Mese: marzo 2026
Il valore politico di un NO che difende la democrazia. di Alberto Angeli

Giustizia è fatta. La vittoria del NO nel referendum sulla giustizia non è soltanto la bocciatura di una riforma: è un passaggio politico di grande rilievo, un segnale chiaro che una parte larga e consapevole del Paese ha voluto lanciare a difesa della Costituzione e dell’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Non era un voto tecnico, né marginale. In gioco c’era un’idea precisa di ordinamento istituzionale: modificare in profondità alcuni pilastri della nostra architettura democratica, intervenendo sulla magistratura e inserendo questo intervento in un disegno più ampio, che comprende anche il rafforzamento del potere esecutivo attraverso il premierato. Un percorso che, nella sua coerenza complessiva, tendeva a concentrare il potere politico, riducendo gli spazi di autonomia e di controllo.
Il risultato referendario dimostra che questo disegno non ha convinto. E non ha convinto perché molti cittadini hanno colto il rischio di uno squilibrio, di una torsione del sistema verso forme di controllo politico su ambiti che, in una democrazia matura, devono restare indipendenti.
La sconfitta è, inevitabilmente, anche politica. Riguarda il governo e, in primo luogo, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che su questa riforma aveva investito capitale politico e credibilità. Non si tratta di invocare automatismi istituzionali che non esistono, ma di prendere atto di un fatto: quando una proposta così rilevante viene respinta dal corpo elettorale, il segnale non può essere ignorato.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione. Il voto italiano si inserisce in un contesto internazionale in cui crescono modelli politici orientati alla concentrazione del potere e alla riduzione dei contrappesi democratici. I riferimenti, espliciti o impliciti, a leader come Donald Trump o Viktor Orbán non sono semplici suggestioni polemiche: indicano una tendenza reale, una cultura politica che considera i limiti al potere come ostacoli, più che come garanzie.
In questo quadro, il NO degli italiani assume un valore che va oltre i confini nazionali. È un’affermazione di principio: la democrazia non si semplifica comprimendo i controlli, ma si rafforza garantendo equilibrio, pluralismo e indipendenza delle istituzioni.
Naturalmente, una vittoria referendaria non risolve i problemi del Paese. L’Italia resta attraversata da crisi profonde: le tensioni internazionali, la necessità di garantire sicurezza energetica e sviluppo industriale, le fragilità del sistema sanitario e dell’istruzione, l’aumento delle diseguaglianze sociali. Tutti nodi che richiedono una visione politica all’altezza della complessità del presente.
È qui che si apre la vera partita. Le forze di opposizione — dalla sinistra alle componenti riformiste e liberaldemocratiche — hanno oggi l’occasione, e la responsabilità, di trasformare questo risultato in una proposta politica credibile. Non basta celebrare la sconfitta del governo: serve costruire un’alternativa.
Un’alternativa che sappia tenere insieme giustizia sociale e libertà, sviluppo economico e sostenibilità, ruolo internazionale e autonomia politica. Un progetto fondato su pochi punti chiari, capaci di parlare alla maggioranza del Paese e di riattivare una partecipazione democratica che negli ultimi anni si è progressivamente indebolita.
Il referendum ha dimostrato che questa partecipazione è ancora possibile. Che esiste un elettorato attento, capace di mobilitarsi quando percepisce in gioco principi fondamentali. Per questo, il valore del NO non sta solo in ciò che ha fermato, ma in ciò che può aprire. È un’occasione politica che non può essere sprecata.
Ora si tratta di darle seguito. Con serietà, con chiarezza, con responsabilità.
Alberto Angeli
Referendum e democrazia: il significato politico della vittoria del NO. di Luca Parodi

L’esito del recente referendum costituzionale, conclusosi con la netta affermazione del NO, si impone oggi come uno dei passaggi più rilevanti della vita democratica del nostro Paese negli ultimi anni. Al di là della contingenza politica, il dato che merita di essere posto in apertura di riflessione è quello relativo all’affluenza: ampia, diffusa, significativa in tutte le regioni della Repubblica. Un segnale inequivocabile di partecipazione e di rinnovata coscienza civica, che si pone in controtendenza rispetto al progressivo disincanto registrato nelle più recenti consultazioni politiche.
