La politica tra credibilità e illogicità. di Sergio Bagnasco

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Fino ad agosto del 2019 il M5S sosteneva il taglio dei parlamentari affermando che quel taglio non richiedeva altri interventi e che andava benissimo il Rosatellum, con minime modifiche per renderlo adatto a qualsiasi numero di parlamentari.

Infatti, a maggio 2019 M5S e Lega hanno provveduto a modificare il Rosatellum mantenendo la stessa impalcatura: 37,5% dei seggi assegnati con maggioritario secco, il resto con liste bloccate legate al candidato uninominale e senza possibilità di scelta tra i candidati.

Questo sistema elettorale, che il M5S aveva fieramente e giustamente contestato nel 2017, è diventato improvvisamente un ottimo modello al punto da farlo proprio senza nemmeno introdurre qualche minimo correttivo.

A settembre 2019 nasce la nuova maggioranza e il M5S cambia radicalmente posizione: il taglio dei parlamentari deve essere accompagnato da altre riforme costituzionali e da una legge elettorale proporzionale.

Lecito chiedersi se il M5S creda realmente nell’accordo che ha concluso o se semplicemente è stata una accondiscendenza perché diversamente il nuovo governo non sarebbe nato.

Sia come sia, resta il fatto che a settembre 2020 si voterà per confermare o respingere il taglio dei parlamentari, mentre non c’è ancora nulla di tutto quel che anche il M5S ritiene necessario per mitigare gli effetti negativi di questo taglio e presumibilmente nulla ci sarà da qui a settembre.

Non trovate illogico confermare una riforma costituzionale ritenuta dannosa nella speranza che poi si facciano altre riforme costituzionali?

E questo prima ancora di analizzare l’effettiva efficacia di questi “correttivi” concordati dalle forze di maggioranza e ben lontani dall’essere approvati.

Inoltre, il taglio dei parlamentari rende necessario la modifica radicale del regolamento della Camera e del Senato; operazione sempre molto complessa e lunga. Se questi nuovi regolamenti non dovessero essere approvati prima della fine della legislatura, si rischia la paralisi parlamentare.

Se oggi quasi tutti concordano che questo taglio dei parlamentari richiede correttivi costituzionali e una nuova legge elettorale, è sensato procedere alla conferma del taglio quando il rischio concreto è che i correttivi non arrivino in questa legislatura?

Poi, i correttivi proposti, sono adeguati a mitigare i problemi di rappresentatività e a mettere in sicurezza il sistema istituzionale con adeguati contrappesi e garanzie?

A mio avviso assolutamente NO perché tra questi correttivi non c’è la costituzionalizzazione del metodo elettorale (quindi una legge proporzionale potrebbe da una nuova maggioranza politica essere trasformata in una legge maggioritaria) e non si interviene sulle modalità di elezione di presidente della repubblica e corte costituzionale; pertanto una minoranza, che per effetto di meccanismi elettorali dovesse avere la maggioranza assoluta del parlamento, finirebbe per poter eleggere il presidente della repubblica, controllare la corte costituzionale, modificare la costituzione senza avere nemmeno la certezza del referendum confermativo e se dovesse arrivare a controllare i 2/3 del parlamento questa minoranza potrebbe riscrivere in totale autonomia la costituzione.
Evidente che una legge elettorale mista o maggioritaria rende più facile questo risultato in combinazione con il taglio dei parlamentari.

Infatti, la riduzione dei parlamentari ha un effetto distorsivo di tipo maggioritario con qualsiasi legge elettorale poiché produce l’innalzamento delle soglie naturali nelle circoscrizioni per avere un eletto. Questo effetto distorsivo si elimina solo con il collegio unico elettorale in sostituzione delle circoscrizioni, cosa di cui nemmeno si discute.

In queste condizioni è evidente che, al di là delle chiacchiere e della propaganda, l’unica cosa sensata da fare è respingere questo taglio dei parlamentari e procedere con una riforma organica e coerente.

Sergio Bagnasco

Election day, come si ferisce una democrazia. di Alfiero Grandi.

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Alfiero Grandi

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La tornata elettorale unica per il voto – regionali, comunali e referendum costituzionale – nei giorni 20-21 settembre, non ha reali motivazioni se non l’interesse del M5s a trarre un vantaggio per far passare il taglio dei parlamentari, vulnus per la rappresentanza

Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad una sceneggiata poco edificante. Pur di costringere a votare nello stesso giorno per le elezioni regionali, per quelle dei Comuni e per il referendum costituzionale sul taglio del parlamento se ne sono viste di tutti i colori. Le regioni sono in rivolta contro questa costrizione che nega la loro autonomia decisionale prevista dagli Statuti, Fratelli d’Italia ha organizzato l’ostruzionismo alla Camera sul decreto che fissa la data delle elezioni, la coalizione che sostiene il governo Conte 2 è stata spinta dal M5Stelle a insistere sulla giornata unica per il voto, individuata nel 20/21 settembre. Tutto si può cambiare tranne questo aspetto.

La sostanza è che il referendum costituzionale non sembra in grado di trascinare i cittadini a votare per il taglio dei parlamentari, obiettivo di cui il M5Stelle ha fatto una bandiera nella speranza di risalire nei sondaggi, senza prestare attenzione alle conseguenze. Per porre riparo non si è trovato di meglio che tentare di arrivare ad un’unica giornata per votare per le regioni, per i comuni, per il taglio dei parlamentari, forzando la legge in vigore che non prevede la possibilità di accorpare le modifiche della Costituzione con altri appuntamenti elettorali. Per questo si punta ad approvare una norma di legge che cambi le regole in vigore.

La responsabilità del M5Stelle è evidente, pur di arrivare a tagliare i parlamentari è pronto a forzare, prima imponendo alla nuova maggioranza parlamentare di votare la modifica costituzionale (un grave errore perchè la Costituzione non dovrebbe mai essere sacrificata ad un accordo politico di governo), poi puntando all’election day da quando è apparso chiaro che tra gli elettori non c’è lo stesso entusiasmo che sembra esserci nel gruppo dirigente del M5Stelle, con l’obiettivo di tentare di portare a votare per il referendum gli elettori che già debbono scegliere l’amministrazione regionale e quella comunale.

Le motivazioni sui rischi di svolgere elezioni in questo periodo appare e scompare a seconda della convenienza del momento. Infatti tra settembre e ottobre non è possibile stabilire per ora una differenza e nessun esperto può assicurare che un periodo sarà meglio dell’altro. Possiamo solo augurarci che la pandemia non ritorni. Inoltre si potrebbero individuare altre sedi istituzionali diverse dalle scuole in cui esercitare il diritto di voto, diminuendo di molto se non azzerando l’interferenza con l’anno scolastico.

