Corte Costituzionale

Dopo la decisione della Corte ripartire da una legge proporzionale. di Felice Besostri ed Enzo Paolini

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La inammissibilità del referendum pro maggioritario proposto da otto regioni (ma sostanzialmente dalla Lega), dichiarata dalla Corte costituzionale in seguito agli argomenti da noi avanzati, rimette al centro del dibattito politico la questione della legge elettorale. Che è la madre di tutte le questioni, essendo relativa alle modalità di selezione della classe dirigente e quindi alla qualità della nostra politica.

Partiamo da cosa ha detto la Corte con la sentenza di ieri, sul piano generale in ordine all’uso dello strumento referendario (su quello tecnico specifico dovremo aspettare le motivazioni). Tre principi: 1) il quesito da rivolgere ai cittadini deve essere chiaro ed intellegibile per tutti, senza incomprensibili richiami o rimandi. 2) Il parlamento può delegare il governo ad emanare un atto avente forza e forma di legge. La stessa delega non può, però, darla il popolo attraverso il referendum perché così si creerebbe un corto circuito nella architettura della democrazia parlamentare. 3) Il quesito referendario non può essere «eccessivamente manipolativo», cioè proposto mediante un cosiddetto «ritaglio per sottrazione», per incastro linguistico e terminologico, così che la normativa residuale all’abrogazione abbia l’effetto di creare una nuova norma senza passare per il percorso legislativo parlamentare. Ad esempio, nel caso specifico: cambiare il metodo elettorale mediante l’abrogazione per via di referendum di parole o frasi inserite in leggi non afferenti al metodo elettorale.

La Corte ha ritenuto la proposta priva dei requisiti della chiarezza e della omogeneità logica del quesito, insomma della semplicità essenziale necessaria ed indispensabile per sottoporre ai cittadini questioni importanti, e non ve n’è di più importante sul piano istituzionale di quella del metodo elettorale. Da qui dobbiamo (ri)partire se vogliamo convincere anche chi, destato dal campanello della Corte, si riassopisce subito con le tranquillanti, superficiali e pericolosissime parole di Prodi e Veltroni (ieri) e di Beppe Sala (oggi): dobbiamo pensare alla «governabilità», dunque al maggioritario. Ma in nessuna parte della Costituzione è scritto che le elezioni debbano garantire la «governabilità» o, addirittura, che la sera dello scrutinio si debba sapere chi ha vinto e chi ha perso. Questo succede alla Domenica sportiva.

La governabilità non è la ragione, il fine delle elezioni, ma il necessario, auspicato effetto, determinabile dalla convergenza delle forze politiche rappresentate in parlamento sui programmi proposti agli elettori e sulle mediazioni imposte dalle alleanze atte a costruire le maggioranze utili per governare. Questa è la governabilità. Dunque non è affatto vero che con il maggioritario (cioè con un sistema che assegna alla formazione che non ha raggiunto la maggioranza ma è prima in classifica, un premio in seggi), sia assicurata ipso facto la «governabilità» stabile. A meno di un risultato elettorale con una maggioranza assoluta (i «pieni poteri»), ci vogliono sempre un’alleanza e un compromesso. La differenza tra i due sistemi, cioè tra quello attuale, con le nomine dei capi partito e quello proporzionale con le preferenze degli elettori è decisiva: la qualità della classe dirigente.

La storia di questo ultimo anno e mezzo e dell’annesso cambio al governo (ma possiamo dire la storia del paese da quando c’è il maggioritario per nomina, sia esso Porcellum, Italicum o Rosatellum con i suoi ribaltoni, cambi di casacche, compravendita di parlamentari) lo dimostra. La spiegazione è semplice: il sistema pensato dai costituenti, cioè il proporzionale puro con le preferenze, non fu scelto solo per impedire nuove temute derive autoritarie. La paura o meglio il rifiuto della tirannide era il presupposto. Ma il sistema recava in sé un fine tessuto di ingegneria costituzionale. Esso fotografava la realtà politica, il sentire del popolo italiano, fino a quello dell’ultimo cittadino, con un voto «diretto, libero ed uguale» per cui la sera dello scrutinio si sapeva chi eravamo, cosa pensavamo, quali erano gli orientamenti condivisi e in quale misura, appunto proporzionale, si traducevano in seggi parlamentari.