Questa mobilitazione popolare, lungi dall’essere interpretata come un semplice episodio, appare invece come il sintomo di un risveglio democratico. Il popolo italiano ha dimostrato di saper riconoscere la posta in gioco, riaffermando con forza il valore della propria Carta costituzionale, nata dalla lotta di Liberazione e fondamento imprescindibile della nostra convivenza civile ed alla separazione dei poteri. In questo senso, il voto referendario assume una duplice valenza: da un lato, la difesa vigile e consapevole dei principi costituzionali; dall’altro, una chiara espressione di giudizio politico sull’operato dell’attuale esecutivo.
Non si può infatti ignorare la portata politica del risultato. Il rigetto della proposta referendaria rappresenta, nei fatti, una sconfessione dell’indirizzo politico promosso dal governo di centro-destra. Un segnale che va ben oltre il merito del quesito e che si configura come una manifestazione di sfiducia nei confronti di una linea di governo percepita come distante dalle esigenze e dalla sensibilità del Paese reale. Si delinea così un quadro di evidente difficoltà per l’attuale maggioranza, la cui capacità di rappresentanza appare oggi profondamente incrinata.
In questo contesto, appare non solo legittimo ma necessario aprire una riflessione sulla prospettiva di nuove elezioni. La distanza emersa tra il governo e il corpo elettorale suggerisce l’urgenza di restituire la parola ai cittadini, affinché possano esprimersi in modo compiuto sull’indirizzo politico da imprimere al Paese. La democrazia, del resto, trova la sua piena legittimazione proprio nella possibilità di rinnovare il mandato quando esso appare logorato o privo di consenso sostanziale.
Per quanto riguarda noi del Risorgimento Socialista a Milano, questo risultato rappresenta anche il coronamento di un impegno intenso e appassionato. I due mesi di campagna referendaria hanno visto una mobilitazione generosa, capillare, costruita sul dialogo e sulla presenza nei territori. Un lavoro collettivo che ha contribuito, nel suo piccolo, a questo esito e che testimonia la vitalità di una proposta politica fondata su valori di giustizia sociale, partecipazione e difesa delle istituzioni democratiche.
In particolare, l’esperienza del Comitato Socialista per il NO a Milano rappresenta un patrimonio politico e umano che a mio avviso non può e non deve disperdersi. Al contrario, esso deve dal mio punto di vista costituire il punto di partenza di un percorso più ampio, capace di strutturarsi e di offrire una nuova prospettiva. Milano, in questo senso, può diventare un laboratorio politico di rilievo, anche in vista delle prossime elezioni comunali della primavera 2027, dove sarà fondamentale presentare un’alternativa credibile, radicata e innovativa.
Il voto referendario ha dunque aperto una fase nuova. Spetta ora alle forze politiche in gioco, e in particolare a quelle che si riconoscono nei valori della sinistra, saper interpretare questo segnale, trasformandolo in progetto, visione e proposta di rappresentanza. La partecipazione c’è stata, la coscienza civica si è espressa con chiarezza: ora è il tempo della responsabilità politica.
Luca Parodi
Risorgimento Socialista
Comitato Socialista per il NO (Milano)
Perché bisogna votare NO. di Franco Lotito

Manca ormai poco all’apertura delle urne del referendum. E’ bene avere le idee chiare su quello che vi metteremo dentro insieme alla scheda.