Quindi la giornata unica per il voto non ha reali motivazioni se non l’interesse di una parte, in questo caso il M5Stelle, a trarre un presunto vantaggio da un maggiore afflusso elettorale, evitando una partecipazione al voto molto ridotta sul taglio del parlamento e quindi un sostanziale fallimento politico di questa modifica della Costituzione.

Al punto in cui siamo conviene avviare la campagna elettorale per il No sul taglio del parlamento, pur nelle condizioni difficili che si prospettano. Infatti la campagna elettorale risentirà pesantemente delle conseguenze della forzata chiusura in casa nel periodo acuto della pandemia, del periodo agostano, della presenza contemporanea di altri appuntamenti elettorali che potrebbero mettere in ombra le modifiche della Costituzione.

Eppure proprio chi ha voluto arrivare a questo taglio del parlamento aveva attribuito un significato simbolico, di svolta, a questa scelta. Ci si poteva aspettare un comportamento coerente ma così non è stato e alla fine l’importante sembra imporre la scelta con ogni mezzo. Questo impone una campagna elettorale netta, senza risparmio, capace di mettere in luce le responsabilità, i comportamenti opportunisti che hanno reso possibile arrivare al taglio del parlamento. Taglio del parlamento le cui motivazioni restano ridicole e i presunti esigui risparmi di spesa lo confermano.

I risparmi di spesa sono tipiche motivazioni che lisciano il pelo al populismo. Mentre sarebbe indispensabile una discussione sul ruolo che dovrebbe avere il parlamento in Italia, che è una repubblica parlamentare, fondata sul ruolo della rappresentanza.

Sostenere che il parlamento può essere ridotto di numero, un terzo circa, senza riguardo alle conseguenze delle sue funzioni, tanto più dopo un periodo non facile come quello della pandemia, vuol dire che si scaricherà sulla rappresentanza dei cittadini una caduta di ruolo preoccupante, che modificherà i rapporti di forza con gli altri assetti istituzionali del nostro paese, in particolare con il ruolo del governo.

Siamo proprio sicuri che dopo la fase della pandemia nella quale in parte per ragioni oggettive, in parte per scelta politica c’è stato un accentramento mai visto dei poteri, con un uso dilatato del ruolo del Dpcm, strumento di norma limitato nel suo utilizzo perchè sfugge ai controlli, in particolare del parlamento e di cui risponde il solo Presidente del Consiglio ?

Ad un certo punto si è capito che occorreva non esagerare e quindi si è ricorsi ai decreti legge, che il parlamento ha l’obbligo di esaminare e convertire entro 6o giorni, per dare un fondamento legislativo ai Dpcm.

Era già eccessivo in precedenza il ruolo del governo che di fatto condiziona da tempo il ruolo e l’agenda del parlamento con i decreti legge e i voti di fiducia a raffica. Da troppi anni il parlamento è fortemente limitato nella sua effettiva capacità di rappresentare, cedendo buona parte di questo ruolo al governo che di rappresentanza ne ha proprio pochina, visto che il voto di fiducia verso il governo non dà presunzioni di rappresentanza, semmai di delega da parte del parlamento.

La pandemia del corona virus ha dato un altro colpo pesante al ruolo della rappresentanza.

Anzitutto per difetti della rappresentanza stessa, i parlamentari, e questo è l’effetto di leggi elettorali che da troppi anni sottraggono agli elettori il diritto di scegliere direttamente i propri parlamentari. Di fatto gli eletti sono scelti dall’alto, non rispondono agli elettori da troppo tempo, perché la loro elezione non dipende da chi devono rappresentare (i cittadini) ma dai capi che decidono le liste e a cui di fatto rispondono. Perchè dai capi dipende la loro elezione.

Quindi i parlamentari hanno le loro responsabilità mostrate plasticamente con la lontananza dai loro compiti per una fase.

Tuttavia ai capi partito fa comodo avere questa situazione, perchè questo consente loro un accentramento formidabile del potere di scelta, al punto che il nostro sistema parlamentare oggi è fortemente modificato da questa situazione. Questo ha radici più antiche. Si può dire che è iniziato quando è stato consentito di mettere il nome del candidato presidente del Consiglio sulla scheda elettorale, iniziato da Berlusconi senza trovare una vera resistenza e proseguito in altri settori politici, sinistra compresa. Questo ha avviato una fase di accentramento delle decisioni e un disequilibrio nei poteri che da tempo non trova soluzione, perchè restiamo una repubblica parlamentare che però usa strumenti che non sono propri di questa forma istituzionale, fortemente personalizzati, e questo crea una situazione anomala e squilibrata.

Tuttavia alcuni scelgono di spingere in questa direzione perchè sono convinti che prima o poi l’Italia abbandonerà la forma della repubblica parlamentare. Del resto in settori politici disparati, non da oggi, ci sono tentazioni presidenzialiste, che per alcuni a destra sono una scelta di modifica più di fondo della nostra Costituzione e che per altri – democratici e di sinistra – rappresenta un’evoluzione di minore impatto, sottovalutando che ci potrebbe essere uno slittamento verso una repubblica presidenziale vera e propria. Ci sono percorsi che quando iniziano rischiano di prendere la mano e il taglio dei parlamentari va esattamente in questa direzione: indebolisce il ruolo del parlamento, che oltre al taglio in sé resterà sotto botta per molto tempo. Infatti parlare di taglio dei parlamentari e di rilancio del parlamento è come pretendere di bombardare un edificio per ristrutturarlo, è evidente che verrà raso al suolo. Il taglio dei parlamentari è un modo per ridimensionare strutturalmente il ruolo del parlamento e questo per alcuni è la premessa per cambiare sistema istituzionale.

Quindi il taglio del parlamento è un atto da apprendisti stregoni, con risultati finali che potrebbero prendere loro la mano e finire con un rattrappimento della democrazia italiana. Ci potevano essere altre scelte ma la demagogia populista non ha sentito ragioni e i confronti sono sempre stati finti, in realtà la discussione doveva solo confermare l’assunto iniziale.

In gioco ci sono da un lato la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza e dalla vittoria sul nazifascismo, che è certamente avanzata e socialmente fondata su valori e diritti dei cittadini, dall’altra ci sono i rischi derivanti da modifiche poco meditate e ancor meno in grado di controllabili nell’approdo finale.

Questa è la vera responsabilità degli altri partiti della maggioranza che hanno capovolto la loro posizione parlamentare, ma anche dell’opposizione che aveva votato con la maggioranza del Conte 1 questa modifica.

Questo comportamento è censurabile perchè mette la Costituzione e le sue modifiche sullo stesso piano di scelte politiche contingenti come può essere un programma di governo e questo opportunismo politico è stato comune sia con il Conte 1 che con il Conte 2, arrivando a votare un taglio dei parlamentari che in realtà non convince neppure chi l’ha votato solo perchè temeva di mettersi contro un’opinione pubblica considerata a favore di questa scelta, con un comportamento opportunista.

