divisione dei poteri

Referendum e democrazia: il significato politico della vittoria del NO. di Luca Parodi

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L’esito del recente referendum costituzionale, conclusosi con la netta affermazione del NO, si impone oggi come uno dei passaggi più rilevanti della vita democratica del nostro Paese negli ultimi anni. Al di là della contingenza politica, il dato che merita di essere posto in apertura di riflessione è quello relativo all’affluenza: ampia, diffusa, significativa in tutte le regioni della Repubblica. Un segnale inequivocabile di partecipazione e di rinnovata coscienza civica, che si pone in controtendenza rispetto al progressivo disincanto registrato nelle più recenti consultazioni politiche.

Questa mobilitazione popolare, lungi dall’essere interpretata come un semplice episodio, appare invece come il sintomo di un risveglio democratico. Il popolo italiano ha dimostrato di saper riconoscere la posta in gioco, riaffermando con forza il valore della propria Carta costituzionale, nata dalla lotta di Liberazione e fondamento imprescindibile della nostra convivenza civile ed alla separazione dei poteri. In questo senso, il voto referendario assume una duplice valenza: da un lato, la difesa vigile e consapevole dei principi costituzionali; dall’altro, una chiara espressione di giudizio politico sull’operato dell’attuale esecutivo.

Non si può infatti ignorare la portata politica del risultato. Il rigetto della proposta referendaria rappresenta, nei fatti, una sconfessione dell’indirizzo politico promosso dal governo di centro-destra. Un segnale che va ben oltre il merito del quesito e che si configura come una manifestazione di sfiducia nei confronti di una linea di governo percepita come distante dalle esigenze e dalla sensibilità del Paese reale. Si delinea così un quadro di evidente difficoltà per l’attuale maggioranza, la cui capacità di rappresentanza appare oggi profondamente incrinata.

In questo contesto, appare non solo legittimo ma necessario aprire una riflessione sulla prospettiva di nuove elezioni. La distanza emersa tra il governo e il corpo elettorale suggerisce l’urgenza di restituire la parola ai cittadini, affinché possano esprimersi in modo compiuto sull’indirizzo politico da imprimere al Paese. La democrazia, del resto, trova la sua piena legittimazione proprio nella possibilità di rinnovare il mandato quando esso appare logorato o privo di consenso sostanziale.

Per quanto riguarda noi del Risorgimento Socialista a Milano, questo risultato rappresenta anche il coronamento di un impegno intenso e appassionato. I due mesi di campagna referendaria hanno visto una mobilitazione generosa, capillare, costruita sul dialogo e sulla presenza nei territori. Un lavoro collettivo che ha contribuito, nel suo piccolo, a questo esito e che testimonia la vitalità di una proposta politica fondata su valori di giustizia sociale, partecipazione e difesa delle istituzioni democratiche.

In particolare, l’esperienza del Comitato Socialista per il NO a Milano rappresenta un patrimonio politico e umano che a mio avviso non può e non deve disperdersi. Al contrario, esso deve dal mio punto di vista costituire il punto di partenza di un percorso più ampio, capace di strutturarsi e di offrire una nuova prospettiva. Milano, in questo senso, può diventare un laboratorio politico di rilievo, anche in vista delle prossime elezioni comunali della primavera 2027, dove sarà fondamentale presentare un’alternativa credibile, radicata e innovativa.

Il voto referendario ha dunque aperto una fase nuova. Spetta ora alle forze politiche in gioco, e in particolare a quelle che si riconoscono nei valori della sinistra, saper interpretare questo segnale, trasformandolo in progetto, visione e proposta di rappresentanza. La partecipazione c’è stata, la coscienza civica si è espressa con chiarezza: ora è il tempo della responsabilità politica.

Luca Parodi

Risorgimento Socialista

Comitato Socialista per il NO (Milano)

Perché bisogna votare NO. di Franco Lotito

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Manca ormai poco all’apertura delle urne del referendum. E’ bene avere le idee chiare su quello che vi metteremo dentro insieme alla scheda.

Alla fine Giorgia Meloni ha preso posizione sul voto referendario. Sul SI alla riforma Nordio non ci sono più soltanto le sue impronte. Ora c’è anche la sua faccia. Questo segna un vero cambio di fase politica nel senso che adesso il campo del SI diventa a tutti gli effetti, il campo politico della Destra al potere. E che Destra! Questo passaggio di fase non può sfuggire alle componenti dello schieramento progressista e di sinistra che hanno dichiarato il loro sostegno alla riforma. Il loro punto di vista e le argomentazioni di “merito” che mettono alla base della loro scelta sono del tutto rispettabili, ma adesso hanno un serio problema da affrontare. Adesso, nel “merito” c’è anche Giorgia Meloni. Ed è inevitabile che ogni “SI” dato alla riforma – quale ne sia la provenienza – diventa un SI anche alla Meloni. Un bel problema. “Testo” (della riforma) e “Contesto”(politico): adesso tutto su tiene.

