svolta autoritaria

Il valore politico di un NO che difende la democrazia. di Alberto Angeli

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Giustizia è fatta. La vittoria del NO nel referendum sulla giustizia non è soltanto la bocciatura di una riforma: è un passaggio politico di grande rilievo, un segnale chiaro che una parte larga e consapevole del Paese ha voluto lanciare a difesa della Costituzione e dell’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Non era un voto tecnico, né marginale. In gioco c’era un’idea precisa di ordinamento istituzionale: modificare in profondità alcuni pilastri della nostra architettura democratica, intervenendo sulla magistratura e inserendo questo intervento in un disegno più ampio, che comprende anche il rafforzamento del potere esecutivo attraverso il premierato. Un percorso che, nella sua coerenza complessiva, tendeva a concentrare il potere politico, riducendo gli spazi di autonomia e di controllo.

Il risultato referendario dimostra che questo disegno non ha convinto. E non ha convinto perché molti cittadini hanno colto il rischio di uno squilibrio, di una torsione del sistema verso forme di controllo politico su ambiti che, in una democrazia matura, devono restare indipendenti.

La sconfitta è, inevitabilmente, anche politica. Riguarda il governo e, in primo luogo, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che su questa riforma aveva investito capitale politico e credibilità. Non si tratta di invocare automatismi istituzionali che non esistono, ma di prendere atto di un fatto: quando una proposta così rilevante viene respinta dal corpo elettorale, il segnale non può essere ignorato.

C’è poi un altro elemento che merita attenzione. Il voto italiano si inserisce in un contesto internazionale in cui crescono modelli politici orientati alla concentrazione del potere e alla riduzione dei contrappesi democratici. I riferimenti, espliciti o impliciti, a leader come Donald Trump o Viktor Orbán non sono semplici suggestioni polemiche: indicano una tendenza reale, una cultura politica che considera i limiti al potere come ostacoli, più che come garanzie.

In questo quadro, il NO degli italiani assume un valore che va oltre i confini nazionali. È un’affermazione di principio: la democrazia non si semplifica comprimendo i controlli, ma si rafforza garantendo equilibrio, pluralismo e indipendenza delle istituzioni.

Naturalmente, una vittoria referendaria non risolve i problemi del Paese. L’Italia resta attraversata da crisi profonde: le tensioni internazionali, la necessità di garantire sicurezza energetica e sviluppo industriale, le fragilità del sistema sanitario e dell’istruzione, l’aumento delle diseguaglianze sociali. Tutti nodi che richiedono una visione politica all’altezza della complessità del presente.

È qui che si apre la vera partita. Le forze di opposizione — dalla sinistra alle componenti riformiste e liberaldemocratiche — hanno oggi l’occasione, e la responsabilità, di trasformare questo risultato in una proposta politica credibile. Non basta celebrare la sconfitta del governo: serve costruire un’alternativa.

Un’alternativa che sappia tenere insieme giustizia sociale e libertà, sviluppo economico e sostenibilità, ruolo internazionale e autonomia politica. Un progetto fondato su pochi punti chiari, capaci di parlare alla maggioranza del Paese e di riattivare una partecipazione democratica che negli ultimi anni si è progressivamente indebolita.

Il referendum ha dimostrato che questa partecipazione è ancora possibile. Che esiste un elettorato attento, capace di mobilitarsi quando percepisce in gioco principi fondamentali. Per questo, il valore del NO non sta solo in ciò che ha fermato, ma in ciò che può aprire. È un’occasione politica che non può essere sprecata.

Ora si tratta di darle seguito. Con serietà, con chiarezza, con responsabilità.

Alberto Angeli

Perché bisogna votare NO. di Franco Lotito

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Manca ormai poco all’apertura delle urne del referendum. E’ bene avere le idee chiare su quello che vi metteremo dentro insieme alla scheda.

Alla fine Giorgia Meloni ha preso posizione sul voto referendario. Sul SI alla riforma Nordio non ci sono più soltanto le sue impronte. Ora c’è anche la sua faccia. Questo segna un vero cambio di fase politica nel senso che adesso il campo del SI diventa a tutti gli effetti, il campo politico della Destra al potere. E che Destra! Questo passaggio di fase non può sfuggire alle componenti dello schieramento progressista e di sinistra che hanno dichiarato il loro sostegno alla riforma. Il loro punto di vista e le argomentazioni di “merito” che mettono alla base della loro scelta sono del tutto rispettabili, ma adesso hanno un serio problema da affrontare. Adesso, nel “merito” c’è anche Giorgia Meloni. Ed è inevitabile che ogni “SI” dato alla riforma – quale ne sia la provenienza – diventa un SI anche alla Meloni. Un bel problema. “Testo” (della riforma) e “Contesto”(politico): adesso tutto su tiene.

