Restrizione spazi di rappresentanza

Il Referendum del grande imbroglio. di Angelo Sollazzo

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Ora basta con le falsità sugli effetti del referendum sul taglio dei parlamentari.
E’ falso dire che vi sarà un notevole risparmio con le Camere più snelle, in quanto il risparmio vero, con il taglio dei seggi del Parlamento, equivarrebbe solo al prezzo di un caffè all’anno per ogni cittadino. Ben altro risparmio si potrebbe ottenere dimezzando gli stipendi dei parlamentari e dei funzionari interni. Ma ciò non rientra più nel programma dei 5Stelle , dopo tanto blaterare attorno a tale proposta.
E’ falso dire che il parlamento cosi’ ridotto avrebbe maggiore funzionalità, in quanto per coprire le 14 Commissioni, con i nuovi numeri, sarà molto arduo, vi saranno ingorghi nelle votazioni e vi sarà la impossibilità di dibattiti approfonditi e chiarificatori. A ciò occorre aggiungere che se la qualità dei parlamentari dovesse continuare ad essere quella attuale, mai così bassa, le Camere non avranno più alcuna importanza e saranno solo chiamate a ratificare quanto già deciso dal Governo. D’altra parte i fautori di tale trovata geniale sono gli stessi che, con i Casaleggio, da sempre predicano il superamento della democrazia parlamentare, da sostituire con i click del computer e che con Grillo propongono un Parlamento scelto per sorteggio come in una lotteria. Da tali persone che potevamo attenderci?
E’ falso dire che l’Italia ha più parlamentari degli altri Paesi europei. Basta vedere i dati ufficiali. Con il taglio saremo il fanalino di coda, superati anche da Francia e Spagna.
Dopo aver dato prova di ignoranza politica e totale incapacità, per non parlare di quella culturale, con eletti che in gran parte non hanno mai realizzato nulla di buono nella loro vita, senza arte né parte, i risultati arrivati non potevano essere diversi.
Oggi non possono più addebitare colpe a chi li ha preceduti, dopo due anni di governo, sono stati messi alla prova con risultati catastrofici. Le performance ministeriali di Toninelli, di Di Maio, di Bonafede, di Azzolina etc, hanno procurato ilarità in mezzo mondo.
I cittadini vogliono essere rappresentati meglio, non meno.
Sulla rappresentatività vi sono falle gigantesche.
Con il taglio i senatori del TrentinoAA, saranno sei e cioè lo stesso numero di quelli della Calabria che però ha una popolazione dieci volte più grande. Si toglierà ad intere aree la possibilità di essere rappresentati in Parlamento.
In Lombardia per eleggere un senatore saranno necessari oltre trecentomila elettori contro i centosettantamila dello stesso Trentino.
Nella Circoscrizione Estera al Senato la Ripartizione Europa con duemilionieseicentottantacinquemila elettori eleggerà un solo senatore al pari di quella Africa-Asia che invece ha soli duecentosettantamila elettori. Questa sarebbe la democrazia coniugata dai 5Stelle. Già con la situazione attuale gli italiani all’estero venivano penalizzati con un numero di eletti stabiliti per legge, in barba alla rappresentatività proporzionale, di molto inferiore a quanto sarebbe loro spettato. Ora subiscono un nuovo scippo con una nuova riduzione. All’estero non vi è campagna elettorale, anche a causa del Covid che colpisce duramente i Paesi di accoglimento, non vi è informazione alcuna e quindi il voto libero, uguale e segreto rappresenta per loro solo una chimera.
La Costituzione verrà ancora violata ignorando l’art. 48 che recita anche che il voto deve essere personale. Con l’attuale situazione, e dopo il taglio, gli eletti non saranno scelti dai cittadini bensì nominati dalle segreterie dei Partiti, non esistendo più le preferenze. I segretari potranno fare le liste bloccate inserendo solo i fedelissimi, escludendo gli avversari interni. Insomma si rafforzeranno i partiti personali ed antidemocratici in cui il Segretario sarà padre padrone. Parlamentari nominati e non eletti. Siamo alla vera casta dei Segretari di partito, ad un Parlamento fatto dai signorsì, il cittadino che non sceglie ma subisce. Infine non meno importante è la constatazione che il Parlamento dimezzato, in seduta comune, con solo il 35% dei voti potrà eleggere il nuovo Capo dello stato ed i giudici della Corte Costituzionale. Siamo ad una deriva turca che dovrebbe far riflettere i veri democratici.
Una cattiva politica che produce una cattiva riforma, leggi e provvedimenti incostituzionali, voluti da odiatori sociali, politici improvvisati, dilettanti che stanno danneggiando l’Italia con azioni mirate all’ottenimento del consenso basato sui sussidi e sulle cattiverie.

Angelo Sollazzo

La grande truffa del taglio dei parlamentari. di Nicolino Corrado

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Nicolino Corrado (2)

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Alla fine, il 20 settembre andremo a votare per il referendum confermativo sul taglio dei parlamentari. Catalizzando decenni di lamentele da bar e di fantasie della gente comune sulla bella vita degli onorevoli, il Movimento 5 stelle, accozzaglia eterodiretta nell’ombra da una società, è riuscito a portare all’ultimo miglio la sua proposta di svalorizzazione delle istituzioni rappresentative della repubblica. Nel farlo non ha incontrato nessuna opposizione; anzi, ha avuto l’appoggio opportunistico delle altre forze parlamentari, anche di quelle, come il PD, che, in base alla passata difesa della “centralità del parlamento”, avrebbero potuto organizzare un decisa opposizione al delirio pentastellato, ma che per viltà, per opportunismo, per timore di perdere voti, si sono accodate a questa grande truffa ai danni del popolo italiano. 