Così che i rappresentanti istituzionali sin da subito potevano/dovevano avviare i confronti per giungere alle alleanze con le quali costituire le maggioranze necessarie affinché un governo potesse avere la fiducia delle camere. Un lavoro duro e affascinante che si chiama politica. Così il quadro era stabile, poteva mutare sulla base di questioni politiche non di migrazioni di senatori e deputati fondate su posizionamenti e convenienze personali. E ciò per il semplice fatto che, essendo i parlamentari eletti con le preferenze, rispondevano del loro comportamento agli elettori che tali preferenze avevano espresso e non, come oggi avviene, al capo del partito che li nomina o che gli promette la rinomina.

In questo sciagurato mo(n)do il parlamento viene nominato dai cosiddetti leader, non viene assicurata alcuna governabilità politica, le maggioranze sono drogate dai premi, la vera volontà popolare non conta niente e le elezioni sono solo esercizi di posizionamento personale. Ciò è peraltro affermato dalle ripetute sentenze della Corte costituzionale sui parlamenti che ormai da un decennio sono eletti sulla base di leggi dichiarate incostituzionali. Il problema si acuirà con la riduzione del numero dei parlamentari. Meno rappresentanti, più potere nella nomina, più controllo di pochi. Si chiama oligarchia.

In pieno mese di agosto questo giornale ha pubblicato un appello, «Il governo riparta dalla Costituzione», sottoscritto da tanti autorevoli osservatori. Ne riproponiamo il brevissimo, fulminante ed imprescindibile punto 1: «Legge elettorale, proporzionale pura: l’unica che faccia scattare tutte le garanzie previste dalla Costituzione. Per mettere in sicurezza la Costituzione stessa, cioè la democrazia».

Felice Besostri ed Enzo Paolini

da “Democrazia Socialista” Anno XVI n. 3, 30 gennaio/2 febbraio 2020

Legge elettorale e prima Repubblica, di Angelo Sollazzo

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Nel frasario politico attuale la prima repubblica viene definita la “madre dell’inciucio”, i suoi protagonisti espressione della corruzione, i partiti politici ferrovecchi del 900.
All’inizio tutti, o quasi,gli italiani erano stati presi dalla mania di cambiare, modificare o rottamare. Senonché i risultati degli ultimi venticinque anni sono stati a dir poco disastrosi.
Iniziò Berlusconi che in politica ci arrivò per salvaguardare i propri interessi, inizio a parlare di teatrino dei partiti, ad usare massicciamente il potere televisivo, a mobilitare aziende e dipendenti, a trasformare la politica in un vero spettacolo di cabaret. Tutto ciò senza affrontare il tema dei comportamenti personali, olgettine, pupe e via dicendo, che ci hanno creato la derisione di mezzo mondo. Sono quindi arrivati sulla scena Grillo e Renzi. Quest’ultimo, da buon comunicatore, cerca sempre di attribuire ad altri le sue pecche. Con grande coraggio parla di lotta alla corruzione, anche nel momento in cui si vedono in grande difficoltà suo padre e la sua amica Maria Elena Boschi, mentre una componente del Governo, incappa nello scandalo dei petroli in Basilicata, in casa PD ci sono arresti a valanga, etc.

