sul Csm – per l’appunto – superata la legge del ’58, la Costituzione nulla dice.
In questa maniera – come è stato giustamente osservato – da una parte avremo magistrati tirati a sorte, e dall’altra una pattuglia serrata, che rappresenta un preciso orientamento politico di parte e quindi potrà condizionare e/o determinare le scelte dell’organo di autogoverno della magistratura, di fatto finalmente controllandola.
Avv. Lorenzo Cantone
Tanti buoni motivi per votare NO al Referendum. di Franco Bartolomei

La Vicenda ” Rogoredo ” dimostra come il. Quadro dirigente della Polizia di Stato, e probabilmente dell ‘ Arma dei Carabinieri , rifiutano il disegno del governo , che sottende chiaramente la riforma del CSM , di porre le forze di polizia giudiziaria, l’ impulso e la gestione della azione penale , ed il potere di controllo e supervisione di tutto il sistema della sicurezza e dell’ ordine pubblico, nelle mani del governo, togliendo alla Magistratura il ruolo primario, direzionale, di impulso ,e di controllo di legittimità ,sancito dalla Costituzione .
Le dichiarazioni del capo della Polizia, Pisani , che elogia la Magistratura per il compito svolto nelle indagine sul crimine di Rogoredo , suonano come una pesantissima delegittimazione del comportamento del Ministro degli Interni, del Ministro della Giustizia , e del Ministro delle Infrastrutture , ed una denuncia di tutto l ‘ apparato mediatico schierato al loro servizio nell’attacco frontale si magistrati che indagavano sulla vicenda dello spacciatore “giustiziato” a sangue freddo dopo essere stato ricattato da un poliziotto che aveva organizzato una sorta di racket.
Questa Vicenda di enorme rilevanza si aggiunge alle dichiarazioni del precedente Capo della Polizia, Gabrielli, che dopo gli scontri di Torino diffido ‘ di fatto tutto il governo, a partire dalla Presidente del Consiglio, dalla strumentalizzazione di quei fatti per introdurre normative costituzionalmente pericolose, assumendosi un indebito compito di difensore delle forze dell ‘ ordine con una operazione mediatica finalizzata ad utilizzare le forze di polizia come oggetto di una campagna politica di parte .
Nel mezzo di questa sostanziale tenuta costituzionale della polizia di Stato, resta da capire il comportamento dei servizi di sicurezza , legati in gran parte al Deep State USA , che hanno sicuramente perorato quel progetto pericolosissimo dell’ art 31 del Decreto Sicurezza che spesso , ed a maggior ragione con questo governo ,tendono a muoversi in assonanza con gli input che partono dagli apparati di sicurezza americani , e rispondono agli interessi strategici del complessivo sistema imperiale Usa /NATO, oggi del tutto schiacciati sul sostegno al governo Sionista di Israele.
Franco Bartolomei, Coordinatore nazionale di “Risorgimento Socialista”
Un mese di impegno straordinario per fare vincere il NO al Referendum. di Gioacchino Assogna

Voglio sviluppare alcune considerazioni riguardo al Referendum sulla cosiddetta separazione delle Carriere dei Magistrati, approvata unilateralmente dal centrodestra.
Infatti la separazione e’ avvenuta con la legge del 2022 del governo Draghi che prevede la possibilità una volta solo il cambio di funzione in tutta la carriera con lo spostamento ad un’altra Regione.
Vi ricorrono solo una ventina di Magistrati ogni anno e stupisce che si possa fare un Referendum Costituzionale per una ventina di persone.
Grazie alla raccolta delle oltre 500.000 firme sono stati inseriti nel quesito Referendario i 7 articoli interessati dalle modifiche tra cui la rimozione della partecipazione del Capo dello Stato ai nuovi CSM.
C’e’ da rilevare la incredibile modalità di prevedere il sorteggio dei Magistrati per la composizione dei nuovi CSM e dell’Alta Corte Disciplinare, cioè per organismi di autogoverno in nessun paese democratico adottato, mentre per i rappresentanti della politica vengono scelti da loro in un elenco (grande o piccolo da decidere).