E’ ormai chiaro a tutti che l’obiettivo sostanziale della riforma Nordio non è quello di separare le carriere di Giudici e Procuratori (è stato già fatto con la riforma Cartabia). E’ quello – molto più pericoloso – di modificare in profondità i rapporti di potere fra la sfera del potere politico e la sfera della autonomia e dell’indipendenza della Magistratura. Se – sciaguratamente – vincesse il SI, non accadrebbe il giorno dopo il voto, ma sono già pronti nei cassetti del Ministro della Giustizia i Decreti Delegati per dare corpo a questo disegno. Parola di Nordio.

Ciò vuol dire una cosa molto semplice. Questa riforma non serve agli italiani, che dovranno continuare a combattere con una macchina della Giustizia lenta, inefficiente e farraginosa. Serve, invece – eccome! – alla casta di governo; che può essere di “destra” o di “sinistra”, come chiarisce lo stesso Nordio, ma sempre casta è. Una casta che chiede alla Magistratura più “collaborazione”, ma soprattutto meno controlli sull’azione di governo.

La realizzazione del disegno dovrebbe avvenire in tre mosse: innanzitutto facendo a pezzi il CSM, cioè infrangendo il carattere unitario della cultura giuridica che obbliga il magistrato a ricercare la verità, prima ancora delle prove per l’accusa. La seconda mossa è la sostituzione del metodo elettivo per la scelta dei componenti del CSM con il sorteggio. La motivazione alla base di questa scelta è che così verrà eliminata l’influenza delle “correnti”. Non è vero! l’”Associazione Nazionale Magistrati” continuerà a rappresentare la quasi totalità delle toghe (il 96%) ed al suo interno continueranno a vivere ed operare le sue 5 correnti. Insomma il 96% dei sorteggiati farà comunque parte di una delle 5 correnti. E allora?

La terza mossa è la più devastante. E’ quella che prevede una pesante manomissione della Carta costituzionale. Sono in balle ben sette articoli! Ebbene è lì il cuore del disegno politico della destra, perché è lì, in quei sette articoli che è custodito uno degli architravi portanti dell’ordinamento del nostro sistema democratico: la separazione dei Poteri.

Non sono un costituzionalista, ma sono un cittadino di questa Repubblica che ha le sue radici profonde nella Resistenza e so che quando viene manomessa la separazione dei poteri e il potere si concentra in poche mani, genera il fascismo. O qualche suo fac-simile.

E’ in atto da tempo un processo a scala planetaria che sospinge i sistemi di governo nella direzione di soluzioni autocratiche. Questo processo ha ricevuto nuovo impulso da quando il governo degli Stati Uniti è caduto nelle mani di Donald Trump. In Europa – nel cuore dell’UE – lo stanno già attivamente praticando l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca. Nel nostro Paese, come sappiamo, riceve le aperte simpatie di FdI e della Lega. In questo filone culturale e politico – per il quale è necessaria la concentrazione più ampia possibile nelle mani dell’Esecutivo -si collocano la riforma del Premierato e la riforma Nordio. Ecco dunque la filigrana vera del “riformismo della destra: l’autoritarismo di governo. Per queste ragioni chi colloca grandi figure del socialismo come Giuliano Vassalli e magari Giacomo Matteotti nel sfera di questa riforma, recita una bestemmia.

Nella Costituzione sono racchiusi insieme, lo spirito della lotta antifascista ed i valori di democrazia e di progresso che hanno fatto grande il nostro Paese. In questo momento è preciso dovere di tutti i democratici e progressisti – a partire da quelli che frequentano il campo delle forze di opposizione – difenderla dall’aggressione messa in atto da questo governo di destra. E c’è un solo modo per farlo: votare NO! alla riforma di Umberto Nordio.

Franco Lotito, Vicepresidente del “Comitato socialista per il NO – per il Referendum 2026”

Perché io credo che si debba votare NO al referendum. di Francesco Somaini

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Si dice che si vota per la separazione delle carriere e per la terzietà del giudice nel processo accusatorio. Ora questi sono temi di una giusta battaglia socialista e liberale, fondamentalmente condivisibili. Ma a parte il fatto che la separazione di fatto già c’è, si poteva eventualmente migliorarla con leggi ordinarie.

Il vero punto di questa riforma, per cui si è invece voluto intervenire sulla Costituzione (per giunta imponendo di forza un testo scritto dal governo senza alcuna possibilità di intervento del Parlamento, obbligato a dire solo “signorsì”) è a mio parere un altro. Ed è che c’è un evidente tentativo di condizionare e limitare l’autonomia della magistratura per addomesticarla al potere politico.

Come? A parte la faccenda della creazione di tre organismi distinti in luogo di un unico CSM e a parte la discutibile introduzione del sorteggio in sostituzione dell’elezione democratica delle rappresentanze dei magistrati (con l’aggiunta di un sorteggio “drogato” per i membri non togati di nomina parlamentare), ci sono poi alcuni escamotages molto tecnici, che sono il vero cuore del disegno manipolativo.