E’ ormai chiaro a tutti che l’obiettivo sostanziale della riforma Nordio non è quello di separare le carriere di Giudici e Procuratori (è stato già fatto con la riforma Cartabia). E’ quello – molto più pericoloso – di modificare in profondità i rapporti di potere fra la sfera del potere politico e la sfera della autonomia e dell’indipendenza della Magistratura. Se – sciaguratamente – vincesse il SI, non accadrebbe il giorno dopo il voto, ma sono già pronti nei cassetti del Ministro della Giustizia i Decreti Delegati per dare corpo a questo disegno. Parola di Nordio.

Ciò vuol dire una cosa molto semplice. Questa riforma non serve agli italiani, che dovranno continuare a combattere con una macchina della Giustizia lenta, inefficiente e farraginosa. Serve, invece – eccome! – alla casta di governo; che può essere di “destra” o di “sinistra”, come chiarisce lo stesso Nordio, ma sempre casta è. Una casta che chiede alla Magistratura più “collaborazione”, ma soprattutto meno controlli sull’azione di governo.

La realizzazione del disegno dovrebbe avvenire in tre mosse: innanzitutto facendo a pezzi il CSM, cioè infrangendo il carattere unitario della cultura giuridica che obbliga il magistrato a ricercare la verità, prima ancora delle prove per l’accusa. La seconda mossa è la sostituzione del metodo elettivo per la scelta dei componenti del CSM con il sorteggio. La motivazione alla base di questa scelta è che così verrà eliminata l’influenza delle “correnti”. Non è vero! l’”Associazione Nazionale Magistrati” continuerà a rappresentare la quasi totalità delle toghe (il 96%) ed al suo interno continueranno a vivere ed operare le sue 5 correnti. Insomma il 96% dei sorteggiati farà comunque parte di una delle 5 correnti. E allora?

La terza mossa è la più devastante. E’ quella che prevede una pesante manomissione della Carta costituzionale. Sono in balle ben sette articoli! Ebbene è lì il cuore del disegno politico della destra, perché è lì, in quei sette articoli che è custodito uno degli architravi portanti dell’ordinamento del nostro sistema democratico: la separazione dei Poteri.

Non sono un costituzionalista, ma sono un cittadino di questa Repubblica che ha le sue radici profonde nella Resistenza e so che quando viene manomessa la separazione dei poteri e il potere si concentra in poche mani, genera il fascismo. O qualche suo fac-simile.

E’ in atto da tempo un processo a scala planetaria che sospinge i sistemi di governo nella direzione di soluzioni autocratiche. Questo processo ha ricevuto nuovo impulso da quando il governo degli Stati Uniti è caduto nelle mani di Donald Trump. In Europa – nel cuore dell’UE – lo stanno già attivamente praticando l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca. Nel nostro Paese, come sappiamo, riceve le aperte simpatie di FdI e della Lega. In questo filone culturale e politico – per il quale è necessaria la concentrazione più ampia possibile nelle mani dell’Esecutivo -si collocano la riforma del Premierato e la riforma Nordio. Ecco dunque la filigrana vera del “riformismo della destra: l’autoritarismo di governo. Per queste ragioni chi colloca grandi figure del socialismo come Giuliano Vassalli e magari Giacomo Matteotti nel sfera di questa riforma, recita una bestemmia.

Nella Costituzione sono racchiusi insieme, lo spirito della lotta antifascista ed i valori di democrazia e di progresso che hanno fatto grande il nostro Paese. In questo momento è preciso dovere di tutti i democratici e progressisti – a partire da quelli che frequentano il campo delle forze di opposizione – difenderla dall’aggressione messa in atto da questo governo di destra. E c’è un solo modo per farlo: votare NO! alla riforma di Umberto Nordio.

Franco Lotito, Vicepresidente del “Comitato socialista per il NO – per il Referendum 2026”

Perché io credo che si debba votare NO al referendum. di Francesco Somaini

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Si dice che si vota per la separazione delle carriere e per la terzietà del giudice nel processo accusatorio. Ora questi sono temi di una giusta battaglia socialista e liberale, fondamentalmente condivisibili. Ma a parte il fatto che la separazione di fatto già c’è, si poteva eventualmente migliorarla con leggi ordinarie.