In realtà questa scelta era contrastabile e anche il M5Stelle poteva essere costretto a prendere atto che il suo orientamento era un errore, per altri argomenti è stato fatto, in questo caso no, la differenza sta tutta nel grumo di interessi che hanno portato a resistere in alcuni casi e a mollare sul taglio del parlamento.

La campagna elettorale sarà Costituzione contro populismo e opportunismo.

Alfiero Grandi

 

tratto dal sito http://www.ilsocialista.com al link: http://www.ilsocialista.com/articolo-election-day-come-si-ferisce-una-democrazia-di-alfiero-grandi-del-23-giugno-2020-n-2312.html

 

La data del Referendum. di Franco Astengo

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Caso-Bombardier": l'analisi di Franco Astengo - Savonanews.it

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Sul tema della riduzione del numero dei parlamentari chi ha ancora a cuore la democrazia repubblicana ha il dovere di essere particolarmente chiaro, questa volta senza sfumature: Il Comitato per la Democrazia Costituzionale dovrebbe chiedere udienza al Presidente della Repubblica, naturalmente non per chiedere un suo intervento che sicuramente non può eventualmente oltrepassare il limite di una “moral suasion” . L’occasione dovrebbe però essere colta per fare in modo che alla più Alta Magistratura della Repubblica possano essere direttamente illustrate le ragioni di chi si oppone a questo sicuramente nefasto provvedimento. La riduzione nel numero dei parlamentari, nelle condizioni in cui questo provvedimento potrebbe realizzarsi se il voto del Parlamento dovesse essere confermato nel referendum, rappresenterebbe il “vulnus” più grave inferto alla Costituzione dal 1948 in avanti. Si tratterebbe, infatti, del frutto avvelenato dell’antipolitica accettato dai gruppi parlamentari soltanto per pavidità e opportunismo, al di fuori dai 5 stelle che ne sono stati promotori all’insegna “dell’aprire le Camere come una scatola di tonno” (discorso che echeggiava “l’aula sorda e grigia, bivacco di manipoli”). Un’ emergenza questa della pavidità e dell’opportunismo che rappresenta un vero problema per il corretto funzionamento delle istituzioni, come abbiamo constatato anche nella fase più acuta dell’emergenza sanitaria, suggellando così la davvero mediocre qualità politica e di dimensione istituzionale che fin qui è stata espressa dal combinato disposto Governo – Parlamento. Un Parlamento eletto ancora una volta attraverso una legge elettorale nel cui testo si ravvisano diversi profili di incostituzionalità. Del resto i Parlamenti della XV, XVI,XVII legislatura erano stati eletti con leggi elettorali dichiarate incostituzionali dall’Alta Corte. Quello dell’incostituzionalità delle leggi elettorali rappresenta un altro particolare dimenticato quando si cerca di definire un profilo della classe politica che ha agito sul piano istituzionale nel corso degli ultimi anni. Appare meschino il tentativo di confondere una scadenza come quella referendaria, di massima importanza per il futuro della qualità della democrazia italiana, con la canea di basso profilo che si misurerà con l’elezione diretta dei Presidenti di Regione (si tralascia, in questa occasione, il discorso sulla vera e propria “disgrazia democratica” rappresentata dall’elezione diretta a cariche monocratiche). E’ necessario far emergere con chiarezza i termini della questione in gioco che ancora una volta, come nell’occasione dei due altri referendum confermativi del 2006 e del 2016, riguarda il cuore stesso dell’impianto previsto dalla Carta fondamentale sui temi delicatissimi della forma di governo, del ruolo delle Camere, della rappresentatività dei soggetti politici in entrambe le direzioni della piena rappresentatività delle più significative sensibilità culturali e dei territori. Dobbiamo sollevare il tema al massimo livello. Il voto referendario necessita di una accurata e specifica preparazione, nel corso della quale le diverse ragioni in campo debbono poter disporre dello spazio temporale e fisico per essere esposte all’intero corpo elettorale, senza interferenze varie e senza asimmetrie nel numero di schede da votare da territorio a territorio, come accadrebbe nel caso dell’accorpamento. Si sta compiendo, in questi giorni, un vero e proprio “sopruso” al riguardo dell’esercizio pieno e legittimo della democrazia nella sua espressione più alta che è quella del diritto di voto dal punto di vista della libertà personale di espressione. Occorre riprendere da subito la mobilitazione e portare al massimo della visibilità e della presa di coscienza collettiva, i motivi che sostengono la necessità di un regolare svolgimento del voto.

Franco Astengo

tratto dal sito https://www.ancorafischiailvento.org/2020/05/31/la-data-del-referendum/

No all’election day. di Alfiero Grandi

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Alfiero Grandi

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Il Governo insiste sulle forzature per quanto riguarda la data delle elezioni. Le Regionali e il rinnovo delle Amministrazioni comunali non possono coincidere con il voto sul referendum costituzionale relativi al taglio del parlamento. Votare il 13 settembre, inoltre, vuol dire non avere il tempo materiale per fare la campagna elettorale, tanto più se gli argomenti saranno così diversi: costituzionali, regionali, locali. Per di più il Governo sembra non ricordare che il 2 giugno è la Festa della Repubblica, quindi della Costituzione, e sembra sottovalutare la rilevanza della decisione sul taglio del parlamento che è architrave del nostro assetto costituzionale e che tutti dovrebbero avere interesse a rendere chiara nelle motivazioni, sia pro che contro. Il Governo si era impegnato ad un confronto preventivo con i Comitati per il No, che lo avevano chiesto, prima di prendere decisioni. Lo aveva affermato il Presidente Conte. Ora si apprende che in parlamento il Governo sta puntando a far votare tutto insieme il 13 settembre, convocando un election day.

Con questa scelta l’importanza della decisione su una modifica costituzionale viene sminuita e dovrebbe provocare una reazione negativa da parte degli stessi promotori del taglio del parlamento che invece preferiscono evidentemente adeguarsi alle forzature che il governo sta tentando. La stessa motivazione della pandemia è usata in modo strumentale visto che siamo pronti ad avanzare soluzioni alternative ragionevoli. Chiediamo quindi al governo di fermarsi e di confrontarsi con i promotori del referendum e con i comitati per il No, essendo del tutto evidente che la ragione del No nel referendum si basa sull’importante considerazione che il taglio dei parlamentari rappresenti un intervento pesantemente negativo sull’assetto costituzionale, con conseguenze sull’equilibrio dei poteri e sulla stessa elezione del Presidente della Repubblica.

Ci auguriamo che il Parlamento corregga quest’orientamento del governo.

