5 motivi per votare NO. di Carlo Caponi

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Quando si parla di riforma si intende generalmente un provvedimento che tenda a semplificare, rendere più efficiente, un sistema, o risolvere un problema specifico, generale o particolare, questa cosiddetta riforma invece tende a rendere più complesso il funzionamento della giustizia senza risolvere i problemi della eccessiva lunghezza dei processi e della farraginosità delle procedure.

Col referendum del 22-23 marzo 2026 siamo chiamati a confermare o bocciare la cosiddetta “riforma Nordio”, cioè la legge di riforma costituzionale della magistratura recante «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare» del 30 ottobre 2025.

Questa legge modifica sette articoli della Costituzione e prevede, in sintesi:

A) l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura (CSM), uno per la magistratura giudicante (i giudici), uno per la magistratura requirente (i pubblici ministeri, ovvero i sostenitori dell’accusa), al posto del CSM unico per tutti i magistrati;

B) l’estrazione a sorte (anziché l’elezione) dei loro componenti, con modalità diverse per magistrati e componente “politica”;

C) la creazione di un’Alta Corte disciplinare per i soli magistrati ordinari (togliendo il potere disciplinare ai CSM).

Perché diciamo NO alla riforma

I. Perché il potere esecutivo agisce sull’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

Il Consiglio superiore della magistratura è un organo previsto dalla Costituzione che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, penale e civile. È composto per due terzi da magistrati (i “togati”) e per un terzo da avvocati e professori universitari di diritto (i “laici”), eletti, rispettivamente, dai magistrati e dal Parlamento.

Il CSM ha il potere di nominare, trasferire, promuovere e infliggere sanzioni disciplinari ai magistrati per mantenere salda l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario, preservandolo da qualunque ingerenza.

Questa riforma cambia il modello costituzionale del CSM, “spacchetta” il CSM in tre organi (un CSM per i giudici, uno per i pm e un’Alta corte disciplinare), ma modifica natura e attribuzioni dei nuovi CSM. In questo modo, altera l’equilibrio tra poteri disegnato dalla nostra Costituzione.

Nella Costituzione è scritto (art. 104) che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, ma la riforma lede questo principio sacrosanto, toglie ai magistrati la possibilità di eleggere i propri rappresentanti, che saranno scelti per sorteggio, privando la magistratura della possibilità di selezionare le persone ritenute più adatte e competenti a rappresentarla e ad amministrare la vita professionale dei magistrati.

La riforma crea ad arte un pesante squilibrio tra componenti “togati” e “laici” di nomina politica: i togati selezionati con sorteggio puro, i “laici” sorteggiati all’interno di una lista preselezionata di eletti in Parlamento (maggioranza parlamentare): di fatto, un sorteggio pilotato.

La riforma, infine, trasferisce il potere disciplinare sull’operato dei magistrati a un’Alta corte, la cui composizione, rispetto al vecchio Csm, riduce la percentuale dei magistrati, togliendo al Csm l’esclusiva del potere disciplinare, uno dei quattro pilastri posti dai costituenti a tutela della indipendenza e autonomia della magistratura dal potere esecutivo.

Le preoccupazioni maggiori riguardano i collegi giudicanti costituiti all’interno dell’Alta corte per valutare i singoli casi. Questi collegi verranno formati in modalità ancora da definire: per ora la legge dice solo che in essi i magistrati “saranno rappresentati” – ma non dice in che numero e in che proporzione. Una maggioranza politica potrebbe, per esempio, fare una legge secondo cui sono i suoi rappresentanti a giudicare, in maggioranza, il magistrato con il rischio di pressioni, interferenze e intimidazioni, volte a non interferire con le decisioni prese dal governo in carica.

Per i giudizi dell’Alta corte, inoltre, non è previsto il ricorso in Cassazione, ma solo il ricorso in appello davanti a un altro collegio dell’Alta corte stessa, in violazione delle regole stabilite per ogni altro caso giudiziario in Italia.

II. La riforma non fa nulla per affrontare le vere emergenze e i molti mali che affliggono la giustizia italiana. Tempi lunghissimi, mancanza di personale e di risorse, burocrazia e linguaggio complicati. Deve essere chiaro che votando sì alla riforma non ci sarà una giustizia più efficiente e più vicina ai cittadini ma si aumenterà la farraginosità dei procedimenti e i costi sostituendo il CSM attuale con tre organismi indipendenti.

III. Perché separare definitivamente le carriere di giudici e pubblici ministeri può “snaturare” la pubblica accusa (senza aumentare in modo significativo le garanzie di imputati e indagati)

Oggi, giudici e pubblici ministeri si formano e fanno il concorso insieme, la carriera è una, poi assumono funzioni diverse, giudicante o requirente. Possono cambiare una volta sola, passando dall’una all’altra, e per farlo devono anche trasferirsi in un’altra città o regione. Dunque esiste già, di fatto, una separazione di funzioni, perciò con questo sistema, il giudice è già “terzo e imparziale” come vuole la Costituzione (art. 111).