Non apparteniamo alla schiera dei difensori ad oltranza della “Costituzione più bella del mondo” (Roberto Benigni dixit), anzi, ci rendiamo conto da decenni che essa necessita di aggiustamenti nella parte relativa ai pubblici poteri, per adeguarli ad una società civile che non è più quella uscita dalla macerie della seconda guerra mondiale. Ma siamo consapevoli, altresì, che nel procedere a queste riforme, occorre avere la consapevolezza che una costituzione è un organismo vivente, che ha un proprio equilibrio, che modificando una sua parte si producono conseguenze sul tutto. Una costituzione liberaldemocratica, qual è la nostra, vive di un equilibrio delicato all’interno dei suoi organi e tra i suoi organi, di pesi e contrappesi, di “checks and balances”.

Invece, l’iniziativa dei pentastellati e dei loro compagni di strada interviene con un taglio di spada sulle rappresentanza delle due camere in nome dei risparmi di spesa e dell’efficienza che si raggiungerebbero, non ponendosi alcuna domanda sui contraccolpi determinati dalla riduzione dei parlamentari sulle procedure parlamentari e sulle rappresentanze dei territori, indice questo di una mentalità semplicistica e demagogica, della ventata antipolitica che svaluta il parlamento al posto del quale meglio farebbero – nelle varie tendenze – o il Presidente della Repubblica o il partito o i capigruppo parlamentari in veste di consiglio d’amministrazione.

Il governo in carica, abbinando il referendum con elezioni amministrative in alcune regioni e comuni ha da parte sua, ha dato la propria dimostrazione di svalorizzazione del referendum, perchè la campagna elettorale in tali realtà sarà monopolizzata da partiti e candidati. Ci sarà una distorsione dell’afflusso al voto: grazie all’effetto traino, i votanti al referendum saranno più numerosi dove si svolgono le elezioni amministrative.

Venendo al merito del referendum, il taglio di 215 deputati su 630 e di 115 senatori su 315 (circa il 36% del totale) sembrerebbe vantaggioso economicamente (una tazzina di caffè al giorno per ogni contribuente!), ma non essendo compreso in progetto di riforma più organico di riforma, lungi dal rendere più efficienti le Camere, si rivela una vera sciagura per il funzionamento delle funzioni di indirizzo e di controllo e del procedimento legislativo.

Territori di una certa vastità avrebbero pochi rappresentanti parlamentari, in altri si avrebbe una rappresentanza maggioritaria di fatto, elevando cosi in modo contradittorio la soglia della rappresentanza in un periodo di crisi della rappresentanza, a causa della riduzione del numero dei parlamentari i gruppi parlamentari piu piccoli non potrebbero esprimere rappresentanti  in tutte le commissioni in cui (in sede legiferante) vengono approvate la maggior parte delle leggi.

I propugnatori del taglio, inoltre, sono tutti responsabili maggiori del fondamentale fattore di debolezza e perdita di prestigio del Parlamento: non la quantità, ma la scarsa qualità dei suoi membri. L’esorbitante numero di leggi elettorali sfornate dopo la caduta della prima repubblica ha prodotto un ceto parlamentare di nominati dai vertici di partiti, i quali non sono più i luoghi di selezione e le scuole di politica di una volta, ma entità oligarchiche o proprietà di un solo leader (ed a tale definizione non sfuggono i movimenti populisti paladini del “nuovo”): risultato, un  personale politico impreparato che spesso non ha alcuna esperienza politica o amministrativa, che produce leggi e, perfino, dichiarazioni e interviste alla stampa di scarsa qualità.

Il problema del Parlamento italiano non è il numero dei suoi membri, ma (come per altri organi costituzionali) il costo complessivo delle istituzioni Camera e Senato (spese generali e personale). Per i parlamentari il problema è rappresentato dal basso livello della loro qualità: per risolverlo sarebbero necessari partiti politici regolati per legge, in grado di selezionare e proporre all’elettorato candidati in possesso di quella qualità politica che gli attuali onorevoli non hanno.

Quindi, il 20 e 21 settembre alle urne, a respingere con un NO socialista e riformista la grande truffa del taglio dei parlamentari!

Nicolino Corrado

Articolo pubblicato al link:

https://www.socialismoitaliano1892.it/2020/08/25/la-grande-truffa-del-taglio-dei-parlamentari/?fbclid=IwAR2MeoCUA0CC_Bh3fIlS8K3vzw3qX3HEl03_zuvLhW6oWkWtxY1QVTC-wdg