Renzi parla di cambiare l’Italia, dopo essere stato per ben tre anni capo del Governo senza combinare nulla e dando la colpa a chi lo ha preceduto. I politici brutti e cattivi sono altri, lui è buono e vergine. Una bella faccia tosta quando, dopo aver annunciato il ritiro dalla politica per la sonora batosta rimediata al Referendum costituzionale, ritorna in campo come niente fosse. Sulla legge elettorale cambiare idea è divenuta un’abitudine. L’ultima prevede il 50% dei seggi assegnati in collegi uninominali piccoli, e l’altro 50% con il proporzionale e liste bloccate.
Insomma il fatto che l’82% degli italiani vuole il ritorno al voto di preferenza, per scegliere direttamente il proprio rappresentante a Renzi non interessa affatto. Per i collegi uninominali sceglie il Partito, per le liste proporzionali sceglie sempre lui. In barba alla Corte costituzionale ed alla volontà degli italiani. Tutti nominati e tutti amici. Grillo inizia denunciando malcostume ed imbrogli vari, da comico arguto tocca le corde della sensibilità degli italiani arrabbiati.
Si perde, invece quando tenta di trasformare il suo movimento protestatario in forza di Governo.
Protestare è importante, ma poi serve governare. Le scelte dei capi del Gruppo non sono tra le più felici. Il prescelto capo del Governo si confonde nell’uso del congiuntivo, mostrando chiaramente qualche difficoltà con la lingua italiana, poi confonde ancora la professione del sociologo con quella dello psicologo, afferma che Pinochet è stato dittatore del Venezuela e non del Cile, invece il candidato ministro del esteri chiede i vaccini gratuiti per tutti, non informandosi che lo sono sempre stati. Insomma strafalcioni a ripetizione. Possono questi governare l’Italia? No, non è possibile.
I tanto vituperati partiti selezionavano la classe dirigente, preparavano i quadri, escludevano gli incapaci. Il politico prima di aspirare allo scranno parlamentare doveva fare la gavetta in periferia , veniva sottoposto a continue valutazioni e veniva eletto direttamente dagli elettori.
Certo vi erano comportamenti scorretti, corruttele varie , responsabilità gravissime, ma mai a livello di quanto accade oggi. Basterebbe applicare l’articolo 49 della Costituzione sulla trasparenza e sulla democrazia interna ai Partiti, per avere una classe dirigente degna di questo nome. Ritorniamo alla politica vera , ricostruiamo i Partiti, selezioniamo i candidati, ritorniamo agli ideali ed alle culture politiche. I personalismi portano male, il collettivo evita avventure.

Angelo Sollazzo

Socialisti in Movimento- Intervento di Angelo Sollazzo

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Nelle ultime settimane il panorama politico ha subito cambiamenti profondi e niente può essere rapportato alla situazione di solo qualche mese fa.

La scissione nel PD, la nascita del Campo progressista di Pisapia, lo scioglimento di SEL e la comparsa di Sinistra Italiana ed in ultimo l’incauta convocazione di un congresso straordinario del PSI, rappresentano un quadro modificato della sinistra italiana con il quale confrontarsi con speranza e preoccupazione.

I socialisti italiani si stanno riaggregando in nuove forme e stanno riprendendo un loro specifico ed autonomo ruolo nella società politica.

L’appiattimento sulle posizioni del Governo renziano di Gentiloni, la mancanza di un qualsiasi dibattito interno, la determinazione a voler continue rese dei conti, hanno ridotto il glorioso PSI a poche rappresentanze nelle istituzioni, iscrizioni in calo e nessun dato elettorale in quanto da anni il Partito non si presenta con il proprio simbolo alle elezioni.

Se il dato è sconfortante per manifeste responsabilità del gruppo dirigente, non si può ritenere utile la fuoriuscita dall’attuale Partito che, nel bene e nel male rappresenta la tradizione socialista, per approdare a improbabili movimenti di nuovo conio che non hanno riferimenti ideologici chiari, a cominciare dal nome, anche se abbiamo apprezzato la presa di distanza dall’imbroglio renziano. Quindi dentro il PSI per cambiare il PSI. Le scorciatoie non servono, le parole riformista e progressista sono per noi aggettivo del sostantivo socialista e non accetteremmo di aderire a nessun movimento che non si definisca socialista. I partiti e movimenti  solo aggettivati non rappresentano alcuna cultura politica, nascono e muoiono a seconda delle convenienze dei loro gruppi dirigenti ed ispiratori. Il socialismo come le altre culture politiche ha storia, presente futuro poiché rappresenta una particolare visione della società.