Alfiero Grandi

Tratto dal sito jobsnews.it al link https://www.jobsnews.it/2020/05/alfiero-grandi-no-allelection-day/?fbclid=IwAR2uUF3kmnW_xDVsaekJ8lNzzEybyqdqBNml5PaIo0508IH-ang59lFt7S0

Buone ragioni per votare NO. di Roberto Biscardini

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Biscardini

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Nonostante il coronavirus, non dimentimolo, saremo chiamati, mi auguro presto, a votare per tagliare il Parlamento sulla base di nessuna seria motivazione. Salvo la “bufala” della riduzione dei costi della politica.
In realtà una riduzione irrilevante, con un risparmio per abitante minore del costo di una tazzina di caffè all’anno. Una motivazione volgare che per altro sembra non voler tenere conto dei costi veri della politica e men che meno dei costi delle Camere, che certamente non verranno ridotti con la riduzione dei parlamentari.
Una “bufala” gigantesca perché, se la questione fosse stata veramente la riduzione dei costi, perché non tagliare in modo consistente lo stipendio dei parlamentari anziché il loro numero? Cosa peraltro assolutamente ragionevole.
Inoltre, se fosse vero l’obiettivo del risparmio, perché 400 parlamentari e non 200 o ancora meno?
Il vero obiettivo è quindi un altro, si vuole, con il taglio del parlamento, ridurre il diritto alla rappresentanza dei cittadini e dei territori, e chi sarà eletto continuerà ad avere gli emolumenti di prima.
Si vuole sovvertire l’equilibrio fra popolazione e numero dei parlamentari definito dai nostri padri costituenti, creando per altro una grossa sproporzione tra cittadino e cittadino, fra il cittadino di una regione rispetto ad un’altra. Cosicché il voto non sarà più uguale per tutti, violando un preciso principio costituzionale.
Per esempio, se attualmente un senatore rappresenta 151.000 abitanti, con la nuova legge ne rappresenterà oltre 300.000. Ma ancora peggio. La Regione Trentino Alto Adige, con la metà della popolazione della Calabria, avrà diritto allo stesso numero di senatori, cioè sei. E la stessa ingiustizia vale per le altre regioni. Con questa nuova legge, un senatore del Trentino Alto Adige rappresenterà 171.000 abitanti, un senatore della Lombardia ne rappresenterà 313.000, in la Calabria 323.000.
E questo è proprio incostituzionale.
In sintesi, chi voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, non vuole tagliare i parlamentari, persegue l’obiettivo di umiliare il Parlamento, di toglierlo sostanzialmente di mezzo e di indebolire le sue prerogative.
Purtroppo in un momento in cui la politica è fragile e la preoccupazione di tutti i partiti è quella di non essere accusati di “poltronismo”, tutte le forze politiche si sono accodate alla linea giustizialista e populista di Luigi Di Maio. Pensa te!
Le ragioni per votare NO sono molte, e tante ragioni di chi sostiene il contrario sono facilmente smentite dai fatti.
Non è vero che il nostro paese ha molti parlamentari e più di altri.
Nel 1948 i nostri padri costituenti definirono un rapporto che era ed è facilmente confrontabile con quanto avviene nel resto d’Europa.
Allora fu previsto che la composizione delle Camere fosse di 630 deputati e 315 senatori considerando un rapporto ragionevole per un paese che aveva 40 milioni di abitanti. Oggi con 60 milioni, 20 in più rispetto ad allora, dovremmo tagliare il Parlamento. Perché?
L’Italia, se passasse questa legge, sarà il paese con il minor numero di rappresentanti.
In Germania sono 778, in Francia 925, in Inghilterra la Camera dei Deputati più quella dei Lord ne ha 1.426, da noi 600 tra Camera e Senato.
Non è vero che il Parlamento sarà più efficiente, sarà solo più condizionato, da un numero sempre più ristretto di persone come in tutti gli altri sistemi oligarchici.
In aula, ma soprattutto nelle commissioni, anche in sede deliberante, basteranno pochissimi deputati, da 6 a 10, per prendere decisioni importanti.
Inoltre, se consideriamo che già con la legge elettorale attuale, che prevede una soglia di sbarramento del 3%, al Senato, con la riduzione dei parlamentari a 200, una lista deve ottenere dal 10 al 15% di voti per avere una rappresentanza. Figuriamoci con quella prospettata che prevede lo sbarramento al 5%.
Nel Parlamento siederanno così pochissimi partiti e il confronto parlamentare, che è alla base della democrazia, sarà ridotto al minimo.
Se non ci sarà accordo, i progetti di legge continueranno a marcire sui tavoli, se invece ci sarà accordo nessuno può garantire che non passino, come oggi, leggi sbagliate o confuse.
Da notare che, per una perfetta incongruenza, questa legge prevede che, nonostante la riduzione del Parlamento, i Presidenti della Repubblica abbiano sempre la possibilità di nominare 5 senatori a vita ciascuno.
Quindi nella sostanza si vuole tagliare il Parlamento, l’unica cosa sulla quale i cittadini possono ancora contare un po’, perché si vogliono indebolire i suoi poteri, così come in tutto il mondo la destra ambisce da tempo a stravolgere le istituzioni democratiche.
Non credo che questo sia il desiderio vero dei cittadini. I cittadini possono essere contro i governanti e persino contro a questa classe politica, ma sanno benissimo che una volta ammazzato il Parlamento non si recupera più.
Dobbiamo quindi votare NO per dimostrare che il voto degli elettori è ancora sovrano e che la composizione del Parlamento è ancora l’unica cosa che il popolo può decidere. Bisogna votare NO perché questa riforma non rende più efficiente la politica, ma vuole solo indebolire il peso dei cittadini e il cuore della democrazia.
Il problema che semmai abbiamo di fronte non è eliminare il Parlamento, ma come ridargli la dignità che oggi ha perso. Indebolirlo significa indebolire la possibilità per tutti di contestare il potere dei governanti e ridurre il potere di controllo del popolo sull’attività del Governo.
Per altro la cecità di questa iniziativa giustizialista farà aumentare i costi complessivi anziché diminuirli. Un solo esempio, aumenteranno i costi della competizione tra candidati e partiti per essere eletti. Vi entreranno più facilmente solo i ricchi e chi sarà sostenuto da lobby potenti. Non ridurrà lo strapotere dei partiti nel scegliere i propri eletti. Avremo un Parlamento più servile di quanto non lo sia oggi.
Ultima considerazione: questo è un referendum che dovrebbe essere contestato, votando NO, dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Per rifiutare la logica secondo la quale si cambia la Costituzione per l’interesse politico immediato di chi oggi è al Governo. Ma anche da tutti coloro che non vogliono che la vittoria del Si sia strumentalizzata da un unico partito, quello che è già pronto ad andare sotto il Quirinale per chiedere a Mattarella elezioni politiche anticipate.