Referendum: un voto menomato. di Angelo Sollazzo

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Angelo Sollazzo 2

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Ci troviamo di fronte a decisioni che lasciano interdetti, come quella della Corte Costituzionale che respinge il ricorso dell’Avv. Sen. Besostri sulla election-day, e quella che vede la politica portarci ad un voto in una situazione assolutamente carente di democrazia che compromette gli equilibri costituzionali.
A parte la disparità di rappresentanza tra Regioni con meno popolazione e quelle più grandi, diventa assurdo impedire ad intere aree del Paese di avere la giusta rappresentanza nelle Camere e consentendo ai capi-partito di eleggere un Parlamento di fedelissimi, anche in assenza del voto di preferenza. Insomma un Parlamento che non conterà più nulla e tutto sarà deciso dalle segreterie dei partiti, in barba al controllo democratico.
L’articolo 48 della Costituzione recita che il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Ora vi sono circa cinque milioni e mezzo di cittadini italiani che vivono all’estero e che in gran parte non potranno esprimere il loro voto referendario.
Sicuramente non sarà consentita alcuna campagna elettorale, causa la gravità della pandemia che ha colpito gran parte dei Paesi di accoglimento dei nostri connazionali, sarà anche impedita la espressione di voto per motivi organizzativi, come sempre successo per il voto politico nazionale, non si potrà votare per il rinnovo dei Consigli Regionali, in quanto sempre a causa Covid 19, non potranno rientrare in patria e che, con il sistema della legge per il voto degli italiani all’estero, legge chiaramente incostituzionale, non si potrà votare per corrispondenza ma solo rientrando in Italia.
Insomma per milioni di Italiani il voto non sarà né libero, né uguale.
Sempre che non si abbia una recrudescenza del contagio anche in Italia, ed allora il voto sarà solo per pochi intimi.
Non voler rinviare le elezioni costituisce un atto di arroganza e di tracotanza verso le forme di rappresentanza democratica.
La sinistra batta un colpo. Ma quale? Il PD sta divenendo una forza centrista e protesa solo al potere. Altri sono ben poca cosa.
Il PSI oggi compie 128 anni, primo partito dei lavoratori in Italia, deve essere saldamente ancorato a sinistra e lavorare per ricostruire la casa comune di tutti i socialisti dispersi nella galassia di associazioni e circoli che si onorano di essere socialisti. Certo contano poco. Ma almeno si fanno sentire.

Angelo Sollazzo

La politica dei paraculo. di Sergio Bagnasco

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Sino a meno di un anno fa per il M5S il taglio dei parlamentari richiedeva un piccolo adeguamento della legge elettorale; cosa che effettivamente fu fatta a maggio 2019 (legge n. 51/2019).

Poi cambiò la maggioranza e in nome di un accordo di governo il M5S spesò la tesi, sino ad allora respinta, che ci volesse una legge elettorale di tipo proporzionale per bilanciare la riduzione dei parlamentari.

Adesso sentiamo Di Maio invitare a votare SI al referendum sul taglio dei parlamentari ma allo stesso tempo afferma che prima del voto occorre che almeno una camera approvi la nuova legge elettorale perché con il taglio dei parlamentari ci vuole un sistema di tipo proporzionale. E aggiunge che non ci sarà bisogno dell’aiutino di Berlusconi

Avanti tutta con i paraculo!

Di Maio, in perfetta continuità con Renzi, ci sta dicendo che la legge elettorale è una questione della maggioranza; la sua ignoranza politica evidentemente non gli consente di comprendere cosa significhi stabilire le regole del gioco in un sistema di democrazia parlamentare.

Allo stesso tempo ci presenta la nuova legge elettorale di tipo proporzionale come una garanzia per bilanciare la perdita di rappresentatività dovuta al taglio dei parlamentari.

Ancora una volta ignoranza o disonestà intellettuale perché una legge elettorale, per quanto importante e necessaria, nel nostro sistema è una semplice legge ordinaria che non potrà mai bilanciare una riforma costituzionale perché un’altra maggioranza domani potrebbe in due ore modificarla, d’altra parte stiamo parlando di approvare la SESTA legge elettorale nazionale in appena 27 anni!

Infine, eccoci alla magica legge proporzionale che di proporzionale ha ben poco perché mantiene 29 circoscrizioni per l’elezione dei Deputati e la base regionale per l’elezione dei Senatori.

Ora, è vero che è la Costituzione a prevedere l’elezione su base regionale dei senatori ma lo fa proprio all’art. 57 che il M5S ha voluto modificare senza toccare questo aspetto. Così, passando a 200 senatori ci ritroveremo – anche con il proporzionale puro – che il Friuli Venezia Giulia eleggerà solo 3 senatori; non solo non potranno essere garantite le minoranze linguistiche di cui all’art. 6 della Costituzione ma tutte le zone periferiche, rurali, poco popolose saranno marginalizzate ed escluse a priori dalla rappresentanza politica: tutta la partita elettorale si giocherà a Udine e Trieste.

Stesso discorso si verificherà in Abruzzo, Calabria, Liguria, Umbria, Marche, Basilicata, Sardegna … tutte regioni in cui saranno eletti da 3 a 6 senatori con una soglia naturale per avere un eletto che va dal 33,33% al 16,67% con inevitabile compressione del pluralismo e della rappresentanza politica. Solo i partiti maggiori avranno degli eletti.

Alla Camera le cose non andranno diversamente perché la proposta di legge elettorale prevede 29 circoscrizioni di cui una è la Valle d’Aosta e l’altra è l’Estero. Ne consegue che le altre 27 circoscrizioni dovranno eleggere 391 deputati con una media di 14,5 deputati per circoscrizione e quindi una soglia naturale media del 6,9%: chi sarà sotto questo livello dovrà fare affidamento sui resti per avere qualche eletto.

Come se non bastasse, questa nuova porcata stellata non restituisce agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti perché non prevede il voto di preferenza.

Riducendo i parlamentari, per mantenere un minimo di pluralismo indispensabile in un sistema di democrazia e di governo parlamentare, bisognerebbe avere poche circoscrizioni per l’elezione della Camera e superare il criterio regionale di elezione del Senato.
Questa legge elettorale e questa riforma costituzionale non realizzano nessuna di queste premesse.