Alla fine Giorgia Meloni ha preso posizione sul voto referendario. Sul SI alla riforma Nordio non ci sono più soltanto le sue impronte. Ora c’è anche la sua faccia. Questo segna un vero cambio di fase politica nel senso che adesso il campo del SI diventa a tutti gli effetti, il campo politico della Destra al potere. E che Destra! Questo passaggio di fase non può sfuggire alle componenti dello schieramento progressista e di sinistra che hanno dichiarato il loro sostegno alla riforma. Il loro punto di vista e le argomentazioni di “merito” che mettono alla base della loro scelta sono del tutto rispettabili, ma adesso hanno un serio problema da affrontare. Adesso, nel “merito” c’è anche Giorgia Meloni. Ed è inevitabile che ogni “SI” dato alla riforma – quale ne sia la provenienza – diventa un SI anche alla Meloni. Un bel problema. “Testo” (della riforma) e “Contesto”(politico): adesso tutto su tiene.
E’ ormai chiaro a tutti che l’obiettivo sostanziale della riforma Nordio non è quello di separare le carriere di Giudici e Procuratori (è stato già fatto con la riforma Cartabia). E’ quello – molto più pericoloso – di modificare in profondità i rapporti di potere fra la sfera del potere politico e la sfera della autonomia e dell’indipendenza della Magistratura. Se – sciaguratamente – vincesse il SI, non accadrebbe il giorno dopo il voto, ma sono già pronti nei cassetti del Ministro della Giustizia i Decreti Delegati per dare corpo a questo disegno. Parola di Nordio.
Ciò vuol dire una cosa molto semplice. Questa riforma non serve agli italiani, che dovranno continuare a combattere con una macchina della Giustizia lenta, inefficiente e farraginosa. Serve, invece – eccome! – alla casta di governo; che può essere di “destra” o di “sinistra”, come chiarisce lo stesso Nordio, ma sempre casta è. Una casta che chiede alla Magistratura più “collaborazione”, ma soprattutto meno controlli sull’azione di governo.
La realizzazione del disegno dovrebbe avvenire in tre mosse: innanzitutto facendo a pezzi il CSM, cioè infrangendo il carattere unitario della cultura giuridica che obbliga il magistrato a ricercare la verità, prima ancora delle prove per l’accusa. La seconda mossa è la sostituzione del metodo elettivo per la scelta dei componenti del CSM con il sorteggio. La motivazione alla base di questa scelta è che così verrà eliminata l’influenza delle “correnti”. Non è vero! l’”Associazione Nazionale Magistrati” continuerà a rappresentare la quasi totalità delle toghe (il 96%) ed al suo interno continueranno a vivere ed operare le sue 5 correnti. Insomma il 96% dei sorteggiati farà comunque parte di una delle 5 correnti. E allora?
La terza mossa è la più devastante. E’ quella che prevede una pesante manomissione della Carta costituzionale. Sono in balle ben sette articoli! Ebbene è lì il cuore del disegno politico della destra, perché è lì, in quei sette articoli che è custodito uno degli architravi portanti dell’ordinamento del nostro sistema democratico: la separazione dei Poteri.
Non sono un costituzionalista, ma sono un cittadino di questa Repubblica che ha le sue radici profonde nella Resistenza e so che quando viene manomessa la separazione dei poteri e il potere si concentra in poche mani, genera il fascismo. O qualche suo fac-simile.
E’ in atto da tempo un processo a scala planetaria che sospinge i sistemi di governo nella direzione di soluzioni autocratiche. Questo processo ha ricevuto nuovo impulso da quando il governo degli Stati Uniti è caduto nelle mani di Donald Trump. In Europa – nel cuore dell’UE – lo stanno già attivamente praticando l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca. Nel nostro Paese, come sappiamo, riceve le aperte simpatie di FdI e della Lega. In questo filone culturale e politico – per il quale è necessaria la concentrazione più ampia possibile nelle mani dell’Esecutivo -si collocano la riforma del Premierato e la riforma Nordio. Ecco dunque la filigrana vera del “riformismo della destra: l’autoritarismo di governo. Per queste ragioni chi colloca grandi figure del socialismo come Giuliano Vassalli e magari Giacomo Matteotti nel sfera di questa riforma, recita una bestemmia.