Roberto Biscardini

L’articolo è stato pubblicato il 30 aprile dalla rivista MilanoAmbiente

Rinviato il Referendum del 29 di marzo. Adesso tutti in marcia per le ragioni del No! di Adriano Sgrò

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Il nostro appello ha conseguito il primo risultato: impedire una consultazione in condizione di grande difficoltà nel paese. Alla ipotesi di danneggiamento della rappresentanza parlamentare e democratica stava per aggiungersi una ulteriore grave lesione con un voto in condizioni problematiche.

Adesso con le donne e con gli uomini della Cgil che si battono quotidianamente a fianco dei pensionati e di chi lavora dobbiamo condurre una campagna informativa per contrastare questa bruttissima modifica costituzionale.

Le ragioni del No stanno dentro un percorso contro il danneggiamento della Democrazia e della rappresentanza diffusa delle ragioni del mondo del lavoro, di genere e territoriale.Abbiamo quindi davanti a noi la possibilità di contrastare questo attacco alla nostra Costituzione e vogliamo dimostrare che la qualità della vita democratica si garantisce con l’allargamento della partecipazione alla vita politica e sociale del paese.

Possiamo ridurre i privilegi e razionalizzare le retribuzioni dei parlamentari ma non dobbiamo accettare una compressione della Democrazia e della piena rappresentanza parlamentare di rango costituzionale. Per il No con le ragioni del mondo del lavoro e per salvare la Democrazia parlamentare.

Adriano Sgrò

Coordinatore nazionale ‘Democrazia e Lavoro’

Gli effetti della riduzione dei parlamentari. Del fare riforme senza badare alle conseguenze. di Salvatore Curreri

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Inutilmente si cercherebbe nella discussione sviluppatasi sulla riduzione del numero dei parlamentari un approfondimento degli effetti che tale riforma avrebbe sull’organizzazione e sul funzionamento delle camere. Prova ne sia che manca al riguardo una disposizione transitoria, come invece ci si è preoccupati di approvare per garantire l’applicabilità delle leggi elettorali indipendentemente dal numero dei parlamentari (dal titolo della legge n. 51/2019).
Eppure sono tutt’altro che irrilevanti le conseguenze che la sensibile (pressoché un terzo) e drastica (nel senso di non organica) riduzione dei parlamentari è destinata a produrre e che vanno, a mio modesto parere, in direzione esattamente contraria agli obiettivi di maggiore efficienza e produttività che si vorrebbero conseguire; obiettivi che dipendono principalmente non dal numero dei componenti di Camera e Senato ma dalla loro capacità di organizzare in modo efficiente i loro lavori.
Certo, si potrebbe subito obiettare, la Camera dei deputati potrebbe organizzarsi e funzionare anche con 400 deputati, dato che il Senato si è sinora organizzato ed ha funzionato con 315 membri. Ma siamo così sicuri che il Senato possa continuare a svolgere le proprie attuali funzioni, eguali a quella della Camera, con appena 200 senatori?
Non si tratterà, infatti, come banalmente si potrebbe pensare, di ridurre i quorum oggi previsti (peraltro come? in proporzione o in misura inferiore? fissando un numero fisso o una frazione?) per attivare una procedura o per presentare un atto parlamentare ma di ripensare tutta l’organizzazione strutturale delle camere.
Si pensi, in primo luogo, alle norme parlamentari sui gruppi politici (gruppi parlamentari e, nella sola Camera, componenti politiche del gruppo misto) che oggi prevedono per la loro costituzione un certo numero di deputati e senatori, che andrà ovviamente ridotto (in proporzione?). Ciò però comporterà la riduzione di quorum numerici già bassi, come nel caso dei tre deputati richiesti per essere autorizzati dal Presidente della Camera a costituire una componente politica nel gruppo misto: si dovrebbero ridurre a due? Oppure basterebbe un solo deputato, introducendo quell’ossimoro che sono i “gruppi monocellulari”?
In secondo luogo, ad un numero ridotto di parlamentari corrisponderebbe ovviamente la riduzione del numero dei componenti delle attuali 14 commissioni – che sono il vero motore dell’attività parlamentare –, con conseguente notevole aggravio di lavoro. Al Senato, addirittura, avremmo commissioni composte da appena 13-14 senatori, con la conseguenza che per approvare una legge basterebbe, in assenza della richiesta di rimessione in Aula di un quinto dei suoi membri (art. 72.3 Cost.), il voto favorevole di appena quattro senatori (13:2=7 numero legale, 7:2=4 maggioranza richiesta). Si potrebbe rimediare accorpando le commissioni del Senato, ma una simile modifica andrebbe per simmetria estesa anche alla Camera dei deputati e comporterebbe comunque il loro disallineamento rispetto alle attuali corrispondenti strutture ministeriali.
Il problema della composizione delle commissioni parlamentari non riguarda solo la riduzione dei loro membri ma anche il criterio su cui essa si deve prevalentemente basare. La regola costituzionale per cui le commissioni devono essere “composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari” (art. 72.3) si è finora prestata, e ancor di più si potrebbe in futuro prestare in presenza di numeri più ridotti, a due opposte applicazioni. Se si privilegia, infatti, la stretta rappresentanza proporzionale, le forze politiche di minoranze potrebbero non essere presenti in tutte le commissioni. All’opposto, se si vuole dare loro rappresentanza in tutte, designando un singolo parlamentare in più commissioni, tali forze politiche finirebbero per essere sovra-rappresentate rispetto alla loro effettiva consistenza proporzionale. Ma c’è di più. Nella seconda ipotesi, i parlamentari facenti parte di più commissioni parlamentari, nel caso non facilmente evitabile di sedute concomitanti, non avendo il dono della bilocazione, dovrebbero inevitabilmente scegliere in quale essere presenti, privando così la loro forza politica della possibilità di esercitare la fondamentale funzione legislativa, ispettiva e di controllo, specie se di opposizione.
Il dilemma tra la prevalenza della proporzionalità sulla rappresentatività (a scapito dei gruppi minoritari) o, al contrario, della rappresentatività sulla proporzionalità (sovra-rappresentando i gruppi minoritari rispetto alla loro effettiva consistenza numerica) si porrebbe anche in relazione della riduzione del numero dei membri di quegli organi finora considerati a composizione fissa: in entrambe le camere gli uffici di Presidenza (16 componenti) e le Giunte per il regolamento (10); al Senato la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari (23); alla Camera la Giunta delle elezioni (30), quella per le autorizzazioni (21) ed il Comitato per la legislazione (10). Anche in questi organi la riduzione dei loro membri potrebbe comportare l’estromissione dei rappresentanti dei gruppi di minoranza, compromettendo il criterio di rappresentatività su cui si è sinora basata la loro composizione.
Quando chi scrive si è permesso di fare presenti queste criticità in sede di audizione presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato si è sentito rispondere che questo “però è un argomento che può essere «facilmente» (basta averne la volontà) ricalibrato sulla base di alcune modifiche da apportare ai Regolamenti di Camera e Senato, che nulla hanno a che vedere con la riforma costituzionale in questo momento oggetto di discussione. Starà poi ai parlamentari che verranno, che si troveranno ad avere un numero inferiore, decidere, mediante le modifiche regolamentari, come meglio articolare i lavori” (on. Macina, seduta del 26 marzo 2019, corsivo mio).
Ma siamo sicuri che “l’intendenza seguirà”? E, se anche fosse, siamo sicuri che si riuscirà in sede regolamentare a porre rimedio alle criticità sollevate?
Chi scrive è perfettamente consapevole del fatto che oggi come mai criticare la riduzione del numero dei parlamentari è come offrire il petto al plotone d’esecuzione. Eppure, come ho cercato di dimostrare, quella che apparentemente può sembrare una mera questione di numeri e/o di costi è invece destinata a produrre effetti negativi di non poco conto, anche sul piano parlamentare, dai più ignorati ma non per questo meno gravi.