Nel particolare momento politico che viviamo diventa imperativo per i socialisti e la sinistra democratica lottare e battere i populismi di destra e sinistra.
Nell’ultimo ventennio populisti sono stati Berlusconi, Bossi e Salvini, Grillo e Renzi, che separatamente hanno ingenerato il cancro dell’anti-politica con i risultati che conosciamo.
I socialisti hanno il dovere di lavorare per l’applicazione dell’art. 49 della Costituzione per la trasparenza e la democrazia interna dei Partiti come condizione essenziale per battere il populismo.
Il PSI con il congresso di Montecatini del 2008 pose il tema come elemento essenziale del suo rinnovamento per poi dimenticarlo  pensando di poterlo applicare solo agli altri. Anzi all’inizio della attuale legislatura i pochi deputati socialisti, pur eletti nelle liste del PD, presentarono una proposta di legge in tale direzione contenente un controllo terzo (Corte dei Conti?) per la trasparenza contabile ed amministrativa e addirittura all’art.18 la possibilità di rivolgersi al magistrato da parte del militante tediato ovvero per la riduzione degli spazi di democrazia interna.
Tutto questo sembra dimenticato, ma ciò che risulta ancora più grave l’accantonamento dei fondamentali del socialismo e le stesse ragioni di ritenersi socialisti attraverso voti parlamentari ed atteggiamenti che cozzano decisamente con gli ideali socialisti.

Vi sono concetti del vivere comune che devono essere al centro della appartenenza al socialismo ed alle sue strutture organizzate.

Lo stesso concetto di libertà è socialista. Libertà dal bisogno, dalla fame, dalle malattie, dalle guerre, dalla mancanza dei diritti civili.

Anche il concetto di uguaglianza è socialista, per avere tutti non solo gli stessi doveri ma anche gli stessi diritti.
La ridistribuzione della ricchezza rappresenta il cardine principale della proposta socialista in economia politica. La forbice tra ricchi e poveri si è allargata in modo pauroso, abbiamo oggi quattro milioni e mezzo di poveri assoluti a cui aggiungere altri quattro milioni di cittadini sulla soglia di povertà. Una patrimoniale sulle rendite parassitarie ed assenteiste viene considerata equa perfino dalla Confindustria, mentre la sinistra balbetta su un tema di giustizia sociale. La verità è che molti di questa nuova classe politica ancora non ha compreso la differenza tra rendita e reddito. Chi fa profitto ed investe in innovazione e nuova occupazione va sostenuto, sono le grandi proprietà, i patrimoni fisici e bancari che vanno colpiti, non la produzione ed il lavoro. Al contrario si preferisce liberalizzare per creare nuovi patrimoni, per rendere aggressiva la concorrenza che di per sé diminuisce non accresce il lavoro. Se il numero di disoccupati si è impennato fino ad arrivare a due cifre, il motivo è proprio quello della riduzione selvaggia dei costi  che, quindi, porta alla riduzione dei posti di lavoro. Lo Stato sociale di cui tanto si parla viene ridotto ai minimi termini.
Ma vi sono concrete possibilità per affrontare il tema grave dei conti pubblici. Oltre alla patrimoniale occorre mettere mano all’assurdo capitolo delle spese militari, sia riducendo le missioni all’estero sia annullando le commesse per nuovi armamenti. Non si possono spendere diciotto miliardi di euro per gli aerei cacciabombardieri F35, considerato che noi italiani non siamo proprio gente che amiamo bombardare. Quindi non difesa ma offesa. Non possiamo tacere sullo scandalo del Vaticano che non paga le tasse allo Stato,possedendo oltre centomila edifici, alberghi, ristoranti, attività commerciali e a Roma non riesce nemmeno a pagare luce, acqua e gas.