Ancora una volta siamo di fronte a una politica che percula i cittadini lasciando passare l’idea che c’è una soglia legale del 5% per partecipare alla ripartizione dei seggi quando in realtà la soglia naturale è decisamente più alta in quasi tutte le circoscrizioni e regioni.

Sergio Bagnasco

L’appuntamento del 20 Settembre. di Alberto Benzoni

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Alberto Benzoni

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I regimi totalitari del XX secolo disprezzavano le elezioni e i relativi “ludi cartacei”; perchè il diritto al voto, uno dei pilastri della democrazia liberale, faceva parte dell’eredità dello stupido diciannovesimo secolo.
Oggi, almeno in occidente e nei paesi limitrofi tutti sembrano amare le elezioni. Al punto di reclamarne lo svolgimento ad ogni stormir di fronda.
Ma la loro passione è egoistica e strumentale. Ad un punto tale da pervertirne l’uso e sminuirne il valore.
Così si chiedono elezioni politiche ad ogni piè sospinto dimenticando che queste possono svolgersi alla scadenza prevista o quando non è possibile costruire in Parlamento una maggioranza a sostegno dell’esecutivo; e comunque non in base all’andamento dei sondaggi. Aggiungendo, particolare non certo piccolo che non è francamente possibile pensare ad elezioni in assenza di una legge elettorale. E che raffazzonarne una alla vigilia del voto ad uso e consumo del potere in carica non è solo disdicevole ma contrario ad ogni possibile regola.
Il disprezzo totale di Lorsignori, di destra come di sinistra, per il popolo bueè giunto, peraltro a livelli stratosferici quando si è trattato di fissare la data delle regionali e del referendum sul taglio dei parlamentari.
Si è cominciato con il votare a luglio. Una prima; ma anche una vergogna assoluta. con la destra a chiudere subito le alleanze in nome del potere; e con la sinistra a litigare in nome della subalternità e della vocazione al suicidio.
in ogni caso, uno spettacolo orrendo. Nessun dibattito nel merito delle persone e delle questioni; la maggioranza assente dalle urne e; una minoranza di votanti sedotti da meccanismi clientelari; ise non dal machismo dei governatori durante la crisi.
A metà settembre, il quadro sarà leggermente migliore. Ma con due aggravanti: l’accorpamento referendum/elezioni; e il fatto di non poter votare nelle scuole, malamente sostituite da caserme uffici pubblici, e magari ospedali e supermercati.
Non sarà la stessa cosa. Come non sarà le stessa cosa un referendum accoppiato alle lezioni così da perdere importanza e significato.
Dovrebbe essere ben chiara, allora, la morale della favola.. Quella di una democrazia e di istituzioni usatein modo perverso da una classe politica che dovrebbe essere vocata a difenderle.
E forse, nel nostro caso, capire la sostanza di un disegno può essere il primo e necessario passo per bloccarlo.

Alberto Benzoni

La politica tra credibilità e illogicità. di Sergio Bagnasco

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Fino ad agosto del 2019 il M5S sosteneva il taglio dei parlamentari affermando che quel taglio non richiedeva altri interventi e che andava benissimo il Rosatellum, con minime modifiche per renderlo adatto a qualsiasi numero di parlamentari.

Infatti, a maggio 2019 M5S e Lega hanno provveduto a modificare il Rosatellum mantenendo la stessa impalcatura: 37,5% dei seggi assegnati con maggioritario secco, il resto con liste bloccate legate al candidato uninominale e senza possibilità di scelta tra i candidati.

Questo sistema elettorale, che il M5S aveva fieramente e giustamente contestato nel 2017, è diventato improvvisamente un ottimo modello al punto da farlo proprio senza nemmeno introdurre qualche minimo correttivo.

A settembre 2019 nasce la nuova maggioranza e il M5S cambia radicalmente posizione: il taglio dei parlamentari deve essere accompagnato da altre riforme costituzionali e da una legge elettorale proporzionale.

Lecito chiedersi se il M5S creda realmente nell’accordo che ha concluso o se semplicemente è stata una accondiscendenza perché diversamente il nuovo governo non sarebbe nato.

Sia come sia, resta il fatto che a settembre 2020 si voterà per confermare o respingere il taglio dei parlamentari, mentre non c’è ancora nulla di tutto quel che anche il M5S ritiene necessario per mitigare gli effetti negativi di questo taglio e presumibilmente nulla ci sarà da qui a settembre.

Non trovate illogico confermare una riforma costituzionale ritenuta dannosa nella speranza che poi si facciano altre riforme costituzionali?

E questo prima ancora di analizzare l’effettiva efficacia di questi “correttivi” concordati dalle forze di maggioranza e ben lontani dall’essere approvati.

Inoltre, il taglio dei parlamentari rende necessario la modifica radicale del regolamento della Camera e del Senato; operazione sempre molto complessa e lunga. Se questi nuovi regolamenti non dovessero essere approvati prima della fine della legislatura, si rischia la paralisi parlamentare.

Se oggi quasi tutti concordano che questo taglio dei parlamentari richiede correttivi costituzionali e una nuova legge elettorale, è sensato procedere alla conferma del taglio quando il rischio concreto è che i correttivi non arrivino in questa legislatura?

Poi, i correttivi proposti, sono adeguati a mitigare i problemi di rappresentatività e a mettere in sicurezza il sistema istituzionale con adeguati contrappesi e garanzie?