Inoltre e’ emerso in questi giorni che il compenso per ogni Componente dell’organismo Disciplinare sarà di ben 311.500 Euro l’anno per un impegno stimato di 2 giorni al mese?
Proprio oggi mi e’ capitato di leggere l’ultima chicca riguardo il Ministro Nordio, che il 4/4/1994, insieme ad altri Magistrati del Tribunale di Venezia scrisse alla Associazione Nazionale Magistrati per dire che erano contrari alla separazione delle carriere? Ovviamente ha cercato di tenerlo nascosto per evitare la diffusa derisione per questa palese contraddizione.
E’ importante che gli ultimi sondaggi danno il NO verso un promettente recupero indicato in un possibile 51,5% in caso di una affluenza alle urne del 46%.
Manca circa un mese alla scadenza elettorale del Referendum e ci vuole la continuità di un impegno mirato per fare andare a votare i cittadini nella consapevolezza dell’importanza di votare NO e difendere la nostra Costituzione a tutela dei sacrosanti diritti dei cittadini e della indipendenza reale della Magistratura.
Votiamo NO con convinzione e impegno.
Gioacchino Assogna Coordinatire Socialista del Municipio X di Roma
5 motivi per votare NO. di Carlo Caponi

Quando si parla di riforma si intende generalmente un provvedimento che tenda a semplificare, rendere più efficiente, un sistema, o risolvere un problema specifico, generale o particolare, questa cosiddetta riforma invece tende a rendere più complesso il funzionamento della giustizia senza risolvere i problemi della eccessiva lunghezza dei processi e della farraginosità delle procedure.
Col referendum del 22-23 marzo 2026 siamo chiamati a confermare o bocciare la cosiddetta “riforma Nordio”, cioè la legge di riforma costituzionale della magistratura recante «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare» del 30 ottobre 2025.
Questa legge modifica sette articoli della Costituzione e prevede, in sintesi:
A) l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura (CSM), uno per la magistratura giudicante (i giudici), uno per la magistratura requirente (i pubblici ministeri, ovvero i sostenitori dell’accusa), al posto del CSM unico per tutti i magistrati;
B) l’estrazione a sorte (anziché l’elezione) dei loro componenti, con modalità diverse per magistrati e componente “politica”;
C) la creazione di un’Alta Corte disciplinare per i soli magistrati ordinari (togliendo il potere disciplinare ai CSM).
Perché diciamo NO alla riforma
I. Perché il potere esecutivo agisce sull’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
Il Consiglio superiore della magistratura è un organo previsto dalla Costituzione che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, penale e civile. È composto per due terzi da magistrati (i “togati”) e per un terzo da avvocati e professori universitari di diritto (i “laici”), eletti, rispettivamente, dai magistrati e dal Parlamento.
Il CSM ha il potere di nominare, trasferire, promuovere e infliggere sanzioni disciplinari ai magistrati per mantenere salda l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario, preservandolo da qualunque ingerenza.
Questa riforma cambia il modello costituzionale del CSM, “spacchetta” il CSM in tre organi (un CSM per i giudici, uno per i pm e un’Alta corte disciplinare), ma modifica natura e attribuzioni dei nuovi CSM. In questo modo, altera l’equilibrio tra poteri disegnato dalla nostra Costituzione.
Nella Costituzione è scritto (art. 104) che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, ma la riforma lede questo principio sacrosanto, toglie ai magistrati la possibilità di eleggere i propri rappresentanti, che saranno scelti per sorteggio, privando la magistratura della possibilità di selezionare le persone ritenute più adatte e competenti a rappresentarla e ad amministrare la vita professionale dei magistrati.