Il vero punto di questa riforma, per cui si è invece voluto intervenire sulla Costituzione (per giunta imponendo di forza un testo scritto dal governo senza alcuna possibilità di intervento del Parlamento, obbligato a dire solo “signorsì”) è a mio parere un altro. Ed è che c’è un evidente tentativo di condizionare e limitare l’autonomia della magistratura per addomesticarla al potere politico.

Come? A parte la faccenda della creazione di tre organismi distinti in luogo di un unico CSM e a parte la discutibile introduzione del sorteggio in sostituzione dell’elezione democratica delle rappresentanze dei magistrati (con l’aggiunta di un sorteggio “drogato” per i membri non togati di nomina parlamentare), ci sono poi alcuni escamotages molto tecnici, che sono il vero cuore del disegno manipolativo.

Il primo è l’affermazione dell’autodichia dell’Alta Corte, con la non ricorribilità in Cassazione in caso di decisioni ritenute ingiuste. In pratica se l’Alta Corte prende un provvedimento contro un magistrato e questi lo ritiene ingiusto, quello può presentare appello, ma l’appello viene discusso non già in Cassazione (come ci si potrebbe aspettare), ma sempre presso l’Alta Corte (ohibò).

Ma non è tutto. C’è anche l’abrogazione del quorum dei 3/5 del Parlamento nella determinazione dei nominativi dei sorteggiabili tra i membri non togati dei nuovi organismi. Attualmente per essere un membro “laico”, cioè “politico”, del CSM devi essere eletto da almeno i 3/5 dei parlamentari, il che costringe la maggioranza a trattare con l’opposizione e tendenzialmente impedisce che vengano fatte nomine troppo di parte. Ora invece il quorum non ci sarà più per scegliere i nomi da sorteggiare, per cui la maggioranza potrà designare chi vorrà, senza dover negoziare con nessuno.

Ci sono poi i membri laici nominati dal Presidente della Repubblica (3 su 15 nell’Alta Corte). In teoria la nomina presidenziale dovrebbe assicurare che questi siano figure di garanzia. Ma che succede se invece di un presidente super partes e di garanzia, il Parlamento ne dovesse eleggere uno (o una) molto di parte (magari grazie a una legge elettorale, come quella cui stanno pensando, drogata da un improprio premio di maggioranza)? In quel caso anche questi membri dei tre nuovi organismi potrebbero essere molto schierati e assai poco imparziali.

Infine c’è quello che è forse il trabocchetto più sofisticato del nuovo congegno, ed è quello della composizione dell’Alta Corte. Si è infatti pensato a una formula decisamente penalizzante verso i PM (i quali avranno solo 3 membri su un totale di 15). In questo modo succederà che un pubblico ministero “scomodo” che venisse sottoposto a provvedimento disciplinare e che volesse fare appello contro una decisione ritenuta ingiusta, nel giudizio di secondo grado (da effettuarsi sempre presso l’Alta Corte per effetto dell’autodichia di cui si diceva) si ritroverebbe ad essere fatalmente giudicato – essendo da escludersi che possano occuparsene dei giudici della carriera giudicante (altrimenti non ci sarebbe più la separazione) – da un collegio composto per 2/3 da membri “politici”, i quali potrebbero essere facilmente portati (per le modalità con cui sono stati “sorteggiati” o nominati dal presidente) a volergli mettere la museruola.

Insomma, la riforma contiene in realtà tanti piccoli trabocchetti, per cui la tanto conclamata autonomia e indipendenza della magistratura potrebbe essere messa decisamente in forse. Che poi è quello che da maggioranza e governo viene di continuo lasciato capire.

Si menziona spesso il grande Giuliano Vassalli come un punto di riferimento ideale di questa riforma. Ma io non credo che lui avrebbe avallato questa operazione, che a mio parere rischia di minare il principio cardine di ogni democrazia liberale, che è quello della separazione e dell’equilibrio dei poteri.

Che questi puntino a una democrazia plebiscitaria, con un esecutivo senza controlli mi pare del resto fin troppo evidente. Non lo vede solo chi non lo vuol vedere.

Io non condivido questa deriva e per questo voterò NO.

Francesco Somaini, Storico e Docente universitario presso l’Università del Salento

Tanti buoni motivi per votare NO al Referendum. di Franco Bartolomei

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La Vicenda ” Rogoredo ” dimostra come il. Quadro dirigente della Polizia di Stato, e probabilmente dell ‘ Arma dei Carabinieri , rifiutano il disegno del governo , che sottende chiaramente la riforma del CSM , di porre le forze di polizia giudiziaria,  l’ impulso e la gestione della azione penale , ed il potere di controllo e  supervisione di tutto il sistema della sicurezza e dell’ ordine pubblico, nelle mani del governo, togliendo alla Magistratura il ruolo  primario, direzionale, di impulso ,e di controllo di legittimità ,sancito dalla Costituzione .