Prof. Salvatore Curreri – Università di Enna “Kore”

tratto dal sito: http://www.lacostituzione.info/

Il PD … e la strategia dello struzzo. di Sergio Bagnasco

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Il PD è per il SI al taglio dei parlamentari ma anche per una legge elettorale proporzionale e per le riforme costituzionali già avviate in Parlamento.

Il PD sta dicendo: “il taglio da solo produce danni, ma con la nuova legge elettorale e con altre riforme costituzionali rimedieremo a questi danni”.

Forse il PD non ha capito che il 29 marzo si vota SOLO per il taglio dei parlamentari e non per una nuova legge elettorale e per altre proposte di riforma costituzionale che sono ancora ben lontane dal traguardo.

Votando SI al taglio dei parlamentari il danno sarà certo e poi si vedrà.

Si tratta di una posizione irricevibile.

Quanto ipotizzato – ben lungi dall’essere realizzato – non risolve i problemi generati dal taglio dei parlamentari, ma semplicemente li mitiga.

L’eventuale legge elettorale proporzionale non costituisce una garanzia perché la prossima maggioranza parlamentare potrebbe approvarne una di segno contrario.

In ogni caso, il taglio di oltre il 36% dei parlamentari ha effetti distorsivi maggioritari con qualsiasi legge elettorale, tranne il caso in cui si vada al collegio unico nazionale tanto alla Camera quanto al Senato, ipotesi esclusa dalle proposte in campo.

Dal numero delle Circoscrizioni elettorali dipenderà l’effettivo tasso di proporzionalità della nuova legge.
Più aumenta il numero delle circoscrizioni più basso è il tasso di proporzionalità.

Spieghiamoci.

Adesso, abbiamo 27 circoscrizioni alla Camera più la Valle d’Aosta.
La circoscrizione Piemonte1 con il taglio eleggerebbe 15 deputati. La soglia naturale per avere un eletto sarà quindi 6,6%; con 630 deputati il Piemonte1 ha 23 deputati e la soglia naturale è il 4,3%.

Ecco l’effetto distorsivo del taglio dei parlamentari.

Non basta dire “proporzionale” se almeno non si indica il numero magico delle circoscrizioni.

In ogni caso, da 27 anni rischiamo di scivolare verso un sistema maggioritario e non è questo in sé il danno, ma il fatto che nella nostra Costituzione non ci sono garanzie e contrappesi nel caso di un sistema elettorale maggioritario o misto come quello vigente.

Si direbbe che la politica non abbia ancora compreso lo scenario reso possibile dal fatto che una minoranza si trasformi, per effetto di un meccanismo elettorale, in maggioranza parlamentare.

Significa che questa minoranza può
– eleggersi il proprio presidente della Repubblica
– controllare la Corte Costituzionale
– modificare a proprio piacimento la Costituzione.

Le riforme costituzionali messe in cantiere non risolvono i problemi reali perché si occupano solo di uniformare l’elettorato attivo per Camera e Senato, ridurre il numero dei delegati regionali per l’elezione del presidente della Repubblica, modificare il criterio regionale per la ripartizione dei seggi.

Servirebbe anche:
1) modificare il criterio di elezione del PdR, perché è assurdo che dal terzo scrutino basti la maggioranza dell’Assemblea
2) modificare il criterio di revisione della Costituzione, per introdurre almeno l’obbligo del referendum confermativo
3) modificare il criterio di elezione dei giudici della Corte Costituzionale, perché una minoranza non deve controllare 10 giudici su 15
4) introdurre garanzie per le opposizioni e le minoranze
5) costituzionalizzare il criterio elettorale, perché siamo da quasi tre decenni in una fase di instabilità elettorale.

L’ultimo punto è singolare. Tanti parlano a vanvera di allineamento all’Europa, ma ignorano che su 27 Stati membri UE,
– 16 prevedono la costituzionalizzazione del sistema elettorale con procedimento legislativo aggravato (Spagna, Portogallo, Estonia, Slovenia, Repubblica Ceca) o con procedimento ordinario (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Svezia);
– 3 Paesi (Romania, Ungheria, Grecia) prevedono un procedimento legislativo aggravato senza costituzionalizzazione del sistema elettorale.

Solo in 8 Paesi la legge elettorale è regolata dalla legge ordinaria senza ulteriori procedure: Italia, Francia, Germania, Cipro, Bulgaria, Lituania, Slovacchia, Croazia.
Tra questi ultimi, tutti tranne l’Italia hanno contrappesi, più o meno forti, estranei al nostro sistema.

In conclusione, il taglio di oltre il 36% dei parlamentari apre un rischio concreto per il nostro sistema fondato sul principio di rappresentanza perché si coniuga con la perenne instabilità elettorale (siamo alla sesta legge elettorale nazionale in appena 27 anni) e con l’assenza di contrappesi e garanzie, poiché tutto il nostro sistema costituzionale è stato pensato in ottica proporzionale.

Questo referendum costituzionale è il più assurdo nella nostra storia perché il tema del quesito non è la modifica dei rapporti tra Stato e Regioni o del bicameralismo perfetto o altre questioni serie, ma il taglio lineare dei parlamentari spacciato come intervento innocuo.

Dietro questa proposta non c’è un’idea di riforma dello Stato, ma soltanto disprezzo per la democrazia parlamentare, che nel disegno originario dei proponenti si voleva sostituire con un’idea puerile di democrazia diretta coniugata con il vincolo di mandato, con tanto di contratto e di penali per ottenere obbedienza.