I musei vaticani incassano 18milioni di euro al mese, non pagando alcuna tassa. Intanto lo Stato, a debito, impegna 20 miliardi per risanare le banche, regala con il Job Acts miliardi alla Fiat e soci, spende, in tempo di crisi, ben 23 milioni di euro per l’aereo della Presidenza del Consiglio, altro che sobrietà, consente il caporalato legale con la vergogna dei vouchers, sottrae risorse con mance elettorali, come per gli 80 euro, per poi accorgersi che oltre due milioni di persone, non avendo diritto, saranno costretti a restituire la  regalia. Non ci attardiamo a parlare , per amor patrio, degli scandali o presunti tali di Renzi padre, di Boschi padre, fidanzato Guidi, per non dire di Expò,di Ilva, di terremoto dell’Aquila, ma certo qualcosa non va se quello che sta accadendo in epoca renziana fa impallidire perfino tangentopoli. Non si comprende perché per molto meno sono state ottenute le dimissioni dei ministri Lupi e Guidi, mentre Lotti resta al suo posto.

Insomma siamo di fronte ad una pericolosa incapacità di comprendere come affrontare la crisi economica, non esiste un piano industriale, si procede a tentoni, si rischia un aumento, grave per le famiglie, dell’IVA, stiamo rischiando di far compagnia alla Grecia in quanto a disastro economico.
Renzi pensava di parlare di economia con i cinquettii ed i post di twitter e di facebook , mentre l’Italia faceva da fanalino di coda della ripresa economica che stava conoscendo tutta Europa. Se questi sono i nuovi, rivogliamo i vecchi.

Quello che non si comprende è come dopo le catastrofi elettorali delle amministrative e del Referendum nessuno si dimette. Renzi fa solo finta di abbandonare, Alfano,Nencini e company non fanno una piega, come se niente fosse avvenuto. Probabilmente per spostarli dai loro scranni ci vorrebbe un terremoto ondulatorio e sussultorio. Eravamo abituati  alle dimissioni dopo una sonora sconfitta, invece si fa finta di nulla, anzi si è ancora più arroganti e strafottenti di prima, attribuendo agli altri le proprie carenze e sconfitte. Questo è il nuovismo.

Anche nel PSI si fa finta di nulla, con un partito che non si presenta più alle elezioni, ma chiede ospitalità ad altri, come se importante non sia l’affermazione delle idee, ma la sistemazione di qualcuno. I sondaggi elettorali non rilevano la presenza socialista e quando lo fanno siamo attorno all0,1%. Siamo soddisfatti? Auguri.

Il PSI ha bisogno di far tornare il proprio simbolo sulla scheda elettorale, con liste, nel nome e nella simbologia, di chiara impronta socialista, evitando alleanze spurie  (NCD etc.), rivedendo con accortezza il rapporto con il PD che ha subito una vera mutazione genetica, spostandosi su posizioni di centro-destra, e difficilmente Emiliano riuscirà a modificare tale situazione.
Queste sono le sfide che i socialisti devono affrontare.

Angelo Sollazzo

Socialisti in Movimento- Lettera di Rino Formica

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Carissimi,

la sinistra in generale ed i resistenti del socialismo italiano in particolare devono molto all’impegno politico di coloro che hanno difeso i diritti costituzionali di libertà e democrazia nella battaglia referendaria del 4 dicembre scorso.

Ma chi ha perso il 4 dicembre e chi ha perso il 24 gennaio con la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum, non ha cambiato idea, vuole il tanto peggio tanto meglio, vuole l’implosione del sistema politico a cui bisogna dare una risposta alternativa.