Il primo è l’affermazione dell’autodichia dell’Alta Corte, con la non ricorribilità in Cassazione in caso di decisioni ritenute ingiuste. In pratica se l’Alta Corte prende un provvedimento contro un magistrato e questi lo ritiene ingiusto, quello può presentare appello, ma l’appello viene discusso non già in Cassazione (come ci si potrebbe aspettare), ma sempre presso l’Alta Corte (ohibò).

Ma non è tutto. C’è anche l’abrogazione del quorum dei 3/5 del Parlamento nella determinazione dei nominativi dei sorteggiabili tra i membri non togati dei nuovi organismi. Attualmente per essere un membro “laico”, cioè “politico”, del CSM devi essere eletto da almeno i 3/5 dei parlamentari, il che costringe la maggioranza a trattare con l’opposizione e tendenzialmente impedisce che vengano fatte nomine troppo di parte. Ora invece il quorum non ci sarà più per scegliere i nomi da sorteggiare, per cui la maggioranza potrà designare chi vorrà, senza dover negoziare con nessuno.

Ci sono poi i membri laici nominati dal Presidente della Repubblica (3 su 15 nell’Alta Corte). In teoria la nomina presidenziale dovrebbe assicurare che questi siano figure di garanzia. Ma che succede se invece di un presidente super partes e di garanzia, il Parlamento ne dovesse eleggere uno (o una) molto di parte (magari grazie a una legge elettorale, come quella cui stanno pensando, drogata da un improprio premio di maggioranza)? In quel caso anche questi membri dei tre nuovi organismi potrebbero essere molto schierati e assai poco imparziali.

Infine c’è quello che è forse il trabocchetto più sofisticato del nuovo congegno, ed è quello della composizione dell’Alta Corte. Si è infatti pensato a una formula decisamente penalizzante verso i PM (i quali avranno solo 3 membri su un totale di 15). In questo modo succederà che un pubblico ministero “scomodo” che venisse sottoposto a provvedimento disciplinare e che volesse fare appello contro una decisione ritenuta ingiusta, nel giudizio di secondo grado (da effettuarsi sempre presso l’Alta Corte per effetto dell’autodichia di cui si diceva) si ritroverebbe ad essere fatalmente giudicato – essendo da escludersi che possano occuparsene dei giudici della carriera giudicante (altrimenti non ci sarebbe più la separazione) – da un collegio composto per 2/3 da membri “politici”, i quali potrebbero essere facilmente portati (per le modalità con cui sono stati “sorteggiati” o nominati dal presidente) a volergli mettere la museruola.

Insomma, la riforma contiene in realtà tanti piccoli trabocchetti, per cui la tanto conclamata autonomia e indipendenza della magistratura potrebbe essere messa decisamente in forse. Che poi è quello che da maggioranza e governo viene di continuo lasciato capire.

Si menziona spesso il grande Giuliano Vassalli come un punto di riferimento ideale di questa riforma. Ma io non credo che lui avrebbe avallato questa operazione, che a mio parere rischia di minare il principio cardine di ogni democrazia liberale, che è quello della separazione e dell’equilibrio dei poteri.

Che questi puntino a una democrazia plebiscitaria, con un esecutivo senza controlli mi pare del resto fin troppo evidente. Non lo vede solo chi non lo vuol vedere.

Io non condivido questa deriva e per questo voterò NO.

Francesco Somaini, Storico e Docente universitario presso l’Università del Salento

Giuliano Vassalli: una bandiera sbagliata. di Fabio Cannizzaro

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Il nome di Giuliano Vassalli ritorna, in queste settimane, con una frequenza che forse non avrebbe gradito.

Lo evocano in tanti, e non pochi sono ex socialisti, per dare sostanza e, diciamolo, una patina di nobiltà alla scelta di votare Sì nel prossimo referendum costituzionale. “Vassalli avrebbe votato così”, si sente dire.

Ed è proprio qui che il discorso si fa spinoso, anzi, profondamente sbagliato. Perché c’è un uso pubblico della memoria che rasenta l’appropriazione indebita e quando questa memoria è quella socialista e garantista, la questione diventa più che teorica: diventa una responsabilità.

Lasciamo da parte per un attimo il merito della riforma – quello è un altro discorso – e fermiamoci sul gesto in sé: prendere un uomo come Giuliano Vassalli, un giurista di tale spessore, un partigiano, un ministro socialista, uno dei padri della nostra Costituzione materiale e trasformarlo in uno slogan, in un argomento referendario. Non è solo una semplificazione: è una prepotenza consumata contro il suo pensiero, che era tutto tranne che semplice. Lui, che nella sua vita ha sempre cercato il punto di equilibrio delicatissimo tra garanzia dei diritti ed efficienza della giustizia, che ha riflettuto su ogni virgola del codice penale per proteggere i deboli dal potere dello Stato, viene ora usato come timbro per legittimare una scelta politica contingente. C’è qualcosa di stridente in questa operazione, qualcosa che non torna.