Insieme alla carriera i magistrati condividono la stessa cultura giurisdizionale, il PM non deve vincere a tutti i costi ma deve valutare anche le prove a discarico dell’imputato, l’avvocato, invece, che è una parte privata, non deve cercare anche le prove a carico.

Cosa può succedere con la carriera separata? Se il pm diviene solo un accusatore non deve preoccuparsi di cercare la verità, ma solo di ottenere una condanna. Questo rende più vulnerabili gli imputati che non possono permettersi costosi e prestigiosi collegi di difesa.

Si rischia di avere un pm “superpoliziotto”, alla moda americana, più forte coi deboli, debole coi forti.

IV. Per il modo in cui la riforma è stata approvata.

La Costituzione prevede la possibilità di modifiche, ma predispone un procedimento complesso per incoraggiare una condivisione ampia e tempi di riflessione adeguati, sia in Parlamento, sia nella società (per esempio, richiede quattro approvazioni parlamentari anziché due, e fra l’una e l’altra devono passare necessariamente tre mesi, perché si possa discutere dentro e fuori dall’Aula).

Siamo chiamati al referendum perché la riforma non ha ottenuto l’approvazione dei due terzi del Parlamento. In assenza di una condivisione larga, il governo, anziché favorire la discussione, ha voluto imporre un procedimento “blindato”: dopo la prima approvazione, per le altre tre votazioni previste non è stato possibile presentare emendamenti. Una procedura affrettata e “chiusa” che è esattamente il contrario di quella auspicata da padri e madri costituenti.

V. Perché da molti mesi, il governo attacca il lavoro della magistratura ed esprime insofferenza verso l’applicazione e l’interpretazione di leggi varate dal parlamento e approvate dal Capo dello Stato, quando vanno contro le decisioni politiche prese dalla maggioranza.

La presidente del Consiglio ha parlato perfino dell’esigenza di “fermare l’invadenza” della magistratura rispetto alle decisioni del potere politico (in relazione ai doverosi controlli della Corte dei Conti, che tutela i soldi raccolti con le tasse pagate dai cittadini). Ha detto pure che spesso la magistratura “vanifica il lavoro delle forze di sicurezza”, menzionando casi in cui i giudici sono intervenuti annullando misure di fermo, detenzione o espulsione applicando le leggi emanate a garanzia dei cittadini.

Ma l’indipendenza della magistratura serve proprio a far si che il potere giudiziario possa limitare il potere esecutivo e controllare che rispetti le leggi, a tutela di tutt*. È uno dei cardini delle democrazie liberali, che non a caso oggi è sotto attacco in molti Paesi, in Europa e nel mondo. Votare NO significa pretendere che la Giustizia sia uguale per tutt* e non permetta a chi governa di sottrarsi alle proprie responsabilità in caso di compressione delle libertà di stampa, libertà di associazione e opinione, dolo, corruzione, concussione, comportamenti scorretti e leggi atte a favorire interessi privati.

Carlo Caponi, Comitato provinciale ANPI di Roma

Socialisti e Referendum: politique d’abord. di Gianvito Mastroleo

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La Corte di Cassazione ha modificato il quesito referendario: a mio giudizio avrebbe dovuto anche annullare la precedente decisione e riaprire la procedura per una nuova data del referendum.

La questione più che tecnica è di opportunità politica: infatti, rispetto alla piega che l’insostenibilità dello scontro tra i sostenitori del SI e del NO avrebbe dovuto consigliare di aprire lo spazio al compromesso tra maggioranza e opposizione piuttosto che assuefarsi al sempre più severo irrigidimento della vita politica, istituzionale e parlamentare, del paese. Sicchè non è azzardato prospettare l’ipotesi di un “conflitto di attribuzioni” davanti la Corte Costituzionale.

Premetto, intanto, che questo contributo non entrerà nelle questioni tecniche a favore o contro il SI o il NO, ma si rivolge sopratutto ai socialisti, a mio parere, mai come in quest’occasione confusi, ma sopratutto divisi.

Confesso grande turbamento per quel che accade nella rete dove, in particolare tra i frequentatori schierati per il SÌ che si dichiarano socialisti, si sta mettendo in mostra la più feroce e disinvolta odiocrazia, con i peggiori sentimenti verso l’avversario piuttosto che quello che la migliore cultura laica ci ha tramandato: il piacere/dovere di coltivare il dubbio, l’ansia della verità attraverso il confronto, il dialogo e la tolleranza, tanto cara a Norberto Bobbio.