Nella Costituzione sono racchiusi insieme, lo spirito della lotta antifascista ed i valori di democrazia e di progresso che hanno fatto grande il nostro Paese. In questo momento è preciso dovere di tutti i democratici e progressisti – a partire da quelli che frequentano il campo delle forze di opposizione – difenderla dall’aggressione messa in atto da questo governo di destra. E c’è un solo modo per farlo: votare NO! alla riforma di Umberto Nordio.
Franco Lotito, Vicepresidente del “Comitato socialista per il NO – per il Referendum 2026”
Perché io credo che si debba votare NO al referendum. di Francesco Somaini

Si dice che si vota per la separazione delle carriere e per la terzietà del giudice nel processo accusatorio. Ora questi sono temi di una giusta battaglia socialista e liberale, fondamentalmente condivisibili. Ma a parte il fatto che la separazione di fatto già c’è, si poteva eventualmente migliorarla con leggi ordinarie.
Il vero punto di questa riforma, per cui si è invece voluto intervenire sulla Costituzione (per giunta imponendo di forza un testo scritto dal governo senza alcuna possibilità di intervento del Parlamento, obbligato a dire solo “signorsì”) è a mio parere un altro. Ed è che c’è un evidente tentativo di condizionare e limitare l’autonomia della magistratura per addomesticarla al potere politico.
Come? A parte la faccenda della creazione di tre organismi distinti in luogo di un unico CSM e a parte la discutibile introduzione del sorteggio in sostituzione dell’elezione democratica delle rappresentanze dei magistrati (con l’aggiunta di un sorteggio “drogato” per i membri non togati di nomina parlamentare), ci sono poi alcuni escamotages molto tecnici, che sono il vero cuore del disegno manipolativo.
Il primo è l’affermazione dell’autodichia dell’Alta Corte, con la non ricorribilità in Cassazione in caso di decisioni ritenute ingiuste. In pratica se l’Alta Corte prende un provvedimento contro un magistrato e questi lo ritiene ingiusto, quello può presentare appello, ma l’appello viene discusso non già in Cassazione (come ci si potrebbe aspettare), ma sempre presso l’Alta Corte (ohibò).
Ma non è tutto. C’è anche l’abrogazione del quorum dei 3/5 del Parlamento nella determinazione dei nominativi dei sorteggiabili tra i membri non togati dei nuovi organismi. Attualmente per essere un membro “laico”, cioè “politico”, del CSM devi essere eletto da almeno i 3/5 dei parlamentari, il che costringe la maggioranza a trattare con l’opposizione e tendenzialmente impedisce che vengano fatte nomine troppo di parte. Ora invece il quorum non ci sarà più per scegliere i nomi da sorteggiare, per cui la maggioranza potrà designare chi vorrà, senza dover negoziare con nessuno.
Ci sono poi i membri laici nominati dal Presidente della Repubblica (3 su 15 nell’Alta Corte). In teoria la nomina presidenziale dovrebbe assicurare che questi siano figure di garanzia. Ma che succede se invece di un presidente super partes e di garanzia, il Parlamento ne dovesse eleggere uno (o una) molto di parte (magari grazie a una legge elettorale, come quella cui stanno pensando, drogata da un improprio premio di maggioranza)? In quel caso anche questi membri dei tre nuovi organismi potrebbero essere molto schierati e assai poco imparziali.
Infine c’è quello che è forse il trabocchetto più sofisticato del nuovo congegno, ed è quello della composizione dell’Alta Corte. Si è infatti pensato a una formula decisamente penalizzante verso i PM (i quali avranno solo 3 membri su un totale di 15). In questo modo succederà che un pubblico ministero “scomodo” che venisse sottoposto a provvedimento disciplinare e che volesse fare appello contro una decisione ritenuta ingiusta, nel giudizio di secondo grado (da effettuarsi sempre presso l’Alta Corte per effetto dell’autodichia di cui si diceva) si ritroverebbe ad essere fatalmente giudicato – essendo da escludersi che possano occuparsene dei giudici della carriera giudicante (altrimenti non ci sarebbe più la separazione) – da un collegio composto per 2/3 da membri “politici”, i quali potrebbero essere facilmente portati (per le modalità con cui sono stati “sorteggiati” o nominati dal presidente) a volergli mettere la museruola.