Eticamente, prima di tutto. Vassalli era l’uomo del rigore, della scienza giuridica, della complessità che non si presta a facili tifoserie.

Ridurlo a una frase da comizio significa svuotare il suo magistero, banalizzarne la statura. Ma c’è di più: sarebbe lui, l’architetto di garanzie processuali, il paladino della presunzione di innocenza, a essere arruolato per sostenere una riforma che alcuni temono possa, nei fatti, indebolire proprio quelle garanzie?

La contraddizione è talmente lampante da sembrare quasi un brutto scherzo. E poi, l’autonomia della coscienza. Vassalli ha sempre difeso il diritto – e il dovere – di giudicare con la propria testa, liberi dalle pressioni dei partiti.

Usare la sua immagine per creare un obbligo morale, un “dovere di voto” in una direzione, è l’esatto contrario di ciò che ha sempre predicato.

Politicamente, poi, il gesto è miope. Vassalli è, o dovrebbe essere, un simbolo di unità costituzionale. È una figura che parla alla Resistenza, alla Costituente, alla stagione delle grandi riforme tecniche.

È un ponte. Rivendicarlo come “proprio” da una sola parte, inchiodandolo al Sì, significa spezzare quel ponte. Significa trasformare un patrimonio condiviso in un trofeo di fazione.

E con quale rischio? Che se quella riforma, legittimata dal suo nome, dovesse poi rivelarsi problematica, sarebbe la sua stessa reputazione a uscirne danneggiata. Lo si trascinerebbe in polemiche che la sua serietà avrebbe certamente rifiutato.

E qui viene il punto dolente, quello che riguarda da vicino chi si richiama, oggi, alla tradizione socialista. Perché per i socialisti – o per chi ne custodisce l’eredità – il divieto di strumentalizzazione dovrebbe essere ancora più categorico.

Primo, per una questione di appartenenza. Vassalli non è un padre nobile generico: è stato un socialista, anzi, uno dei massimi interpreti del socialismo giuridico italiano. Le sue riforme – l’abolizione dell’ergastolo per i minori, il nuovo codice penale – sono il cuore pulsante di un’idea di Stato: giusto, moderno, attento ai deboli. Usare quell’eredità per una campagna di parte significa tradirne lo spirito profondo, che era rivolto al bene comune, non alla vittoria di una battaglia politica.

Secondo, la storia del socialismo italiano è fatta di una tensione costante: tra slancio verso la giustizia sociale e rispetto rigoroso delle istituzioni democratiche. Vassalli era l’incarnazione di quell’equilibrio. I socialisti hanno il dovere, oggi più che mai, di proteggere quella lezione da qualsiasi deriva populista o maggioritaria che possa erodere le garanzie. Sono proprio i deboli, ricordiamocelo, la preoccupazione che percorre tutta l’opera di Vassalli.

Terzo, c’è un rischio di autocannibalismo culturale. Cosa farebbero i socialisti, usando il loro massimo garante giuridico per sostenere una riforma che, agli occhi di molti, rischia di alterare gli equilibri costituzionali a danno delle garanzie? Sarebbe come usare la firma del proprio architetto più fidato per approvare la demolizione della casa che lui stesso ha costruito con tanta cura. Un paradosso tragico, un tradimento dell’identità più autentica.

Allora, forse, sarebbe il caso di smetterla. Di lasciare Giuliano Vassalli alla Storia della Repubblica e alla Scienza giuridica, dove merita di stare.

Onorarlo non significa sventolare il suo nome come una bandiera. Onorarlo significa fare quello che ha sempre fatto lui: studiare con rigore, analizzare i testi comma per comma, discutere con spirito critico, difendere le garanzie di tutti, specialmente dei più indifesi.

Significa, in una parola, prendere sul serio il suo insegnamento, invece di usare la sua ombra per cercare di chiudere un dibattito che, proprio in suo nome, dovrebbe rimanere il più aperto e rigoroso possibile.

Fabio Cannizzaro

Diciamo NO anche per evitare che tutti i membri laici del CSM vengano decisi dal governo. di Lorenzo Cantone

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Se vincerà il sì, questa maggioranza melonian-berluscon-salviniana potrà nominare da sola tutti i membri laici dei due futuri Consigli superiori della magistratura e dell’Alta Corte disciplinare.

Si intenderà infatti superata e da modificarsi la legge 195/1958 (vecchia di quasi settant’anni), che, per garantire le opposizioni, prevedeva l’elezione di detti membri da parte del Parlamento in seduta comune e a maggioranza qualificata (tre quinti, prima dell’assemblea e poi dei votanti). Un’ampia condivisione politica stabilita come obbligatoria, in quanto correlata a quella che – ai sensi dell’articolo 104 pre-riforma della Costituzione – era una vera e propria elezione dei singoli membri laici.