Le dichiarazioni del capo della Polizia, Pisani , che elogia la Magistratura per il compito svolto nelle indagine sul crimine di Rogoredo , suonano come una pesantissima delegittimazione del comportamento del Ministro degli Interni, del Ministro della Giustizia , e del Ministro delle Infrastrutture  , ed una denuncia di tutto l ‘ apparato mediatico schierato al loro servizio nell’attacco frontale si magistrati che indagavano sulla vicenda dello spacciatore “giustiziato” a sangue freddo dopo essere stato ricattato da un poliziotto che aveva organizzato una sorta di racket.

Questa Vicenda di enorme rilevanza si  aggiunge alle  dichiarazioni del precedente Capo della Polizia, Gabrielli, che dopo gli scontri di Torino    diffido ‘ di fatto tutto il governo, a partire dalla  Presidente del Consiglio,  dalla strumentalizzazione di quei fatti per introdurre normative costituzionalmente pericolose, assumendosi un indebito compito di difensore delle forze dell ‘ ordine con una operazione mediatica finalizzata ad utilizzare le forze di polizia come oggetto di una campagna politica di parte .

Nel mezzo di questa sostanziale tenuta costituzionale della polizia di Stato, resta da capire il comportamento dei servizi di sicurezza , legati in gran parte al Deep State USA , che hanno sicuramente perorato quel progetto pericolosissimo dell’ art 31 del Decreto Sicurezza che spesso , ed  a maggior ragione con questo governo ,tendono a muoversi in assonanza con gli input  che partono dagli apparati di sicurezza americani , e rispondono agli interessi strategici  del complessivo sistema imperiale Usa /NATO, oggi del tutto schiacciati sul sostegno al governo Sionista di Israele.

Franco Bartolomei, Coordinatore nazionale di “Risorgimento Socialista”

Le ragioni del NO al Referendum. di Franco Bartolomei

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La divisione strutturale della Magistratura in organismi distinti tra giudicanti e inquirenti non risponde ad alcuna esigenza di speditezza nella confusione delle istruttorie e dei processi , come viene propagandisticamente sostenuto .

Questo obiettivo potrebbe essere raggiunto senza problemi con una semplice specializzazione delle preparazioni professionali dei Magistrati , successiva ad una loro autonoma scelta interna di carriera , o ad eventuali esami di passaggio di funzioni , senza dividere organicamente la Magistratura .

In realtà ‘ il vero obiettivo programmatico di questa riforma Nordio e’ quello di arrivare a togliere alla Magistratura il controllo di legittimità sulla azione della polizia giudiziaria, e sulla attività dei servizi di sicurezza, e di porre la Magistratura inquirente sotto la diretta gestione dell ‘ esecutivo nella gestione dell ‘ azione penale .

Per arrivare a questo e’ necessario , prima indebolire e dividere la Magistratura e successivamente addomesticare la Corte Costituzionale facendola diventare di fatto una espressione del sistema politico , pronta ad accettare lo svuotamento del sistema costituzionale della divisione dei poteri. 

E’ assolutamente evidente che una magistratura inquirente come soggetto autonomo sarebbe molto più debole nel rapporto con gli altri organi costituzionali , e   non reggerebbe un potere autonomo così rilevante come l ‘ impulso e il controllo di tutta l’ azione penale  e la direzione della conseguente attività istruttoria in tutti i settori sensibili delle complessive competenze della ‘ intero Stato Ordinamento . 

Questa divisione costituzionale della Magistratura  finirebbe quindi  per favorire il disegno chiaramente ideologico e autoritario del governo , e del centrodestra ,di abbandonare l ‘ obbligatorietà della azione penale e riservare alla discrezionalità dell’ esecutivo i poteri di gestione della azione penale , e soprattutto di gestione delle attività di indagine , con riferimento particolare a quelle preliminari .

Inoltre con la divisione verrebbe a cessare la strutturale uniformità di interpretazione normativa in sede giurisprudenziale che costituisce una garanzia della uniformità delle valutazioni dei giudici, e si aprirebbe la strada a rischiosissime divergenze interpretative , quando le attività di indagine riservate alla Magistratura inquirente non implicano affatto sotto alcun profilo una  differenziazione nelle interpretazioni sulla portata delle norme giuridiche sotto il profilo del merito .