A mio avviso assolutamente NO perché tra questi correttivi non c’è la costituzionalizzazione del metodo elettorale (quindi una legge proporzionale potrebbe da una nuova maggioranza politica essere trasformata in una legge maggioritaria) e non si interviene sulle modalità di elezione di presidente della repubblica e corte costituzionale; pertanto una minoranza, che per effetto di meccanismi elettorali dovesse avere la maggioranza assoluta del parlamento, finirebbe per poter eleggere il presidente della repubblica, controllare la corte costituzionale, modificare la costituzione senza avere nemmeno la certezza del referendum confermativo e se dovesse arrivare a controllare i 2/3 del parlamento questa minoranza potrebbe riscrivere in totale autonomia la costituzione.
Evidente che una legge elettorale mista o maggioritaria rende più facile questo risultato in combinazione con il taglio dei parlamentari.

Infatti, la riduzione dei parlamentari ha un effetto distorsivo di tipo maggioritario con qualsiasi legge elettorale poiché produce l’innalzamento delle soglie naturali nelle circoscrizioni per avere un eletto. Questo effetto distorsivo si elimina solo con il collegio unico elettorale in sostituzione delle circoscrizioni, cosa di cui nemmeno si discute.

In queste condizioni è evidente che, al di là delle chiacchiere e della propaganda, l’unica cosa sensata da fare è respingere questo taglio dei parlamentari e procedere con una riforma organica e coerente.

Sergio Bagnasco

Buone ragioni per votare NO. di Roberto Biscardini

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Biscardini

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Nonostante il coronavirus, non dimentimolo, saremo chiamati, mi auguro presto, a votare per tagliare il Parlamento sulla base di nessuna seria motivazione. Salvo la “bufala” della riduzione dei costi della politica.
In realtà una riduzione irrilevante, con un risparmio per abitante minore del costo di una tazzina di caffè all’anno. Una motivazione volgare che per altro sembra non voler tenere conto dei costi veri della politica e men che meno dei costi delle Camere, che certamente non verranno ridotti con la riduzione dei parlamentari.
Una “bufala” gigantesca perché, se la questione fosse stata veramente la riduzione dei costi, perché non tagliare in modo consistente lo stipendio dei parlamentari anziché il loro numero? Cosa peraltro assolutamente ragionevole.
Inoltre, se fosse vero l’obiettivo del risparmio, perché 400 parlamentari e non 200 o ancora meno?
Il vero obiettivo è quindi un altro, si vuole, con il taglio del parlamento, ridurre il diritto alla rappresentanza dei cittadini e dei territori, e chi sarà eletto continuerà ad avere gli emolumenti di prima.
Si vuole sovvertire l’equilibrio fra popolazione e numero dei parlamentari definito dai nostri padri costituenti, creando per altro una grossa sproporzione tra cittadino e cittadino, fra il cittadino di una regione rispetto ad un’altra. Cosicché il voto non sarà più uguale per tutti, violando un preciso principio costituzionale.
Per esempio, se attualmente un senatore rappresenta 151.000 abitanti, con la nuova legge ne rappresenterà oltre 300.000. Ma ancora peggio. La Regione Trentino Alto Adige, con la metà della popolazione della Calabria, avrà diritto allo stesso numero di senatori, cioè sei. E la stessa ingiustizia vale per le altre regioni. Con questa nuova legge, un senatore del Trentino Alto Adige rappresenterà 171.000 abitanti, un senatore della Lombardia ne rappresenterà 313.000, in la Calabria 323.000.
E questo è proprio incostituzionale.
In sintesi, chi voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, non vuole tagliare i parlamentari, persegue l’obiettivo di umiliare il Parlamento, di toglierlo sostanzialmente di mezzo e di indebolire le sue prerogative.
Purtroppo in un momento in cui la politica è fragile e la preoccupazione di tutti i partiti è quella di non essere accusati di “poltronismo”, tutte le forze politiche si sono accodate alla linea giustizialista e populista di Luigi Di Maio. Pensa te!
Le ragioni per votare NO sono molte, e tante ragioni di chi sostiene il contrario sono facilmente smentite dai fatti.
Non è vero che il nostro paese ha molti parlamentari e più di altri.
Nel 1948 i nostri padri costituenti definirono un rapporto che era ed è facilmente confrontabile con quanto avviene nel resto d’Europa.
Allora fu previsto che la composizione delle Camere fosse di 630 deputati e 315 senatori considerando un rapporto ragionevole per un paese che aveva 40 milioni di abitanti. Oggi con 60 milioni, 20 in più rispetto ad allora, dovremmo tagliare il Parlamento. Perché?
L’Italia, se passasse questa legge, sarà il paese con il minor numero di rappresentanti.
In Germania sono 778, in Francia 925, in Inghilterra la Camera dei Deputati più quella dei Lord ne ha 1.426, da noi 600 tra Camera e Senato.
Non è vero che il Parlamento sarà più efficiente, sarà solo più condizionato, da un numero sempre più ristretto di persone come in tutti gli altri sistemi oligarchici.
In aula, ma soprattutto nelle commissioni, anche in sede deliberante, basteranno pochissimi deputati, da 6 a 10, per prendere decisioni importanti.
Inoltre, se consideriamo che già con la legge elettorale attuale, che prevede una soglia di sbarramento del 3%, al Senato, con la riduzione dei parlamentari a 200, una lista deve ottenere dal 10 al 15% di voti per avere una rappresentanza. Figuriamoci con quella prospettata che prevede lo sbarramento al 5%.
Nel Parlamento siederanno così pochissimi partiti e il confronto parlamentare, che è alla base della democrazia, sarà ridotto al minimo.
Se non ci sarà accordo, i progetti di legge continueranno a marcire sui tavoli, se invece ci sarà accordo nessuno può garantire che non passino, come oggi, leggi sbagliate o confuse.
Da notare che, per una perfetta incongruenza, questa legge prevede che, nonostante la riduzione del Parlamento, i Presidenti della Repubblica abbiano sempre la possibilità di nominare 5 senatori a vita ciascuno.
Quindi nella sostanza si vuole tagliare il Parlamento, l’unica cosa sulla quale i cittadini possono ancora contare un po’, perché si vogliono indebolire i suoi poteri, così come in tutto il mondo la destra ambisce da tempo a stravolgere le istituzioni democratiche.
Non credo che questo sia il desiderio vero dei cittadini. I cittadini possono essere contro i governanti e persino contro a questa classe politica, ma sanno benissimo che una volta ammazzato il Parlamento non si recupera più.
Dobbiamo quindi votare NO per dimostrare che il voto degli elettori è ancora sovrano e che la composizione del Parlamento è ancora l’unica cosa che il popolo può decidere. Bisogna votare NO perché questa riforma non rende più efficiente la politica, ma vuole solo indebolire il peso dei cittadini e il cuore della democrazia.
Il problema che semmai abbiamo di fronte non è eliminare il Parlamento, ma come ridargli la dignità che oggi ha perso. Indebolirlo significa indebolire la possibilità per tutti di contestare il potere dei governanti e ridurre il potere di controllo del popolo sull’attività del Governo.
Per altro la cecità di questa iniziativa giustizialista farà aumentare i costi complessivi anziché diminuirli. Un solo esempio, aumenteranno i costi della competizione tra candidati e partiti per essere eletti. Vi entreranno più facilmente solo i ricchi e chi sarà sostenuto da lobby potenti. Non ridurrà lo strapotere dei partiti nel scegliere i propri eletti. Avremo un Parlamento più servile di quanto non lo sia oggi.
Ultima considerazione: questo è un referendum che dovrebbe essere contestato, votando NO, dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Per rifiutare la logica secondo la quale si cambia la Costituzione per l’interesse politico immediato di chi oggi è al Governo. Ma anche da tutti coloro che non vogliono che la vittoria del Si sia strumentalizzata da un unico partito, quello che è già pronto ad andare sotto il Quirinale per chiedere a Mattarella elezioni politiche anticipate.