Ma l’elezione in questione viene sostituita dalla riforma del governo (il cui rispetto per magistratura e minoranze stiamo purtroppo da tempo sperimentando) con una estrazione a sorte da un “elenco” che – come recita il nuovo articolo 104 – “il parlamento in seduta comune … compila mediante elezione”.

Questa estrazione – ai sensi della norma costituzionale riformata – avverrà dunque sulla base di un elenco compilato “nel numero e secondo le procedure previsti dalla legge”: da una nuova legge ordinaria. Cosa impedirà al Parlamento, che voterà la nuova legge a maggioranza semplice, di asserire che non vi è più alcun motivo per redigere l’elenco sulla base di un’ampia condivisione politica, visto che i membri laici – così come quelli togati – non sono più scelti sulla base di criteri correntizi o partitici bensì a sorte in ossequio dei soli requisiti di legge (professori di diritto o avvocati con oltre 15 anni di professione)?

Dovremmo forse fidarci e confidare nella generosità e nel rispetto delle minoranze da parte della attuale maggioranza? Ci siamo già dimenticati che gli attuali governanti sono gli stessi che hanno interrotto la prassi parlamentare, secondo la quale la presidenza di una Camera spettava alla maggioranza e l’altra all’opposizione, eleggendo nel 2022 entrambi i presidenti all’interno della stessa coalizione: La Russa (FdI) al Senato e Fontana (Lega) alla Camera?

Lo hanno potuto fare perché non esisteva alcuna norma costituzionale che prevedesse che una Camera fosse presieduta dalla opposizione. E del resto, se i cittadini dovessero limitarsi a confidare nella generosità o nella correttezza di chi è al potere, le Costituzioni potrebbero anche essere abolite in quanto non servirebbero più a nulla.

La verità è che, se vincerà il sì, nulla impedirà all’attuale maggioranza di approvare una legge ordinaria che, nello stabilire la procedura volta a compilare l’elenco da cui sorteggiare i membri laici, le consenta di indicare da sola, a maggioranza semplice, tutti i nominativi di detto elenco, così scegliendo di fatto tutti i componenti laici dei due futuri Consigli superiori della magistratura e dell’Alta Corte disciplinare. Nulla impedirà questa deriva, perché la maggioranza potrà invocare l’articolo 64 della Costituzione, in base al quale “le Camere deliberano a maggioranza dei presenti, salvo che la stessa Costituzione preveda maggioranze diverse”. E sul Csm – per l’appunto – superata la legge del ’58, la Costituzione nulla dice.

In questa maniera – come è stato giustamente osservato – da una parte avremo magistrati tirati a sorte, e dall’altra una pattuglia serrata, che rappresenta un preciso orientamento politico di parte e quindi potrà condizionare e/o determinare le scelte dell’organo di autogoverno della magistratura, di fatto finalmente controllandola. 

Avv. Lorenzo Cantone

Un mese di impegno straordinario per fare vincere il NO al Referendum. di Gioacchino Assogna

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Voglio sviluppare alcune considerazioni riguardo al Referendum sulla cosiddetta separazione delle Carriere dei Magistrati, approvata unilateralmente dal centrodestra.

Infatti la separazione e’ avvenuta con la legge del 2022 del governo Draghi che prevede la possibilità una volta  solo il cambio di funzione   in tutta la carriera con lo spostamento ad un’altra Regione.

Vi ricorrono solo una ventina di Magistrati ogni anno e stupisce che si possa fare un Referendum Costituzionale per una ventina di persone.

Grazie alla raccolta delle oltre 500.000 firme sono stati inseriti nel quesito Referendario i 7 articoli interessati dalle modifiche tra cui la rimozione della partecipazione del Capo dello Stato ai nuovi CSM.

C’e’ da rilevare la incredibile modalità di prevedere il sorteggio dei Magistrati  per la composizione dei nuovi CSM e dell’Alta Corte Disciplinare, cioè per organismi di autogoverno in nessun paese democratico adottato, mentre per i rappresentanti della politica vengono scelti da loro in un elenco (grande o piccolo da decidere).

Inoltre e’ emerso in questi giorni che il compenso per ogni Componente dell’organismo Disciplinare sarà di ben 311.500 Euro l’anno per un impegno stimato di 2 giorni al mese?

Proprio oggi mi e’ capitato di leggere l’ultima chicca riguardo il Ministro Nordio, che il 4/4/1994, insieme ad altri Magistrati del Tribunale di Venezia scrisse alla Associazione Nazionale Magistrati per dire che erano contrari alla separazione delle carriere? Ovviamente ha cercato di tenerlo nascosto per evitare la diffusa derisione per questa palese contraddizione.

E’ importante che gli ultimi sondaggi danno il NO verso un promettente recupero indicato in un possibile 51,5% in caso di una affluenza alle urne del 46%.