Gira in rete la peggiore arroganza nel sostenere le proprie ragioni, fino all’insulto personale dell’interlocutore/nemico, quasi sempre “comunista”, e s’intreccia con l’odio (più che la pur legittima critica) nei confronti di chi aderisce ad altro partito della sinistra, in particolare al PD, come se si trattasse dell’avversario della vita: ma dimenticando che se un socialista voglia davvero qualificarsi tale la prima scelta di campo da fare è la sinistra ‘senza se e senza ma’ e che nella condizione di oggi lo spirito della  coalizione andrebbe preservato sempre:  ma sopratutto ad un anno dalle elezioni politiche.

Dal punto di vista tecnico ci sono ragioni valide per entrambe le posizioni; ma c’è una parte significativa dell’elettorato che prescinde dalle tecnicalità e si orienta per il NO per le ragioni politico-costituzionali validamente sostenute da esponenti del più autentico pensiero socialista: sono fra questi, come non ho remora di affermare, rivendicando il diritto di non essere insultato (non è una esagerazione!) da molti compagni di oggi ma che al loro attivo possono vantare adesioni diverse, finanche incarichi elettivi!, da altre parti, piuttosto che aver saputo dedicare le proprie energie a ricostruire la casa comune, aggredita al limite della demolizione più completa.

Compagni che dimenticano che, ormai, il voto per il “referendum confermativo” ha smarrito la sua connotazione meramente tecnica per assumere caratura prevalentemente politica, come conseguenza, peraltro, delle motivazioni a fondamento dei promotori dell’attività del Parlamento, sempre più confinata nella maggioranza e che non riesce più a battersi per la condivisione in non pochi casi non prescindibile.

Trascrivo un post che circola in rete: “Alle prossime elezioni la sinistra non va sconfitta ma annientata definitivamente! Iniziare subito con un Sì al referendum. Più chiaro di così…….!

Sopravvive fra i socialisti una frustrazione a lungo repressa, assieme alla necessità di dare sfogo ad una sorta di rivincita verso la Magistratura, anche se per le sue innegabili responsabilità; oltre all’esigenza di individuare un nemico purché sia contro cui combattere un battaglia assai discutibile sì da legittimare se stessi: il “comunismo” ed i “comunisti”, come con sempre maggiore frequenza vengono stigmatizzati i sostenitori del NO. Ma non ci aveva insegnato Pietro Nenni che “la politica non si fa nè con i sentimenti tanto meno con i risentimenti”: e, dunque, che anche in quest’occasione occorrerebbe anteporre le ragioni della politica, piuttosto che – più o meno consciamente – assecondare la tendenza tutta meloniana alla prova generale di quello che avverrà prima il 2027 e poi il 2029, con l’elezione del Presidente della Repubblica?

La Gazzetta del Mezzogiorno del 6 febbraio scorso ha titolato l’intervista a Bobo Craxi in occasione della sua partecipazione ad un evento nei pressi di Bari: “il mio sì al referendum nella visione socialista … chi è di sinistra sulla giustizia non lo decide Carofiglio”. Tutto il mio rispetto, assieme al più netto e amichevole dissenso.

È vero, infatti, anche il contrario: chi, anche fra socialisti di antica militanza e inossidabile coerenza, si esprime per il NO non può essere etichettato come  “comunista” da parte di quei socialisti, non sempre coerenti, acquartierati in uno dei tanti Comitati che hanno scomodato la memoria immarcescibile di Giuliano Vassalli (ma anche del povero Agostino Viviani), di Falcone, oltre che di Bettino Craxi e addirittura Matteotti: anche se, molto spesso, con qualche confusione tra CPP e codice Rocco!

Forse sarebbe il caso di soffermarsi per comprendere le ragioni dell’inedito o riscoperto  attivismo socialista, con relative polemiche, ma sulla vicenda referendaria, piuttosto che nelle ormai tante elezioni generali: avrei un’idea, ma temo sia necessario capirne meglio.

E’ la ragione per la quale (da iscritto con molti, molti decenni di anzianità!) non ho condiviso la decisione  della Direzione del Partito Socialista: pur senza rinunciare ad esprimere una preferenza o un “orientamento”, infatti, sarebbe stato meglio lasciare agli iscritti libertà di voto; ragione per la quale, educato a quell’ormai residuato storico che è la “disciplina del partito” (fin dove possibile), essendo orientato verso il NO mi asterrò da ogni pubblico intervento.

Ma questo non mi impedisce anzi, credo, mi legittimi a rivolgere un accorato appello, almeno ai compagni iscritti e dirigenti del PSI,  ad astenersi da ogni atteggiamento offensivo nei confronti dei compagni (purtroppo se ne leggono proprio tanti in rete!) e a rispettare l’altrui pensiero: sapendo, ripeto, che il dubbio, il confronto, la tolleranza sono i fondamentali del pensiero socialista, la cui riemersione e rilancio gli organi dirigenti del Partito mi auguro vorranno porre in cima alle loro attenzioni.