Per questo e’ assolutamente necessario votare No al Referendum, e respingere in tal modo il progetto autoritario delineato dalla riforma Nordio/Piantedosi/Meloni.

Franco Bartolomei, Coordinatore nazionale di “Risorgimento Socialista”

Le ragioni del voto per il NO al referendum di Risorgimento Socialista. di Franco Bartolomei

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Votare No alla separazione delle carriere significa difendere l’equilibrio costituzionale. La riforma Nordio indebolisce la magistratura, riduce i controlli sull’esecutivo e apre a una deriva autoritaria, confermata anche dalle critiche al decreto Sicurezza.

Le ragioni del voto per il NO al referendum

Votare No al referendum sulla separazione delle carriere è ormai una necessità democratica.
Siamo infatti di fronte a una riforma che rappresenta una parte importante del disegno più generale di ristrutturazione tecno-autoritaria dei moderni Stati liberisti a trazione finanziaria, imposto dalle classi dirigenti per tentare di governare le contraddizioni aperte dalla crisi strutturale dei loro sistemi di sviluppo.

La riforma Nordio ha una ratio di natura costituzionale completamente diversa dalle riflessioni socialiste degli anni Ottanta sul riequilibrio necessario, in sede processuale e istruttoria, tra accusa e difesa.

Questa riforma ha ben altri obiettivi, che rientrano nel disegno di trasformazione sostanziale del nostro impianto costituzionale, che, partendo dal ridimensionamento dell’autonomia della magistratura, punta ad addomesticare la stessa Corte costituzionale alle necessità dell’esecutivo.

La riforma ha principalmente, fuori da ogni rappresentazione di comodo, l’obiettivo primario di indebolire la sola vera struttura costituzionale depositaria di un potere di controllo e di verifica di legittimità sull’esercizio di tutta l’azione preventiva e repressiva dello Stato, e sull’esercizio delle funzioni amministrative da parte del potere esecutivo.

Sostenere il Sì significa quindi solo aiutare la svolta autoritaria che il governo vuole imprimere al Paese, colpendo tutti i poteri costituzionali che possono limitare l’azione dell’esecutivo, in ragione dell’invalicabilità dei limiti posti all’azione di governo dal rispetto sostanziale dei principi costituzionali.

Il governo della signora Meloni, dei post-fascisti e dei leghisti ritiene infatti, così come nel disegno di sistema di Trump e del Deep State USA, che gli organi separati dello Stato siano, o debbano essere, gli unici veri garanti dell’esercizio pieno e incondizionato del potere dell’esecutivo, a cominciare dagli apparati di sicurezza, dai servizi informativi e dalle forze dell’ordine, il cui ruolo in un diretto rapporto funzionale con l’esecutivo deve essere svolto marginalizzando tutti i poteri di controllo di legittimità, di direzione, di verifica e di impulso dell’azione penale, costituzionalmente riservati alla magistratura in ragione del principio di separazione dei poteri.

La natura della riforma Nordio non è quindi garantista dei diritti individuali, ma limitativa di poteri di riequilibrio previsti dal sistema e ad esso interni per determinazione costituzionale.

Siamo di fronte a una vera e propria sterilizzazione di un organo costituzionale fondamentale per l’equilibrio dei poteri, animata da una logica superiore di garanzia dell’ordine sociale, che punta ad adeguare l’impianto costituzionale alla logica repressiva già espressa nel decreto Sicurezza.

Per questo oggi votare per il No rappresenta un’autentica necessità democratica e un dovere per chiunque voglia definirsi socialista, per salvaguardare l’impianto costituzionale del nostro sistema Paese.

Questa funzione di garanzia dei diritti costituzionali, individuali e collettivi, svolta dalla magistratura, che la riforma punta a colpire, ha recentemente trovato una conferma importantissima nella valutazione frontalmente critica che l’Ufficio del Massimario della Corte di cassazione ha espresso su tutte le norme penali incostituzionali del decreto Sicurezza, dando un chiaro indirizzo interpretativo in tal senso a tutti i giudici italiani, inquirenti e giudicanti.

Il parere valutativo e interpretativo dell’Ufficio del Massimario, incaricato funzionalmente di analizzare sistematicamente la giurisprudenza di legittimità, presieduto da magistrati di Cassazione e organizzato sulla collaborazione di 37 giudici di carriera penali e civili, sebbene non abbia una natura vincolante, ha comunque una forza di orientamento enorme sull’intero corpo della magistratura, orientandola nettamente su un crinale valutativo assolutamente garantista e anti-repressivo.

Franco Bartolomei, Coordinatore nazionale di “Risorgimento Socialista”

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