Manca circa un mese alla scadenza elettorale del Referendum e ci vuole la continuità di un impegno mirato per fare andare a votare i cittadini nella consapevolezza dell’importanza di votare NO e difendere la nostra Costituzione a tutela dei sacrosanti diritti dei cittadini e della indipendenza reale della Magistratura.

Votiamo NO con convinzione e impegno.

Gioacchino Assogna Coordinatire Socialista del Municipio X di Roma

Perché bisogna votare NO. di Rino Giuliani

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Il carattere essenziale dello Stato di diritto costituzionale è sempre stato delineato sul piano ideale attraverso rapporti non equivoci fra libertà e esercizio del potere. Con riflessi nella organizzazione delle giurisdizione.

La separazione dei poteri è un capisaldo del pensiero costituzionale liberale. Nella difesa dell’indipendenza della intera magistratura e del CSM si sarebbe potuta fare una separazione delle funzioni, senza ricorrere ad una revisione costituzionale, con una legge ordinaria condivisa e con un esercizio alterno delle funzioni requirenti e giudicanti.

Invece quello che con il referendum confirmatorio ci troviamo davanti sono due CSM separati, autoreferenziali, indeboliti perché privati della competenza disciplinare affidata ad una Alta Corte i cui verdetti non sono ricorribili in Cassazione.

L’uso del sorteggio nella scelta dei componenti togati delinea una composizione su criteri diseguali che da il senso delle intenzioni di condizionamento degli organismi che si vuole cambiare intervenendo sulla Costituzione .

Votare NO ad una legge che è un intervento sulle carriere e non certo una riforma della giustizia ( questa sì che sarebbe stata di interesse per i cittadini) è anche un atto responsabile di chi, cittadino, intende tutelarsi da una possibile, non auspicabile magistratura condizionata dal potere politico e da interventi dei governi.

Rino Giuliani (Vicepresidente dell’Istituto Fernando Santi)

Perché votare No al referendum sulla riforma della giustizia del 22-23 marzo. di Riccardo Achilli

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La riforma Nordio, al di là di cosa se ne pensi nel merito, è stata concepita in un clima di odio e contrasto nei confronti della magistratura da parte degli eredi politici di Berlusconi e dei suoi guai giudiziari. La relazione del Presidente della Cassazione all’apertura dell’anno giudiziario, che non è un invito a votare no, sottolinea il pericolo di questo clima, che rischia di sfasciare gli equilibri istituzionali in una insensata guerra fra poteri dello Stato.

Dice infatti i Pg della Cassazione: “Il volto di una giurisdizione sfregiata nell’immagine e privata del rispetto collettivo per il valore essenziale della sua funzione non giova a nessuno: non ai cittadini, che alla giurisdizione devono potersi integralmente affidare (…), non all’Avvocatura, che ha contribuito a preservare, proprio nella dialogia con la Magistratura, i pilastri delle garanzie dello Stato di diritto; non alle Istituzioni rappresentative, che necessariamente devono fondare forza e legittimazione di tale rappresentatività sull’irrinunciabile rispetto del principio di separazione dei poteri, dunque anche dell’indipendenza ed autonomia della Magistratura. L’obiettivo è che cessi ogni lacerazione istituzionale, solo demolitiva, solo deleteria”. Nessun riferimento, come si può leggere, alla riforma Nordio, ma un richiamo al reciproco rispetto dei diversi poteri dello Stato, messo in pericolo da dialettiche e comportamenti politici, da parte dell’attuale maggioranza, volti a minare la fiducia dei cittadini nella magistratura, e quindi la sua autonomia.

A riprova di tale clima punitivo, vi è la proposta di Tajani, ovviamente a valle di una eventuale vittoria del Sì, di togliere alla magistratura il controllo della polizia giudiziaria, di fatto facendo in modo che le indagini preliminari non siano più guidate da un magistrato indipendente, ma da un organo, la P.G., dipendente dal Governo.

Per questo occorre votare no: perché nessuna riforma equilibrata può nascere da questo clima. Che e’ un clima di vendetta.

Peraltro, anche andando nel merito della riforma, si evidenziano aspetti critici, o quantomeno poco chiari.

Un Csm dedicato esclusivamente ai Pubblici Ministeri rischia di creare una setta di accusatori autonoma rispetto al resto del corpo della magistratura, quindi più forte ed indipendente.

Il ricorso ampio ai sorteggi per la selezione dei membri dei due Csm e dell’Alta Corte disciplinare non dà garanzie circa la competenza e la capacità dei soggetti preposti ad un compito così delicato.

La separazione in organi diversi delle competenze su nomine, trasferimenti ed avanzamenti di carriera e di quelle disciplinari appare artificiosa ed inefficiente, considerato che il profilo disciplinare di un giudice deve per forza interagire sincronicamente con la sua carriera.

Il numero di componenti laici, di fatto influenzabili dalla politica perché eletti dl Parlamento, aumenta considerevolmente rispetto al terzo dei componenti dell’attuale Csm come da articolo 104 della Costituzione. Avremo una pletora di soggetti nominati dalla politica, fra i due Csm e l’Alta Corte.