Gianvito Mastroleo, Presidente onorario della “Fondazione Giuseppe Di Vagno (1889 – 1921)”

Voterò NO. di Daniele Vicari

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Ho definitivamente deciso di votare No al referendum proprio ascoltando il suo promotore, il ministro Nordio, il quale ha detto chiaro e tondo che mettere sotto controllo la magistratura da parte dell’esecutivo «farà comodo anche a chi andrà al governo dopo l’attuale maggioranza».

Una maggioranza che ha approvato il testo praticamente senza discussione parlamentare… chiunque sia a governare, oggi e in futuro, non sono d’accordo che controlli la magistratura, è uno strumento troppo potente in mano a qualunque governo.

Considerando cosa sta accadendo nel mondo, soprattutto in America, io preferisco che i poteri dello Stato restino ben separati, prima di tutto per il bene di noi cittadini, poi anche per il bene degli organi stessi di magistratura e polizia, quindi per il bene della vituperata democrazia.

Ho letto il testo della riforma e posto qui di seguito la Gazzetta Ufficiale, perché credo che leggendo si evinca facilmente l’intento di chi vuole questa modifica: stravolgere il principio fondante di uno Stato liberale: la separazione dei poteri. Non voglio essere complice di un simile cambio di regime.

Senza farla troppo lunga non mi pare questo né il modo né il tempo giusto per cambiare la costituzione, siamo già in preda a troppe emergenze.

Daniele Vicari, regista.

Perché è giusto votare NO. di Luca Cesari

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Il Consiglio superiore della magistratura è un organo di rilievo costituzionale (cioè previsto dalla Costituzione) che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, penale e civile. È composto per due terzi da magistrati (i “togati”) e per un terzo da avvocati e professori universitari di diritto (i “laici”), eletti, rispettivamente, dai magistrati e dal Parlamento.

I padri e le madri costituenti hanno assegnato al CSM il potere di nominare, trasferire, promuovere e infliggere sanzioni disciplinari ai magistrati: dicevano che questi poteri erano come quattro “chiodi” piantati per mantenere salda l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario, preservandolo da qualunque ingerenza.

Questa riforma, però, cambia il modello costituzionale del CSM. Non solo “spacchetta” il CSM in tre organi (un CSM per i giudici, uno per i PM  e un’Alta corte disciplinare), ma modifica natura e attribuzioni dei nuovi CSM. In questo modo, altera profondamente l’equilibrio tra poteri disegnato dalla nostra Costituzione, in particolare tra potere giudiziario (esercitato dai magistrati), potere esecutivo (il governo) e potere legislativo (il Parlamento).

Per questo motivo Noi Socialisti  invitiamo a votare NO !

Luca Cesari , Responsabile di Roma e Lazio per il “Comitato socialista per il NO – per il Referendum 2026”

Per un futuro di equità e libertà il nostro NO come socialisti al Referendum sulla Giustizia. del Circolo Socialista Nebroideo Indipendente

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Forse non serve dire che questa nostra posizione, questa scelta di schierarci come Circolo Socialista Nebroideo Indipendente “Italo Carcione” per il NO al referendum del 22 e 23 marzo, nasce da qualcosa di più di un semplice sentire.
È il risultato, semmai, di un percorso condiviso, di un ragionamento che si è fatto strada tra le parole di molti, tra le esperienze di chi, da sempre, ha creduto nella magistratura come baluardo contro le ingiustizie.
Non si tratta di una presa di posizione isolata, ma di un modo di pensare che si alimenta con il confronto, con il rispetto delle storie di ciascuno.
È un pensiero che si radica nella convinzione che la separazione tra i poteri, la piena autonomia dei giudici, siano valori di cui non si può fare a meno.
Non perché siano dogmi intoccabili, ma perché sono il fondamento di un sistema che, almeno in teoria, dovrebbe tutelare chi si trova in posizione di svantaggio, chi lotta per i diritti, chi non ha voce.
Il nostro NO, allora, si inserisce in un discorso più ampio, un ragionamento che coinvolge tutti noi, uomini e donne socialisti e socialiste, che abbiamo visto e vissuto le contraddizioni di un sistema che a volte sembra troppo fragile, troppo esposto alle influenze di chi ha più potere.
Se si rafforzasse la divisione tra le carriere, se si sdoppiasse il Consiglio Superiore della Magistratura e si affidasse a estrazioni a sorte la composizione di alcuni suoi membri, cosa cambierebbe?
La sensazione, condivisa, è che la nostra autonomia si indebolirebbe, che la pressione potrebbe aumentare, e che la giustizia perderebbe quella sua capacità di essere un’ultima istanza di tutela.
Poi, se si pensasse di creare una corte disciplinare solo per i magistrati ordinari, togliendo ulteriori poteri al CSM, ci si renderebbe conto che si rischia di spostare l’equilibrio, di rendere il sistema più vulnerabile.
E tutto questo, in un momento in cui le inefficienze, i ritardi, le risorse scarse sono problemi che vanno affrontati, non smantellando pezzi di un ingranaggio già troppo usurato, ma rafforzandolo.
Il ragionamento, infine, si fa collettivo anche nel ricordare che questa battaglia si lega alla storia della sinistra, a figure come il compagno, Avvocato Sandro Pertini, che sapeva bene che la difesa della magistratura non era solo un atto di partito, ma un impegno civile, un atto di fede nella giustizia come bene comune.
E allora, da questa terra, dal cuore dei Nebrodi vogliamo dire che il nostro NO non è solo un voto, ma una scelta di coerenza, di responsabilità.
E invitiamo tutti a farlo con noi: votate NO, e fate votare NO.
Perché il futuro di questa terra, di questa democrazia dipende anche da come ci prendiamo cura di quei principi che ci uniscono, anche quando tutto sembra remare contro.