Presto si aprirà un nuovo e decisivo scontro elettorale e il nascente movimento dei socialisti potrà partecipare nelle forme possibili per affermare la propria identità e le caratteristiche socialiste di cui la sinistra ha bisogno.

I socialisti sopravvissuti alla grande glaciazione devono dare vita ad una concentrazione della sinistra riformista e revisionista distinta dal renzismo del PD.

Ai compagni dei “Socialisti in Movimento” auguro un buon lavoro, un buon inizio e li invito a non mollare.

Affettuosamente

Rino Formica

Patti chiari e amicizia lunga, di Felice C. Besostri

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Non ho in programma di organizzare una nuova impugnazione collettiva della terza legge elettorale incostituzionale. Non perché sono stanco di farlo, ma perché significa che si sono disattese per la terza volta le sentenze della Corte Costituzionale e, fatto ancora più grave, significa che sono state disattese le indicazioni del popolo italiano il 4 dicembre 2016. I casi sono due o la nuova legge è sostenuta dal PD con una maggioranza di centro-destra ovvero da un nuovo centro-sinistra. Nel primo caso significa che il PD è inaffidabile come partner, nel secondo che il nuovo centro-sinistra è inaffidabile come forza di rinnovamento politico. L’esito del referendum costituzionale e la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italikum hanno segnato la fine di un’epoca o, per non esagerare, di un triennio di governo a guida di Matteo Renzi e di scelte politiche in contrasto con ogni idea di centro-sinistra, come politica popolare e di progresso. Hic Rhodus, hic salta: non c’è credibilità senza segni tangibili di un cambiamento di rotta, specialmente da parte di chi abbia contribuito a far approvare l’Italikum con forzature regolamentari e in contrasto con l’art. 72 c. 4 Cost. e abbia sostenuto le ragioni del SI’ alla deforma costituzionale. La cartina di tornasole è la nuova legge elettorale, che non deve essere, almeno per questa volta, una riedizione di leggi, che per la governabilità sacrifichino la rappresentanza in violazione dei principi costituzionali sul diritto di voto, eguale, libero e personale(art. 48 Cost.) e diretto per Camera(art. 56 Cost.) e Senato (art58 Cost.). Ogni premio basato su una soglia percentuale nazionale, che venga spalmato sui collegi viola il principio del voto personale e diretto. Proprio l’Avvocatura dello Stato per difendere davanti alla Corte Costituzionale il premio di maggioranza fissato in 340 seggi , cioè il 55% dei deputati eletti nel territorio nazionale, ha sostenuto che fosse necessario non essendoci alcun obbligo di un eletto di non cambiare casacca. Tuttavia, se così è, non si giustifica il sacrificio della rappresentanza a fronte di una governabilità del tutto aleatoria. Se, invece, il premio di maggioranza fosse vincolante per gli eletti della lista beneficiaria, allora la violazione del divieto di mandato imperativo ex art. 67 Cost. sarebbe patente. Dopo la sentenza n.1/2014 la sola scelta costituzionalmente corretta, visto il riferimento in sentenza agli artt. 61 e 77 c. 2 Cost., sarebbe stata di concedere alle Camere uno spatium deliberandi di 60/70 giorni per adottare una legge elettorale conforme ai principi della Consulta, trascorso inutilmente il quale il Presidente avrebbe dovuto scioglier le Camere per consentirne il rinnovo con una legge di impianto proporzionale a parte le assurde soglie di accesso per il Senato, il doppio di quelle Camera con la metà dei suoi membri. Pensate che con il 4% Camera si poteva eleggere con sicurezza un solo senatore soltanto nelle Regioni, con almeno 25 Senatori, cioè Sicilia, Campania, Lazio e Lombardia e forse coi resti in Veneto e Piemonte. Senza l’abolizione del premio di maggioranza al primo turno diventerebbe forte la tentazione di reintrodurre le coalizioni come beneficiarie  del premio di maggioranza. Un nuovo centro-sinistra non sarebbe altro che lo specchietto per le allodole per legittimare un premio di maggioranza al primo turno e confermare i capilista bloccati, logica conseguenza di liste composite di diverse anime (Campo Progressista, ex PD, ex SEL e personalità indipendenti) per garantirsi una quota di eletti: un film già visto con la Sinistra Arcobaleno, cioè un ennesimo tramonto della sinistra altro che sole dell’avvenire di un’alba radiosa. Il referendum è stato vinto dagli elettori ignoti influenzati dalle ragioni del NO, ma non solo, in ogni caso elettori ed elettrici, che si sono recati autonomamente alle urne, senza che nessun comitato o partito ve li conducesse per mano. Se non diamo una risposta politica adeguata alla loro protesta, ritorneranno delusi all’astensione. Malgrado il successo del M5S tra il 1996 e il 2013 sono scomparsi 3 milioni di voti validi. Non deludiamoli, altrimenti non possiamo prevedere quale direzione prenderanno, quando riemergeranno dalla clandestinità elettorale.