Infine, rispetto all’Alta Corte che dovrà occuparsi dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, le preoccupazioni maggiori riguardano i collegi giudicanti costituiti all’interno dell’Alta corte per valutare i singoli casi. Questi collegi verranno formati in modalità ancora da definire: per ora la legge dice solo che in essi i magistrati “saranno rappresentati” – ma non dice in che numero e in che proporzione. Una maggioranza politica potrebbe, per esempio, fare una legge secondo cui sono i suoi rappresentanti a giudicare, in maggioranza, il magistrato. Il rischio di pressioni, interferenze e intimidazioni, quindi, esiste. Per i giudizi dell’Alta Corte, inoltre, non è previsto il ricorso in Cassazione, ma solo il ricorso in appello davanti a un altro collegio dell’Alta Corte stessa.

Per tutte queste ragioni, di clima politico e di merito, occorre votare No al referendum.

Riccardo Achilli

Su cosa voteremo il 22 e 23 marzo? di Sergio Bagnasco

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Sulla separazione delle carriere? NO!

Persino la risposta “anche” è sbagliata perché approvando questa riforma non sapremmo in cosa consisterebbe la distinzione delle carriere.

In ogni caso, il PM ha già di base una carriera separata da quella del giudice perché se inizia come procuratore e non cambia mai funzione la sua carriera sarà quella del Procuratore.

Per abolire il passaggio di funzioni – cosa che avviene molto raramente – basta una modifica della legge ordinaria.

Voteremo sulla giustizia?

NO! Perché la riforma non riguarda il processo con i suoi inaccettabili tempi e costi per accedere al servizio giustizia.

Noi voteremo su una riforma che riguarda sostanzialmente il Consiglio Superiore della Magistratura e prevede:

– l’obbligo per il legislatore di disciplinare le distinte carriere dei magistrati giudicanti e requirenti;

– lo sdoppiamento del CSM in due organismi; uno dedicato alla valutazione professionale del giudice e uno alla valutazione professionale dei procuratori;

– il trasferimento della funzione disciplinare dal CSM al nuovo organismo che si chiamerà Alta Corte disciplinare in cui i magistrati giudicanti o requirenti saranno semplicemente “rappresentati”;

– la titolarità della funzione disciplinare esclusivamente in capo al Ministro della giustizia;

– il sorteggio dei componenti togati indistintamente tra tutti i magistrati;

– il sorteggio dei componenti laici tra un gruppo di eletti dal Parlamento e quindi con certezza graditi alla maggioranza parlamentare;

– l’eliminazione dell’organismo di rilievo costituzionale che oggi è custode delle prerogative costituzionali della magistratura.

A fronte di tutto ciò è desolante il tentativo di far passare il messaggio che questa sia una riforma per introdurre la separazione delle carriere.

Non è così!

La separazione delle carriere di fatto c’è già, come illustrato, e può essere ulteriormente disciplinata con legge ordinaria; perché allora si vuole modificare la Costituzione?

La risposta è “perché così si rafforza la scelta politica”.

Questa risposta è priva di fondamento logico perché la riforma si limita a dire al legislatore di disciplinare la distinzione delle carriere.

La riforma non specifica nemmeno che è vietato passare dalla funzione giudicante a quella requirente quindi il legislatore potrebbe lasciare l’attuale possibilità per esempio rendendo più difficile il passaggio.

Qualsiasi cosa sarà dal legislatore deciso per disciplinare le distinte carriere sarà precisato in una legge ordinaria modificabile come ogni legge ordinaria. Dove sta il rafforzamento se in Costituzione non c’è alcuna prescrizione tassativa?

In ogni caso, la distinzione delle carriere potrà prevedere esattamente quel che già adesso potrebbe essere previsto perché la nuova legge ordinaria dovrà rispettare gli attuali principi costituzionali riconfermati:

– il PM è un magistrato;

– il PM ha le stesse garanzie costituzionali del Giudice, inamovibilità compresa;

– Giudice e PM continueranno a essere titolari della funzione giurisdizionale: uno giudica i fatti che l’altro ha accertato.

Ne consegue che quando ci dicono che l’Italia è l’unico paese occidentale in cui non c’è la separazione delle carriere omettono di spiegarci a chi ci avvicineremmo: non agli USA dove il PM non è un magistrato; non a Spagna, Germania o Francia dove il PM non ha le stesse garanzie costituzionali del Giudice e/o è subordinato al Ministro di Giustizia o al Procuratore Generale che è di nomina politica.

Quindi? Perché tanta esaltazione per la separazione delle carriere se in realtà continueremmo a essere l’Italia senza alcuna caratteristica di separazione delle carriere in comune con i Paesi che vengono evocati?

Questa riforma in realtà ha lo scopo di #demolire_il_CSM per introdurre strumenti di controllo e intimidazione della magistratura la cui autonomia e indipendenza sarà compromessa già per il fatto oggettivo che la Magistratura non avrà più un organismo che potrà agire a tutela delle sue prerogative solo formalmente riconfermate.