La riforma crea ad arte un pesante squilibrio tra componenti “togati” e “laici” di nomina politica: i togati selezionati con sorteggio puro, i “laici” sorteggiati all’interno di una lista preselezionata di eletti in Parlamento (maggioranza parlamentare): di fatto, un sorteggio pilotato.
La riforma, infine, trasferisce il potere disciplinare sull’operato dei magistrati a un’Alta corte, la cui composizione, rispetto al vecchio Csm, riduce la percentuale dei magistrati, togliendo al Csm l’esclusiva del potere disciplinare, uno dei quattro pilastri posti dai costituenti a tutela della indipendenza e autonomia della magistratura dal potere esecutivo.
Le preoccupazioni maggiori riguardano i collegi giudicanti costituiti all’interno dell’Alta corte per valutare i singoli casi. Questi collegi verranno formati in modalità ancora da definire: per ora la legge dice solo che in essi i magistrati “saranno rappresentati” – ma non dice in che numero e in che proporzione. Una maggioranza politica potrebbe, per esempio, fare una legge secondo cui sono i suoi rappresentanti a giudicare, in maggioranza, il magistrato con il rischio di pressioni, interferenze e intimidazioni, volte a non interferire con le decisioni prese dal governo in carica.
Per i giudizi dell’Alta corte, inoltre, non è previsto il ricorso in Cassazione, ma solo il ricorso in appello davanti a un altro collegio dell’Alta corte stessa, in violazione delle regole stabilite per ogni altro caso giudiziario in Italia.
II. La riforma non fa nulla per affrontare le vere emergenze e i molti mali che affliggono la giustizia italiana. Tempi lunghissimi, mancanza di personale e di risorse, burocrazia e linguaggio complicati. Deve essere chiaro che votando sì alla riforma non ci sarà una giustizia più efficiente e più vicina ai cittadini ma si aumenterà la farraginosità dei procedimenti e i costi sostituendo il CSM attuale con tre organismi indipendenti.
III. Perché separare definitivamente le carriere di giudici e pubblici ministeri può “snaturare” la pubblica accusa (senza aumentare in modo significativo le garanzie di imputati e indagati)
Oggi, giudici e pubblici ministeri si formano e fanno il concorso insieme, la carriera è una, poi assumono funzioni diverse, giudicante o requirente. Possono cambiare una volta sola, passando dall’una all’altra, e per farlo devono anche trasferirsi in un’altra città o regione. Dunque esiste già, di fatto, una separazione di funzioni, perciò con questo sistema, il giudice è già “terzo e imparziale” come vuole la Costituzione (art. 111).
Insieme alla carriera i magistrati condividono la stessa cultura giurisdizionale, il PM non deve vincere a tutti i costi ma deve valutare anche le prove a discarico dell’imputato, l’avvocato, invece, che è una parte privata, non deve cercare anche le prove a carico.
Cosa può succedere con la carriera separata? Se il pm diviene solo un accusatore non deve preoccuparsi di cercare la verità, ma solo di ottenere una condanna. Questo rende più vulnerabili gli imputati che non possono permettersi costosi e prestigiosi collegi di difesa.
Si rischia di avere un pm “superpoliziotto”, alla moda americana, più forte coi deboli, debole coi forti.
IV. Per il modo in cui la riforma è stata approvata.
La Costituzione prevede la possibilità di modifiche, ma predispone un procedimento complesso per incoraggiare una condivisione ampia e tempi di riflessione adeguati, sia in Parlamento, sia nella società (per esempio, richiede quattro approvazioni parlamentari anziché due, e fra l’una e l’altra devono passare necessariamente tre mesi, perché si possa discutere dentro e fuori dall’Aula).
Siamo chiamati al referendum perché la riforma non ha ottenuto l’approvazione dei due terzi del Parlamento. In assenza di una condivisione larga, il governo, anziché favorire la discussione, ha voluto imporre un procedimento “blindato”: dopo la prima approvazione, per le altre tre votazioni previste non è stato possibile presentare emendamenti. Una procedura affrettata e “chiusa” che è esattamente il contrario di quella auspicata da padri e madri costituenti.