Questo taglio, con evidenza, renderà più lento il funzionamento delle Camere. Tolti i numerosi parlamentari che compongono il governo, dalla prossima legislatura sarebbe arduo far funzionare le Commissioni da cui parte il procedimento legislativo.

Non far funzionare il Parlamento significa rafforzare l’esuberanza dell’esecutivo che da anni esautora il Parlamento. A questo punto, a cosa servirà il Parlamento? Basta una assemblea dei Capi partito, ciascuno con un potere di voto che vale in rapporto ai consensi raccolti alle elezioni, così il Parlamento diventa come una assemblea dei soci di una società.

Votare NO il 29 marzo è l’unica scelta possibile per avviare un progetto riformatore serio e meditato.

L’alternativa è fare lo struzzo!

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Sergio Bagnasco

Taglio dei parlamentari? No grazie. di Maurizio Brotini

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Il 29 marzo saremo chiamati come cittadine e cittadine ad esprimerci sul drastico taglio di deputati e senatori al referendum costituzionale confermativo, per il quale non è necessario il raggiungimento di nessun quorum di votanti. Ma la riduzione e lo svilimento delle assemblee elettive è forse quello di cui ha bisogno la nostra Democrazia?

Nell’epoca della contraddizione sempre più lacerante tra Capitalismo e Democrazia, tra finanza globalizzata e mondo del lavoro precarizzato ed atomizzato, di questo c’è bisogno? Della partecipazione democratica – e dello svolgimento di rappresentanti delle istanze popolari nel Parlamento – vista come costo contabile cosa avrebbero detto i Padri Costituenti e chi al sistema del Capo dal mento volitivo e delle aule parlamentari ridotte ad un bivacco si oppose in armi la vita rischiando?

Non è risibile l’argomentazione di ridurre i costi del funzionamento di Camera e Senato riducendo i rappresentanti del Popolo invece che, eventualmente, gli emolumenti? Magari ripristinando il finanziamento pubblico della politica per sottrarla al ricatto dei generosi prestatori privati pronti a richiamare all’ordine al momento della bisogna, quando in gioco ci sono gli interessi economici degli stessi? Quale imbarazzo nella vicenda delle concessioni autostradali e dell’ampliamento dell’aeroporto di Firenze: questo mortifica la Politica con la P maiuscola.

Tagliando da 630 a 400 il numero dei Deputati e da 350 a 200 il numero dei Senatori sulla canea montante del taglio delle poltrone si alimenterà ancor più la dittatura degli Esecutivi sui Parlamenti, la penalizzazione della rappresentanza di interi territori visto che il Senato è eletto su base regionale e l’innalzamento oggettivo di uno sbarramento implicito per accedere alla rappresentanza da parte di forze politiche che prenderanno comunque milioni di voti. Ci vorranno molti più votanti della media europea per eleggere un deputato ed un senatore, ma in questo caso l’Europa non è più un riferimento a quanto pare.

Ma quello che accadrà, che verrà ulteriormente sancito, sarà che solo ricchi e benestanti, libero professionisti ed affini calcheranno le Aule parlamentari, alla faccia del sogno del giovane Peppino Di Vittorio che le voleva ripiene di cafoni del Sud e di operai del Nord. Il dialogo tra il Segretario nazionale della Cgil Maurizio Landini e Massimo D’Alema, pubblicato dalla rivista ItalaniEuropei ed oggetto di una comune riflessione presso la sede della Cgil Nazionale, è stato costellato da considerazioni come la necessità di “sardine operaie” e dalla assoluta mancanza di operai, precari, impiegati ed similia tra chi può fare e fa politica nelle assemblee elettive.

Secondo voi, tagliare il numero dei Parlamentari risolverà il problema o lo peggiorerà? Certo, quella che abbiamo di fronte è una lunga stagione di sovversivismo delle classi dominanti che ha introdotto a partire dagli anni Novanta una continua torsione autoritaria nell’architettura costituzionale. Il primato del Governabilità rispetto alla Rappresentanza (un Governo in realtà debole di fronte alla forza delle multinazionali e della finanza globalizzata proprio perché privato di una robusta legittimazione popolare), l’esclusione di intere culture politiche attraverso l’ibridazione di sistemi maggioritari e spinte bipolari, l’accettazione del primato della Tecnica rispetto alla Politica, l’accettazione passiva del non ci sono alternative di tatcheriana memoria. Chi ne ha fatto le spese è stato il Lavoro, la sua rappresentanza politica.

Chi ne ha fatto le spese sono i lavoratori e le lavoratrici in carne ed ossa, precari, disoccupati, sottoccupati. Ma può darsi piena Democrazia se il sistema stesso seleziona ed esclude “la classe più numerosa e più povera”, usando una espressione Ottocentesca? Non di meno ma di più democrazia abbiamo bisogno: a fronte di una crisi economica e sociale paragonata a quella del ’29, alla folle riduzione del perimetro pubblico e dei sistemi di protezione sociale proprio nella crisi, una crisi la cui gestione da parte delle classi dominante ha prodotto il maggior tasso di diseguaglianze sociali e territoriali che la storia recente dell’Europa abbia mai conosciuto, base materiale per le preoccupanti avanzate di forze fasciste e neonaziste. La pulsione per l’uomo forte e solo al comando che il rapporto Istat ci consegna non va blandita, va contrastata a viso aperto e coraggiosamente. E noi che facciamo sindacato con l’immutata passione e voglia di cambiare il mondo lo sappiamo bene.

Dietro la svalorizzazione della Politica come capacità collettiva di cambiare le cose e costruire il proprio destino ci sta, come c’è sempre stato, il Primato insindacabile dell’Impresa e del Mercato, del Profitto e del Pareggio di Bilancio. L’abolizione dell’articolo 18 (e l’articolo 8 di sacconiana memoria) va di pari passo con la corrosione e lo svilimento delle istanze rappresentative. La lotta alla Casta è una parola d’ordine di destra. E il Parlamento non è una Casta. Ridare valore e prestigio al Parlamento deve andare di pari passo col ridare dignità al lavoratore ed alla lavoratrice a partire dal posto di lavoro, al precario a partire da un lavoro stabile, ad un disoccupato a partire da una occupazione. Noi della Cgil abbiamo tutte la carte in regola per dire NO al taglio dei parlamentari perché diciamo SI ai diritti dei lavoratori.