Il CSM viene letteralmente demolito per dare vita a tre distinti organismi di rilievo costituzionale ciascuno autonomo e indipendente dagli altri e quindi nei fatti avremmo due magistrature e un Tribunale Speciale.

Quali siano i vantaggi che deriverebbero ai cittadini da questa riforma non è dato saperlo mentre non certezza sappiamo che tante cose dovrebbero far storcere il naso.

La valutazione professionale dei magistrati sarà molto più blanda perché ogni magistrato sarà valutato da un CSM composto in maggioranza da propri pari; immaginate una commissione per l’esame di maturità composta in maggioranza da studenti colleghi dell’esaminato; come giudichereste una simile commissione?

Il sorteggio consente di collocare nei CSM e nell’Alta Corte persone con un forte mandato politico mentre i magistrati sarebbero indifferenziati ma ciò non esclude che i sorteggiati non facciano le stesse cose che si imputano agli eletti e il sorteggio non esclude nemmeno che siano sorteggiati magistrati iscritti a una corrente o che una corrente risulti casualmente premiata dal sorteggio.

Lo spacchettamento del CSM priverà la magistratura di un organismo che possa agire in tutela delle prerogative costituzionali della magistratura formalmente riconfermate ma di fatto depotenziate perché private di ogni presidio posto a tutela.

L’Alta Corte, in base al testo costituzionale, sarà azionabile esclusivamente dal Ministro della Giustizia e in questo tribunale i magistrati giudicanti o requirenti saranno solo rappresentati; quindi il collegio potrebbe essere composto in maggioranza da giudici di nomina politica.

Questa riforma introduce in Costituzione molte contraddizioni e rilascia cambiali in bianco alla maggioranza parlamentare di turno perché ciò che questa riforma prevede sarà regolato da future leggi ordinarie.

Questa riforma introduce nella magistratura elementi di strutturale conflittualità perché il CSM giudicante potrebbe assumere su questioni che attengono alla magistratura posizioni divergenti rispetto al CSM requirente.

Inizierebbe una nuova stagione di incerta transizione e conflittualità.

La Costituzione si può modificare ma non per creare incertezze, conflitti e compromettere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura che dovrebbero essere corredate da efficienza.

Ogni intervento legislativo dovrebbe mirare a rendere più efficiente la magistratura autonoma e indipendente.

#IOVOTONO e tu?

Sergio Bagnasco

Quattro motivi per votare NO al Referendum contro chi vi sta prendendo in giro. di Lorenzo Zanellato

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Il No non nasce dalla difesa dell’attuale sistema così com’è, ma dal timore che questa riforma, invece di correggere i difetti della giustizia, finisca per indebolire uno dei pochi poteri che ancora possono controllare chi governa.

Il primo motivo riguarda il sorteggio; il sorteggio viene presentato come la cura miracolosa contro il correntismo, ma in realtà crea un problema più grande di quello che vorrebbe risolvere.

Un organo di autogoverno non è una giuria popolare, ma un’istituzione che decide carriere, incarichi, valutazioni e disciplina; se i magistrati vengono sorteggiati senza un mandato e senza una rappresentanza riconoscibile, mentre la componente laica continua a essere selezionata dal Parlamento, il risultato è un CSM più debole e più sbilanciato; chi arriva per scelta politica ha inevitabilmente più peso di chi arriva per caso, e questo non riduce l’influenza della politica, la rafforza.

Il secondo motivo è la separazione delle carriere; è vero che giudici e pubblici ministeri fanno mestieri diversi, ma tenerli nello stesso ordine serve a garantire che entrambi restino lontani dal potere politico; in tutti i Paesi dove le carriere sono separate, prima o poi il pubblico ministero risponde all’esecutivo;pensare che qui non accadrà significa ignorare il contesto e la storia perché La separazione non è neutra: è il primo passo verso un sistema in cui le procure diventano più controllabili, anche senza ordini diretti.

Il terzo motivo riguarda il potere disciplinare; togliere la disciplina al CSM e affidarla a un’Alta Corte separata significa spostare il cuore delle garanzie fuori dall’organo che i Costituenti avevano pensato come scudo dell’indipendenza; la disciplina è la leva più delicata che esista, perché non serve usarla spesso per farla pesare: basta sapere che può essere usata.;un magistrato che indaga su poteri forti diventa più esposto, più prudente, più solo.

Il quarto motivo è forse il più semplice; questa riforma non risolve nessuno dei problemi concreti che vengono agitati per convincere gli elettori;non rende le sentenze più severe, non evita scarcerazioni, non accelera i processi, non elimina errori giudiziari; cambia però l’equilibrio tra giustizia e politica e quando una riforma costituzionale non migliora la vita dei cittadini ma rende più difficile indagare il potere, il dubbio non è ideologico, è di buon senso.

Lorenzo Zanellato