Circolo Socialista Nebroideo Indipendente “Italo Carcione”

Perché bisogna votare NO. di Rino Giuliani

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Il carattere essenziale dello Stato di diritto costituzionale è sempre stato delineato sul piano ideale attraverso rapporti non equivoci fra libertà e esercizio del potere. Con riflessi nella organizzazione delle giurisdizione.

La separazione dei poteri è un capisaldo del pensiero costituzionale liberale. Nella difesa dell’indipendenza della intera magistratura e del CSM si sarebbe potuta fare una separazione delle funzioni, senza ricorrere ad una revisione costituzionale, con una legge ordinaria condivisa e con un esercizio alterno delle funzioni requirenti e giudicanti.

Invece quello che con il referendum confirmatorio ci troviamo davanti sono due CSM separati, autoreferenziali, indeboliti perché privati della competenza disciplinare affidata ad una Alta Corte i cui verdetti non sono ricorribili in Cassazione.

L’uso del sorteggio nella scelta dei componenti togati delinea una composizione su criteri diseguali che da il senso delle intenzioni di condizionamento degli organismi che si vuole cambiare intervenendo sulla Costituzione .

Votare NO ad una legge che è un intervento sulle carriere e non certo una riforma della giustizia ( questa sì che sarebbe stata di interesse per i cittadini) è anche un atto responsabile di chi, cittadino, intende tutelarsi da una possibile, non auspicabile magistratura condizionata dal potere politico e da interventi dei governi.

Rino Giuliani (Vicepresidente dell’Istituto Fernando Santi)

Perché votare No al referendum sulla riforma della giustizia del 22-23 marzo. di Riccardo Achilli

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La riforma Nordio, al di là di cosa se ne pensi nel merito, è stata concepita in un clima di odio e contrasto nei confronti della magistratura da parte degli eredi politici di Berlusconi e dei suoi guai giudiziari. La relazione del Presidente della Cassazione all’apertura dell’anno giudiziario, che non è un invito a votare no, sottolinea il pericolo di questo clima, che rischia di sfasciare gli equilibri istituzionali in una insensata guerra fra poteri dello Stato.

Dice infatti i Pg della Cassazione: “Il volto di una giurisdizione sfregiata nell’immagine e privata del rispetto collettivo per il valore essenziale della sua funzione non giova a nessuno: non ai cittadini, che alla giurisdizione devono potersi integralmente affidare (…), non all’Avvocatura, che ha contribuito a preservare, proprio nella dialogia con la Magistratura, i pilastri delle garanzie dello Stato di diritto; non alle Istituzioni rappresentative, che necessariamente devono fondare forza e legittimazione di tale rappresentatività sull’irrinunciabile rispetto del principio di separazione dei poteri, dunque anche dell’indipendenza ed autonomia della Magistratura. L’obiettivo è che cessi ogni lacerazione istituzionale, solo demolitiva, solo deleteria”. Nessun riferimento, come si può leggere, alla riforma Nordio, ma un richiamo al reciproco rispetto dei diversi poteri dello Stato, messo in pericolo da dialettiche e comportamenti politici, da parte dell’attuale maggioranza, volti a minare la fiducia dei cittadini nella magistratura, e quindi la sua autonomia.

A riprova di tale clima punitivo, vi è la proposta di Tajani, ovviamente a valle di una eventuale vittoria del Sì, di togliere alla magistratura il controllo della polizia giudiziaria, di fatto facendo in modo che le indagini preliminari non siano più guidate da un magistrato indipendente, ma da un organo, la P.G., dipendente dal Governo.

Per questo occorre votare no: perché nessuna riforma equilibrata può nascere da questo clima. Che e’ un clima di vendetta.

Peraltro, anche andando nel merito della riforma, si evidenziano aspetti critici, o quantomeno poco chiari.