Felice C. Besostri

Riepilogo delle bugie di Renzi, di Angelo Sollazzo

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1)Non è vero che la pseudo-Riforma Renzi propone un processo di semplificazione politica. L’unico risultato è che per i cittadini non sarà più necessario andare a votare in quanto avremo solo parlamentari nominati.I deputati con il trucco dei capi-lista bloccati ed i Senatori espressione dei vertici di partito locali con accordi di bassa lega(chi fa l’Assessore, chi il Senatore, chi il presidente di Commissione). Gli italiani nella misura dell’82% vogliono scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento con il voto di preferenza. Si attenta in modo palese alla sovranità popolare.
L’unica semplificazione è che non si abolisce il Senato ma gli elettori.
2)Non è vero che l’attuale Parlamento poteva procedere all’approvazione di una Riforma Costituzionale in quanto dichiarato illegittimo dall’Alta Corte, poiché é espressione del Porcellum, con 270 Parlamentari che hanno cambiato Partito e tradito i loro elettori e con un Capo del Governo diventato tale con il tradimento nei confronti di un suo collega di Partito, rassicurato prima e pugnalato dopo: Renzi Premier non eletto nonostante avesse garantita la sua disponibilità solo dopo un voto popolare.
3)Non è vero che il costo della politica si riduce con un risparmio di mille milioni(prima versione) di cinquecento(seconda versione) ma secondo la Ragioneria dello Stato il risparmio è di soli 48 milioni, ridotti a 24, per le trattenute che venivano fatte ai senatori, e di seguito con le trasferte e le diarie per i consiglieri regionali neo senatori il risparmio è vicino allo zero. Il Senato resta com’è, sarebbe bastato ridurre i deputati a 400 ed i senatori a 100 per un vero risparmio sui costi della politica.
4)Non è vero che viene sveltita l’approvazione delle leggi. Oggi il Parlamento italiano è il più veloce in Europa. Il problema consiste nell’eccessivo numero delle leggi e la incompetenza dei legislatori con errori marchiani per i quali l’Italia è divenuta lo zimbello d’Europa, vedi Codice degli appalti,Riforma pubblica amministrazione, Buona Scuola,Jobs Act, Riforma RAI etc. Non esiste una sola legge renziana che funzioni.
5)Non è vero che vengono ridotti i poteri delle Regioni, anzi vengono premiate con la nascita del Senato espresso da loro e con una diversa rappresentatività tra le stesse, mentre un assurda differenziazione viene riservata a quelle a Statuto Speciale(5).Dopo gli scandali degli ultimi tempi per premio diverranno anche senatori con l’immunità parlamentare.
6) Non è vero che è un buon testo in quanto vi sono errori , periodi sgrammaticati(art.70), omissioni e dimenticanze varie, come quella dell’età dei senatori che potranno essere 18enni, (Senato da senes=anziano) ovvero attacco alla sovranità nazionale( Art.117).

Angelo Sollazzo