V. Perché da molti mesi, il governo attacca il lavoro della magistratura ed esprime insofferenza verso l’applicazione e l’interpretazione di leggi varate dal parlamento e approvate dal Capo dello Stato, quando vanno contro le decisioni politiche prese dalla maggioranza.
La presidente del Consiglio ha parlato perfino dell’esigenza di “fermare l’invadenza” della magistratura rispetto alle decisioni del potere politico (in relazione ai doverosi controlli della Corte dei Conti, che tutela i soldi raccolti con le tasse pagate dai cittadini). Ha detto pure che spesso la magistratura “vanifica il lavoro delle forze di sicurezza”, menzionando casi in cui i giudici sono intervenuti annullando misure di fermo, detenzione o espulsione applicando le leggi emanate a garanzia dei cittadini.
Ma l’indipendenza della magistratura serve proprio a far si che il potere giudiziario possa limitare il potere esecutivo e controllare che rispetti le leggi, a tutela di tutt*. È uno dei cardini delle democrazie liberali, che non a caso oggi è sotto attacco in molti Paesi, in Europa e nel mondo. Votare NO significa pretendere che la Giustizia sia uguale per tutt* e non permetta a chi governa di sottrarsi alle proprie responsabilità in caso di compressione delle libertà di stampa, libertà di associazione e opinione, dolo, corruzione, concussione, comportamenti scorretti e leggi atte a favorire interessi privati.
Carlo Caponi, Comitato provinciale ANPI di Roma
Voterò NO. di Daniele Vicari

Una maggioranza che ha approvato il testo praticamente senza discussione parlamentare… chiunque sia a governare, oggi e in futuro, non sono d’accordo che controlli la magistratura, è uno strumento troppo potente in mano a qualunque governo.
Considerando cosa sta accadendo nel mondo, soprattutto in America, io preferisco che i poteri dello Stato restino ben separati, prima di tutto per il bene di noi cittadini, poi anche per il bene degli organi stessi di magistratura e polizia, quindi per il bene della vituperata democrazia.
Ho letto il testo della riforma e posto qui di seguito la Gazzetta Ufficiale, perché credo che leggendo si evinca facilmente l’intento di chi vuole questa modifica: stravolgere il principio fondante di uno Stato liberale: la separazione dei poteri. Non voglio essere complice di un simile cambio di regime.
Senza farla troppo lunga non mi pare questo né il modo né il tempo giusto per cambiare la costituzione, siamo già in preda a troppe emergenze.
Daniele Vicari, regista.
Perché è giusto votare NO. di Luca Cesari

Il Consiglio superiore della magistratura è un organo di rilievo costituzionale (cioè previsto dalla Costituzione) che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, penale e civile. È composto per due terzi da magistrati (i “togati”) e per un terzo da avvocati e professori universitari di diritto (i “laici”), eletti, rispettivamente, dai magistrati e dal Parlamento.
I padri e le madri costituenti hanno assegnato al CSM il potere di nominare, trasferire, promuovere e infliggere sanzioni disciplinari ai magistrati: dicevano che questi poteri erano come quattro “chiodi” piantati per mantenere salda l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario, preservandolo da qualunque ingerenza.
Questa riforma, però, cambia il modello costituzionale del CSM. Non solo “spacchetta” il CSM in tre organi (un CSM per i giudici, uno per i PM e un’Alta corte disciplinare), ma modifica natura e attribuzioni dei nuovi CSM. In questo modo, altera profondamente l’equilibrio tra poteri disegnato dalla nostra Costituzione, in particolare tra potere giudiziario (esercitato dai magistrati), potere esecutivo (il governo) e potere legislativo (il Parlamento).
Per questo motivo Noi Socialisti invitiamo a votare NO !
Luca Cesari , Responsabile di Roma e Lazio per il “Comitato socialista per il NO – per il Referendum 2026”
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