Roberto Biscardini

L’articolo è stato pubblicato il 30 aprile dalla rivista MilanoAmbiente

Rinviato il Referendum del 29 di marzo. Adesso tutti in marcia per le ragioni del No! di Adriano Sgrò

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Il nostro appello ha conseguito il primo risultato: impedire una consultazione in condizione di grande difficoltà nel paese. Alla ipotesi di danneggiamento della rappresentanza parlamentare e democratica stava per aggiungersi una ulteriore grave lesione con un voto in condizioni problematiche.

Adesso con le donne e con gli uomini della Cgil che si battono quotidianamente a fianco dei pensionati e di chi lavora dobbiamo condurre una campagna informativa per contrastare questa bruttissima modifica costituzionale.

Le ragioni del No stanno dentro un percorso contro il danneggiamento della Democrazia e della rappresentanza diffusa delle ragioni del mondo del lavoro, di genere e territoriale.Abbiamo quindi davanti a noi la possibilità di contrastare questo attacco alla nostra Costituzione e vogliamo dimostrare che la qualità della vita democratica si garantisce con l’allargamento della partecipazione alla vita politica e sociale del paese.

Possiamo ridurre i privilegi e razionalizzare le retribuzioni dei parlamentari ma non dobbiamo accettare una compressione della Democrazia e della piena rappresentanza parlamentare di rango costituzionale. Per il No con le ragioni del mondo del lavoro e per salvare la Democrazia parlamentare.

Adriano Sgrò

Coordinatore nazionale ‘Democrazia e Lavoro’

Gli effetti della riduzione dei parlamentari. Del fare riforme senza badare alle conseguenze. di Salvatore Curreri