Maurizio Brotini

tratto dal sito: https://fortebraccionews.wordpress.com/

NO al taglio dei parlamentari. di Alberto Angeli

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E quindi il segretario del PD, Zingaretti, esprime contrarietà al referendum: “Non condivido quel referendum e credo sia stato un errore sottoscriverlo, anche se rispetto chi lo ha fatto, anche nel Pd. Abbiamo votato sì alla riforma non perché convinti, ma perché era nell’accordo di governo, assieme a garanzie di cui tutti ora si devono fare carico. Ma rischia di diventare un referendum sul parlamentarismo, in tempo di populismi”; questo è quanto dichiara all’assemblea Nazionale del PD di sabato 22. E a questa rivisitazione perviene dopo che per ben tre volte in aula il PD ha votato NO. Poi, alla quarta votazione e a governo giallo-rosso già formato, ha votato si. Un ravvedimento intervenuto non per guadagnare un oscar alla coerenza ( come dice Osca Wilde: la coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive d’immaginazione), per convinzione, poiché serviva a chiudere la trattativa con di Maio, al quale concedeva l’occupazione di poltrone di prestigio e il taglio dei parlamentari da assumere come simbolo dell’anti casta ( un puro atto populista e contro la democrazia parlamentare ).

Altra causa del discredito del Parlamento è la propaganda di tipo squisitamente fascista che certi giornali e certi partiti continuano a fare anche oggi contro le istituzioni democratiche e più in generale contro ogni forma di libera attività politica: il qualunquismo, prima di diventare un partito che mostra riprodotte in se stesso e ingrandite le pecche e i travagli che quando sorse rimproverava agli altri partiti, non ebbe da principio altro programma che quello, essenzialmente negativo, della insofferenza e della cieca ostilità alla politica, ed ebbe qualche fortuna in certi ceti proprio perché, invece di affaticare il pubblico col forzarlo a pensare a difficili problemi d’ordine generale, lo chiamava allo spassoso tirassegno (tre palle un soldo), consistente nel ricoprire di fango e di contumelie personali gli uomini politici di tutti i partiti al potere. Così nel pubblico, sempre avido di scandali e sempre pronto a credere alla altrui disonestà, si va sempre più diffondendo la convinzione che il Parlamento sia una scelta di ciarlatani ed affaristi, che, colla scusa del bene del popolo, non hanno altro scopo che quello di arricchirsi alle sue spalle”. Queste sono le parole di PIERO CALAMANDREI,, tratto da un breve saggio titolato: “ Patologia della corruzione parlamentare”, edito da Storia e Letteratura, riportate allo scopo di comprendere il grigiore, la nullità del pensiero dei nostri rappresentanti, rispetto alla grandezza e lucidità intellettuale di uno dei più noti e studiato tra i fondatori della nostra democrazia Parlamentare.

Certamente tra i 5Stelle e la democrazia c’è una rivalità insanabile. Già nel giugno 2013 Grillo si scaglia contro la Presidente Boldrini dichiarando che il Parlamento non serve a nulla: «La scatola di tonno è vuota»; «potrebbe chiudere domani»; «é un simulacro»; «la tomba maleodorante della Seconda Repubblica». Mentre nel giugno 2018, a Roma, grida: “«Parlamentari estratti a sorte “, oppure : “Dobbiamo capire che la democrazia è superata”. Ecco con chi governa il PD! Al netto di Renzi e del Conte II, al PD sembra non rimanere che inseguire i 5stelle sul terreno del populismo. Queste cose Zingaretti le conosce sicuramente, ma per convenienza le ignora. Una convenienza perigliosa, che mette in pericolo la democrazia e la rappresentanza parlamentare, poiché con il taglio dei parlamentari si determina un vulnus al cittadino/elettore, al quale viene sottratto il diritto di scegliere il rappresentante da votare. Infatti, con la ridisegnazione dei collegi più grandi degli attuali si determina un distacco tra elettore e candidato. Inoltre, si tratta di una riforma oligarchica poiché consegna la cosa pubblica nelle mani di pochi eletti e delle segreterie dei partiti. Anche l’elezione del Capo dello Stato potrebbe subire alterazioni costituzionali, palesandosi infatti la possibilità che sia una maggioranza di una parte politica a dominare nella sua elezione; un pericolo possibile potrebbe generarsi inoltre dal voto dei parlamentari nella Circoscrizione estero, tale da risultare decisivo nella tenuta deli governi. Queste sono solo alcune delle indicazioni da richiamare a sostegno del NO al taglio dei Parlamentari, che sono comunque l’essenza di una fondata linea alternativa alla politica di aggressione alla democrazia e al modello rappresentativo che i nostri Padri costituzionali hanno deliberato e lasciato a noi come eredità da difendere ad ogni costo.

Zingaretti si propone di cambiare il PD, anche nel nome, e di aprire il nuovo soggetto alla società, ai movimenti, ma non riesce ancora a liberarsi della sua anima integralista, la quale esercita una prevalente capacità di orientamento e spinge il partito in una direzione che lo allontana dal mondo del lavoro, ne annichilisce la reazione di fronte alla prepotenza dei 5stelle sui temi della sicurezza, della prescrizione, sull’accoglienza e integrazione, sulla riforma del mercato del lavoro e la lotta contro le diseguaglianze; la riforma della scuola, dell’università, investimenti a favore della ricerca, magari rivedendo l’assegno di cittadinanza universalizzando il Welfare, rivedere il sistema pensionistico anche alla luce del fenomeno demografico, introducendo un massimo di pensione e un minimo, applicare alla contrattazione il principio dell’erga homnes. Che, per il cambiamento auspicato, sono i punti possibili di un programma sul quale misurare e calibrare la proposta di un progetto per un nuovo modello di sviluppo.

C’è una contraddizione logica nella linea di Zingaretti, quando afferma di volersi impegnare per la trasformazione del PD aprendo alla società, a cui però fa seguire la sua contrarietà al referendum contro il taglio dei parlamentari ( ma non è il popolo il depositario della democrazia?), che non potrà risolvere permanendo irretito in una visione politica che non disegna, per il paese, una prospettiva di cambiamento rivoluzionario rispetto alla realtà in cui si trova ad operare. Allora, se proprio volesse dare prova di una volontà gramsciana mettendo in atto una prassi dialettica promuova e organizzi un rasselmblement aperto alla partecipazione delle forse riformiste, di sinistra, ai movimenti e al mondo del volontariato con all’ordine del giorno alcuni punti programmatici identificabili con un progetto di trasformazione del modello economico, sociale e culturale del paese. Non inventi un nome, non si affanni alla ricerca di nuovi ideali, poiché il socialismo è la risposta e l’unica vera alternativa sulla quale fondare la ragione di un impegno politico e di lotta da offrire ai lavoratori, ai pensionati, al mondo della creazione, della cultura e della ricerca. Insomma a quella parte migliore del nostro popolo che non intende arrendersi alla destra nazionalista e populista, e che sicuramente saprà riflettere anche in questo momento in cui è chiamata a decidere il suo futuro, votando NO al taglio dei parlamentari.

Alberto Angeli