Un Csm dedicato esclusivamente ai Pubblici Ministeri rischia di creare una setta di accusatori autonoma rispetto al resto del corpo della magistratura, quindi più forte ed indipendente.

Il ricorso ampio ai sorteggi per la selezione dei membri dei due Csm e dell’Alta Corte disciplinare non dà garanzie circa la competenza e la capacità dei soggetti preposti ad un compito così delicato.

La separazione in organi diversi delle competenze su nomine, trasferimenti ed avanzamenti di carriera e di quelle disciplinari appare artificiosa ed inefficiente, considerato che il profilo disciplinare di un giudice deve per forza interagire sincronicamente con la sua carriera.

Il numero di componenti laici, di fatto influenzabili dalla politica perché eletti dl Parlamento, aumenta considerevolmente rispetto al terzo dei componenti dell’attuale Csm come da articolo 104 della Costituzione. Avremo una pletora di soggetti nominati dalla politica, fra i due Csm e l’Alta Corte.

Infine, rispetto all’Alta Corte che dovrà occuparsi dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, le preoccupazioni maggiori riguardano i collegi giudicanti costituiti all’interno dell’Alta corte per valutare i singoli casi. Questi collegi verranno formati in modalità ancora da definire: per ora la legge dice solo che in essi i magistrati “saranno rappresentati” – ma non dice in che numero e in che proporzione. Una maggioranza politica potrebbe, per esempio, fare una legge secondo cui sono i suoi rappresentanti a giudicare, in maggioranza, il magistrato. Il rischio di pressioni, interferenze e intimidazioni, quindi, esiste. Per i giudizi dell’Alta Corte, inoltre, non è previsto il ricorso in Cassazione, ma solo il ricorso in appello davanti a un altro collegio dell’Alta Corte stessa.

Per tutte queste ragioni, di clima politico e di merito, occorre votare No al referendum.

Riccardo Achilli

Su cosa voteremo il 22 e 23 marzo? di Sergio Bagnasco

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Sulla separazione delle carriere? NO!

Persino la risposta “anche” è sbagliata perché approvando questa riforma non sapremmo in cosa consisterebbe la distinzione delle carriere.

In ogni caso, il PM ha già di base una carriera separata da quella del giudice perché se inizia come procuratore e non cambia mai funzione la sua carriera sarà quella del Procuratore.

Per abolire il passaggio di funzioni – cosa che avviene molto raramente – basta una modifica della legge ordinaria.

Voteremo sulla giustizia?

NO! Perché la riforma non riguarda il processo con i suoi inaccettabili tempi e costi per accedere al servizio giustizia.

Noi voteremo su una riforma che riguarda sostanzialmente il Consiglio Superiore della Magistratura e prevede:

– l’obbligo per il legislatore di disciplinare le distinte carriere dei magistrati giudicanti e requirenti;

– lo sdoppiamento del CSM in due organismi; uno dedicato alla valutazione professionale del giudice e uno alla valutazione professionale dei procuratori;

– il trasferimento della funzione disciplinare dal CSM al nuovo organismo che si chiamerà Alta Corte disciplinare in cui i magistrati giudicanti o requirenti saranno semplicemente “rappresentati”;

– la titolarità della funzione disciplinare esclusivamente in capo al Ministro della giustizia;

– il sorteggio dei componenti togati indistintamente tra tutti i magistrati;

– il sorteggio dei componenti laici tra un gruppo di eletti dal Parlamento e quindi con certezza graditi alla maggioranza parlamentare;

– l’eliminazione dell’organismo di rilievo costituzionale che oggi è custode delle prerogative costituzionali della magistratura.

A fronte di tutto ciò è desolante il tentativo di far passare il messaggio che questa sia una riforma per introdurre la separazione delle carriere.

Non è così!

La separazione delle carriere di fatto c’è già, come illustrato, e può essere ulteriormente disciplinata con legge ordinaria; perché allora si vuole modificare la Costituzione?

La risposta è “perché così si rafforza la scelta politica”.

Questa risposta è priva di fondamento logico perché la riforma si limita a dire al legislatore di disciplinare la distinzione delle carriere.

La riforma non specifica nemmeno che è vietato passare dalla funzione giudicante a quella requirente quindi il legislatore potrebbe lasciare l’attuale possibilità per esempio rendendo più difficile il passaggio.

Qualsiasi cosa sarà dal legislatore deciso per disciplinare le distinte carriere sarà precisato in una legge ordinaria modificabile come ogni legge ordinaria. Dove sta il rafforzamento se in Costituzione non c’è alcuna prescrizione tassativa?