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Inutilmente si cercherebbe nella discussione sviluppatasi sulla riduzione del numero dei parlamentari un approfondimento degli effetti che tale riforma avrebbe sull’organizzazione e sul funzionamento delle camere. Prova ne sia che manca al riguardo una disposizione transitoria, come invece ci si è preoccupati di approvare per garantire l’applicabilità delle leggi elettorali indipendentemente dal numero dei parlamentari (dal titolo della legge n. 51/2019).
Eppure sono tutt’altro che irrilevanti le conseguenze che la sensibile (pressoché un terzo) e drastica (nel senso di non organica) riduzione dei parlamentari è destinata a produrre e che vanno, a mio modesto parere, in direzione esattamente contraria agli obiettivi di maggiore efficienza e produttività che si vorrebbero conseguire; obiettivi che dipendono principalmente non dal numero dei componenti di Camera e Senato ma dalla loro capacità di organizzare in modo efficiente i loro lavori.
Certo, si potrebbe subito obiettare, la Camera dei deputati potrebbe organizzarsi e funzionare anche con 400 deputati, dato che il Senato si è sinora organizzato ed ha funzionato con 315 membri. Ma siamo così sicuri che il Senato possa continuare a svolgere le proprie attuali funzioni, eguali a quella della Camera, con appena 200 senatori?
Non si tratterà, infatti, come banalmente si potrebbe pensare, di ridurre i quorum oggi previsti (peraltro come? in proporzione o in misura inferiore? fissando un numero fisso o una frazione?) per attivare una procedura o per presentare un atto parlamentare ma di ripensare tutta l’organizzazione strutturale delle camere.
Si pensi, in primo luogo, alle norme parlamentari sui gruppi politici (gruppi parlamentari e, nella sola Camera, componenti politiche del gruppo misto) che oggi prevedono per la loro costituzione un certo numero di deputati e senatori, che andrà ovviamente ridotto (in proporzione?). Ciò però comporterà la riduzione di quorum numerici già bassi, come nel caso dei tre deputati richiesti per essere autorizzati dal Presidente della Camera a costituire una componente politica nel gruppo misto: si dovrebbero ridurre a due? Oppure basterebbe un solo deputato, introducendo quell’ossimoro che sono i “gruppi monocellulari”?
In secondo luogo, ad un numero ridotto di parlamentari corrisponderebbe ovviamente la riduzione del numero dei componenti delle attuali 14 commissioni – che sono il vero motore dell’attività parlamentare –, con conseguente notevole aggravio di lavoro. Al Senato, addirittura, avremmo commissioni composte da appena 13-14 senatori, con la conseguenza che per approvare una legge basterebbe, in assenza della richiesta di rimessione in Aula di un quinto dei suoi membri (art. 72.3 Cost.), il voto favorevole di appena quattro senatori (13:2=7 numero legale, 7:2=4 maggioranza richiesta). Si potrebbe rimediare accorpando le commissioni del Senato, ma una simile modifica andrebbe per simmetria estesa anche alla Camera dei deputati e comporterebbe comunque il loro disallineamento rispetto alle attuali corrispondenti strutture ministeriali.
Il problema della composizione delle commissioni parlamentari non riguarda solo la riduzione dei loro membri ma anche il criterio su cui essa si deve prevalentemente basare. La regola costituzionale per cui le commissioni devono essere “composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari” (art. 72.3) si è finora prestata, e ancor di più si potrebbe in futuro prestare in presenza di numeri più ridotti, a due opposte applicazioni. Se si privilegia, infatti, la stretta rappresentanza proporzionale, le forze politiche di minoranze potrebbero non essere presenti in tutte le commissioni. All’opposto, se si vuole dare loro rappresentanza in tutte, designando un singolo parlamentare in più commissioni, tali forze politiche finirebbero per essere sovra-rappresentate rispetto alla loro effettiva consistenza proporzionale. Ma c’è di più. Nella seconda ipotesi, i parlamentari facenti parte di più commissioni parlamentari, nel caso non facilmente evitabile di sedute concomitanti, non avendo il dono della bilocazione, dovrebbero inevitabilmente scegliere in quale essere presenti, privando così la loro forza politica della possibilità di esercitare la fondamentale funzione legislativa, ispettiva e di controllo, specie se di opposizione.
Il dilemma tra la prevalenza della proporzionalità sulla rappresentatività (a scapito dei gruppi minoritari) o, al contrario, della rappresentatività sulla proporzionalità (sovra-rappresentando i gruppi minoritari rispetto alla loro effettiva consistenza numerica) si porrebbe anche in relazione della riduzione del numero dei membri di quegli organi finora considerati a composizione fissa: in entrambe le camere gli uffici di Presidenza (16 componenti) e le Giunte per il regolamento (10); al Senato la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari (23); alla Camera la Giunta delle elezioni (30), quella per le autorizzazioni (21) ed il Comitato per la legislazione (10). Anche in questi organi la riduzione dei loro membri potrebbe comportare l’estromissione dei rappresentanti dei gruppi di minoranza, compromettendo il criterio di rappresentatività su cui si è sinora basata la loro composizione.
Quando chi scrive si è permesso di fare presenti queste criticità in sede di audizione presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato si è sentito rispondere che questo “però è un argomento che può essere «facilmente» (basta averne la volontà) ricalibrato sulla base di alcune modifiche da apportare ai Regolamenti di Camera e Senato, che nulla hanno a che vedere con la riforma costituzionale in questo momento oggetto di discussione. Starà poi ai parlamentari che verranno, che si troveranno ad avere un numero inferiore, decidere, mediante le modifiche regolamentari, come meglio articolare i lavori” (on. Macina, seduta del 26 marzo 2019, corsivo mio).
Ma siamo sicuri che “l’intendenza seguirà”? E, se anche fosse, siamo sicuri che si riuscirà in sede regolamentare a porre rimedio alle criticità sollevate?
Chi scrive è perfettamente consapevole del fatto che oggi come mai criticare la riduzione del numero dei parlamentari è come offrire il petto al plotone d’esecuzione. Eppure, come ho cercato di dimostrare, quella che apparentemente può sembrare una mera questione di numeri e/o di costi è invece destinata a produrre effetti negativi di non poco conto, anche sul piano parlamentare, dai più ignorati ma non per questo meno gravi.

Prof. Salvatore Curreri – Università di Enna “Kore”

tratto dal sito: http://www.lacostituzione.info/

Il PD … e la strategia dello struzzo. di Sergio Bagnasco

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Il PD è per il SI al taglio dei parlamentari ma anche per una legge elettorale proporzionale e per le riforme costituzionali già avviate in Parlamento.

Il PD sta dicendo: “il taglio da solo produce danni, ma con la nuova legge elettorale e con altre riforme costituzionali rimedieremo a questi danni”.

Forse il PD non ha capito che il 29 marzo si vota SOLO per il taglio dei parlamentari e non per una nuova legge elettorale e per altre proposte di riforma costituzionale che sono ancora ben lontane dal traguardo.

Votando SI al taglio dei parlamentari il danno sarà certo e poi si vedrà.

Si tratta di una posizione irricevibile.

Quanto ipotizzato – ben lungi dall’essere realizzato – non risolve i problemi generati dal taglio dei parlamentari, ma semplicemente li mitiga.

L’eventuale legge elettorale proporzionale non costituisce una garanzia perché la prossima maggioranza parlamentare potrebbe approvarne una di segno contrario.

In ogni caso, il taglio di oltre il 36% dei parlamentari ha effetti distorsivi maggioritari con qualsiasi legge elettorale, tranne il caso in cui si vada al collegio unico nazionale tanto alla Camera quanto al Senato, ipotesi esclusa dalle proposte in campo.

Dal numero delle Circoscrizioni elettorali dipenderà l’effettivo tasso di proporzionalità della nuova legge.
Più aumenta il numero delle circoscrizioni più basso è il tasso di proporzionalità.

Spieghiamoci.

Adesso, abbiamo 27 circoscrizioni alla Camera più la Valle d’Aosta.
La circoscrizione Piemonte1 con il taglio eleggerebbe 15 deputati. La soglia naturale per avere un eletto sarà quindi 6,6%; con 630 deputati il Piemonte1 ha 23 deputati e la soglia naturale è il 4,3%.

Ecco l’effetto distorsivo del taglio dei parlamentari.

Non basta dire “proporzionale” se almeno non si indica il numero magico delle circoscrizioni.

In ogni caso, da 27 anni rischiamo di scivolare verso un sistema maggioritario e non è questo in sé il danno, ma il fatto che nella nostra Costituzione non ci sono garanzie e contrappesi nel caso di un sistema elettorale maggioritario o misto come quello vigente.

Si direbbe che la politica non abbia ancora compreso lo scenario reso possibile dal fatto che una minoranza si trasformi, per effetto di un meccanismo elettorale, in maggioranza parlamentare.

Significa che questa minoranza può
– eleggersi il proprio presidente della Repubblica
– controllare la Corte Costituzionale
– modificare a proprio piacimento la Costituzione.

Le riforme costituzionali messe in cantiere non risolvono i problemi reali perché si occupano solo di uniformare l’elettorato attivo per Camera e Senato, ridurre il numero dei delegati regionali per l’elezione del presidente della Repubblica, modificare il criterio regionale per la ripartizione dei seggi.

Servirebbe anche:
1) modificare il criterio di elezione del PdR, perché è assurdo che dal terzo scrutino basti la maggioranza dell’Assemblea
2) modificare il criterio di revisione della Costituzione, per introdurre almeno l’obbligo del referendum confermativo
3) modificare il criterio di elezione dei giudici della Corte Costituzionale, perché una minoranza non deve controllare 10 giudici su 15
4) introdurre garanzie per le opposizioni e le minoranze
5) costituzionalizzare il criterio elettorale, perché siamo da quasi tre decenni in una fase di instabilità elettorale.

L’ultimo punto è singolare. Tanti parlano a vanvera di allineamento all’Europa, ma ignorano che su 27 Stati membri UE,
– 16 prevedono la costituzionalizzazione del sistema elettorale con procedimento legislativo aggravato (Spagna, Portogallo, Estonia, Slovenia, Repubblica Ceca) o con procedimento ordinario (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Svezia);
– 3 Paesi (Romania, Ungheria, Grecia) prevedono un procedimento legislativo aggravato senza costituzionalizzazione del sistema elettorale.

Solo in 8 Paesi la legge elettorale è regolata dalla legge ordinaria senza ulteriori procedure: Italia, Francia, Germania, Cipro, Bulgaria, Lituania, Slovacchia, Croazia.
Tra questi ultimi, tutti tranne l’Italia hanno contrappesi, più o meno forti, estranei al nostro sistema.

In conclusione, il taglio di oltre il 36% dei parlamentari apre un rischio concreto per il nostro sistema fondato sul principio di rappresentanza perché si coniuga con la perenne instabilità elettorale (siamo alla sesta legge elettorale nazionale in appena 27 anni) e con l’assenza di contrappesi e garanzie, poiché tutto il nostro sistema costituzionale è stato pensato in ottica proporzionale.

Questo referendum costituzionale è il più assurdo nella nostra storia perché il tema del quesito non è la modifica dei rapporti tra Stato e Regioni o del bicameralismo perfetto o altre questioni serie, ma il taglio lineare dei parlamentari spacciato come intervento innocuo.

Dietro questa proposta non c’è un’idea di riforma dello Stato, ma soltanto disprezzo per la democrazia parlamentare, che nel disegno originario dei proponenti si voleva sostituire con un’idea puerile di democrazia diretta coniugata con il vincolo di mandato, con tanto di contratto e di penali per ottenere obbedienza.

Questo taglio, con evidenza, renderà più lento il funzionamento delle Camere. Tolti i numerosi parlamentari che compongono il governo, dalla prossima legislatura sarebbe arduo far funzionare le Commissioni da cui parte il procedimento legislativo.

Non far funzionare il Parlamento significa rafforzare l’esuberanza dell’esecutivo che da anni esautora il Parlamento. A questo punto, a cosa servirà il Parlamento? Basta una assemblea dei Capi partito, ciascuno con un potere di voto che vale in rapporto ai consensi raccolti alle elezioni, così il Parlamento diventa come una assemblea dei soci di una società.

Votare NO il 29 marzo è l’unica scelta possibile per avviare un progetto riformatore serio e meditato.

L’alternativa è fare lo struzzo!

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Sergio Bagnasco