In ogni caso, la distinzione delle carriere potrà prevedere esattamente quel che già adesso potrebbe essere previsto perché la nuova legge ordinaria dovrà rispettare gli attuali principi costituzionali riconfermati:

– il PM è un magistrato;

– il PM ha le stesse garanzie costituzionali del Giudice, inamovibilità compresa;

– Giudice e PM continueranno a essere titolari della funzione giurisdizionale: uno giudica i fatti che l’altro ha accertato.

Ne consegue che quando ci dicono che l’Italia è l’unico paese occidentale in cui non c’è la separazione delle carriere omettono di spiegarci a chi ci avvicineremmo: non agli USA dove il PM non è un magistrato; non a Spagna, Germania o Francia dove il PM non ha le stesse garanzie costituzionali del Giudice e/o è subordinato al Ministro di Giustizia o al Procuratore Generale che è di nomina politica.

Quindi? Perché tanta esaltazione per la separazione delle carriere se in realtà continueremmo a essere l’Italia senza alcuna caratteristica di separazione delle carriere in comune con i Paesi che vengono evocati?

Questa riforma in realtà ha lo scopo di #demolire_il_CSM per introdurre strumenti di controllo e intimidazione della magistratura la cui autonomia e indipendenza sarà compromessa già per il fatto oggettivo che la Magistratura non avrà più un organismo che potrà agire a tutela delle sue prerogative solo formalmente riconfermate.

Il CSM viene letteralmente demolito per dare vita a tre distinti organismi di rilievo costituzionale ciascuno autonomo e indipendente dagli altri e quindi nei fatti avremmo due magistrature e un Tribunale Speciale.

Quali siano i vantaggi che deriverebbero ai cittadini da questa riforma non è dato saperlo mentre non certezza sappiamo che tante cose dovrebbero far storcere il naso.

La valutazione professionale dei magistrati sarà molto più blanda perché ogni magistrato sarà valutato da un CSM composto in maggioranza da propri pari; immaginate una commissione per l’esame di maturità composta in maggioranza da studenti colleghi dell’esaminato; come giudichereste una simile commissione?

Il sorteggio consente di collocare nei CSM e nell’Alta Corte persone con un forte mandato politico mentre i magistrati sarebbero indifferenziati ma ciò non esclude che i sorteggiati non facciano le stesse cose che si imputano agli eletti e il sorteggio non esclude nemmeno che siano sorteggiati magistrati iscritti a una corrente o che una corrente risulti casualmente premiata dal sorteggio.

Lo spacchettamento del CSM priverà la magistratura di un organismo che possa agire in tutela delle prerogative costituzionali della magistratura formalmente riconfermate ma di fatto depotenziate perché private di ogni presidio posto a tutela.

L’Alta Corte, in base al testo costituzionale, sarà azionabile esclusivamente dal Ministro della Giustizia e in questo tribunale i magistrati giudicanti o requirenti saranno solo rappresentati; quindi il collegio potrebbe essere composto in maggioranza da giudici di nomina politica.

Questa riforma introduce in Costituzione molte contraddizioni e rilascia cambiali in bianco alla maggioranza parlamentare di turno perché ciò che questa riforma prevede sarà regolato da future leggi ordinarie.

Questa riforma introduce nella magistratura elementi di strutturale conflittualità perché il CSM giudicante potrebbe assumere su questioni che attengono alla magistratura posizioni divergenti rispetto al CSM requirente.

Inizierebbe una nuova stagione di incerta transizione e conflittualità.

La Costituzione si può modificare ma non per creare incertezze, conflitti e compromettere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura che dovrebbero essere corredate da efficienza.

Ogni intervento legislativo dovrebbe mirare a rendere più efficiente la magistratura autonoma e indipendente.

#IOVOTONO e tu?

Sergio Bagnasco

Quattro motivi per votare NO al Referendum contro chi vi sta prendendo in giro. di Lorenzo Zanellato

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Il No non nasce dalla difesa dell’attuale sistema così com’è, ma dal timore che questa riforma, invece di correggere i difetti della giustizia, finisca per indebolire uno dei pochi poteri che ancora possono controllare chi governa.

Il primo motivo riguarda il sorteggio; il sorteggio viene presentato come la cura miracolosa contro il correntismo, ma in realtà crea un problema più grande di quello che vorrebbe risolvere.

Un organo di autogoverno non è una giuria popolare, ma un’istituzione che decide carriere, incarichi, valutazioni e disciplina; se i magistrati vengono sorteggiati senza un mandato e senza una rappresentanza riconoscibile, mentre la componente laica continua a essere selezionata dal Parlamento, il risultato è un CSM più debole e più sbilanciato; chi arriva per scelta politica ha inevitabilmente più peso di chi arriva per caso, e questo non riduce l’influenza della politica, la rafforza.

Il secondo motivo è la separazione delle carriere; è vero che giudici e pubblici ministeri fanno mestieri diversi, ma tenerli nello stesso ordine serve a garantire che entrambi restino lontani dal potere politico; in tutti i Paesi dove le carriere sono separate, prima o poi il pubblico ministero risponde all’esecutivo;pensare che qui non accadrà significa ignorare il contesto e la storia perché La separazione non è neutra: è il primo passo verso un sistema in cui le procure diventano più controllabili, anche senza ordini diretti.

Il terzo motivo riguarda il potere disciplinare; togliere la disciplina al CSM e affidarla a un’Alta Corte separata significa spostare il cuore delle garanzie fuori dall’organo che i Costituenti avevano pensato come scudo dell’indipendenza; la disciplina è la leva più delicata che esista, perché non serve usarla spesso per farla pesare: basta sapere che può essere usata.;un magistrato che indaga su poteri forti diventa più esposto, più prudente, più solo.

Il quarto motivo è forse il più semplice; questa riforma non risolve nessuno dei problemi concreti che vengono agitati per convincere gli elettori;non rende le sentenze più severe, non evita scarcerazioni, non accelera i processi, non elimina errori giudiziari; cambia però l’equilibrio tra giustizia e politica e quando una riforma costituzionale non migliora la vita dei cittadini ma rende più difficile indagare il potere, il dubbio non è ideologico, è di buon senso.

Lorenzo Zanellato

Il Comitato socialista per il NO nel Referendum sulla Magistratura. di Franco Astengo

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Nei giorni scorsi su iniziativa di esponenti di diverse associazione e circoli di ispirazione socialista è stato costituito, a dimensione nazionale, il “Comitato Socialista per il No nel referendum” (dovrebbe svolgersi il 22 e 23 marzo prossimi). Al Comitato ha immediatamente aderito l’ex-ministro Rino Formica e questo fatto può essere considerato un elemento politico di primaria importanza guardando anche al superamento di passate vicende evitando anacronistiche incrostazioni e/o peggio arroccamenti identitari sul passato.

Mi permetto di sottolineare positivamente la costituzione del Comitato che consente di completare il quadro politico del “NO” con una componente essenziale nello schieramento che si sta approntando per sostenere questa difficile sfida.

La presenza del Comitato Socialista consente infatti di superare in avanti quello che potrebbe essere un punto non secondario di discussione: non tanto nel peso specifico che nelle scelte di elettrici ed elettori avrà il merito delle questioni sollevate con la deforma voluta dalla destra, quanto al tema del collegamento tra la particolarità referendaria, il tema generale della tenuta della democrazia repubblicana e tra questa e la drammatica questione sociale che interessa il nostro Paese ( impegni bellici, sbilanciamento in politica estera, difficoltà europea, crisi della produzione industriale, welfare messo sotto i tacchi, politica migratoria, crescita abnorme delle disuguaglianze e di conseguenza della povertà).

E’ evidente che una impostazione “socialista” potrà fornire un forte contributo proprio in questa direzione nell’ambito di una campagna elettorale i cui contenuti dovranno essere fortemente rivolti verso la Società Civile in un contesto generale di forte crescita nella disaffezione all’interesse e all’agire politico che si sta traducendo in un picco di astensione elettorale.

Certamente il tema politico di fondo riguarderà il principio dello Stato diritto.

Il tema della governabilità ha attraversato il dibattito politico.

Progressivamente è cresciuta la decretazione d’urgenza e lo svilimento del ruolo del Parlamento: processo che ha trovato il suo punto di riferimento nella riduzione del numero dei parlamentari, fattore di riduzione secca nella rappresentatività politica e territoriale.

Un dibattito scivolato poi, pericolosamente, considerato il peso assunto dal fenomeno della personalizzazione della politica, sul nodo del “premierato” cavallo di battaglia della destra di governo.

L’occasione referendaria allora può tornare utile per tenere assieme il discorso sulla ripartizione dei poteri e sulla governabilità.

Sorge così anche un discorso riguardante la ricerca di nuove forme – autoritative – di governo ed emerge anche una necessità di distinzione non semplicemente lessicale tra “governance”, espressione di un potere articolato sul territorio per rispondere, spezzettando le diverse problematiche, in maniera sostanzialmente neo-corporativa ai bisogni espressi dai ceti sociali più forti e “governament” utilizzato per normalizzare le dinamiche sociali più fortemente conflittuali, attraverso l’espressione di un potere centrale fortemente concentrato e posto, attraverso opportuni tecnicismi che dovrebbero includere anche la legge elettorale, al riparo da confronti giudicati inopportuni.

Non ci sono risposte in termini di allargamento democratico, di ruolo delle istituzioni rappresentative, di presenza dei soggetti intermedi (partiti, sindacati), la cui funzione nel frattempo è stata ridotta al solo rango di selezionatori del personale di governo, provvisti di denaro ed elargitori di “incentivi selettivi” e non certo di soggetti propositori della rappresentanza politica e sociale.

Franco Astengo