Insomma, la riforma contiene in realtà tanti piccoli trabocchetti, per cui la tanto conclamata autonomia e indipendenza della magistratura potrebbe essere messa decisamente in forse. Che poi è quello che da maggioranza e governo viene di continuo lasciato capire.
Si menziona spesso il grande Giuliano Vassalli come un punto di riferimento ideale di questa riforma. Ma io non credo che lui avrebbe avallato questa operazione, che a mio parere rischia di minare il principio cardine di ogni democrazia liberale, che è quello della separazione e dell’equilibrio dei poteri.
Che questi puntino a una democrazia plebiscitaria, con un esecutivo senza controlli mi pare del resto fin troppo evidente. Non lo vede solo chi non lo vuol vedere.
Io non condivido questa deriva e per questo voterò NO.
Francesco Somaini, Storico e Docente universitario presso l’Università del Salento
Giuliano Vassalli: una bandiera sbagliata. di Fabio Cannizzaro

Il nome di Giuliano Vassalli ritorna, in queste settimane, con una frequenza che forse non avrebbe gradito.
Lo evocano in tanti, e non pochi sono ex socialisti, per dare sostanza e, diciamolo, una patina di nobiltà alla scelta di votare Sì nel prossimo referendum costituzionale. “Vassalli avrebbe votato così”, si sente dire.
Ed è proprio qui che il discorso si fa spinoso, anzi, profondamente sbagliato. Perché c’è un uso pubblico della memoria che rasenta l’appropriazione indebita e quando questa memoria è quella socialista e garantista, la questione diventa più che teorica: diventa una responsabilità.
Lasciamo da parte per un attimo il merito della riforma – quello è un altro discorso – e fermiamoci sul gesto in sé: prendere un uomo come Giuliano Vassalli, un giurista di tale spessore, un partigiano, un ministro socialista, uno dei padri della nostra Costituzione materiale e trasformarlo in uno slogan, in un argomento referendario. Non è solo una semplificazione: è una prepotenza consumata contro il suo pensiero, che era tutto tranne che semplice. Lui, che nella sua vita ha sempre cercato il punto di equilibrio delicatissimo tra garanzia dei diritti ed efficienza della giustizia, che ha riflettuto su ogni virgola del codice penale per proteggere i deboli dal potere dello Stato, viene ora usato come timbro per legittimare una scelta politica contingente. C’è qualcosa di stridente in questa operazione, qualcosa che non torna.
Eticamente, prima di tutto. Vassalli era l’uomo del rigore, della scienza giuridica, della complessità che non si presta a facili tifoserie.
Ridurlo a una frase da comizio significa svuotare il suo magistero, banalizzarne la statura. Ma c’è di più: sarebbe lui, l’architetto di garanzie processuali, il paladino della presunzione di innocenza, a essere arruolato per sostenere una riforma che alcuni temono possa, nei fatti, indebolire proprio quelle garanzie?
La contraddizione è talmente lampante da sembrare quasi un brutto scherzo. E poi, l’autonomia della coscienza. Vassalli ha sempre difeso il diritto – e il dovere – di giudicare con la propria testa, liberi dalle pressioni dei partiti.
Usare la sua immagine per creare un obbligo morale, un “dovere di voto” in una direzione, è l’esatto contrario di ciò che ha sempre predicato.
Politicamente, poi, il gesto è miope. Vassalli è, o dovrebbe essere, un simbolo di unità costituzionale. È una figura che parla alla Resistenza, alla Costituente, alla stagione delle grandi riforme tecniche.
È un ponte. Rivendicarlo come “proprio” da una sola parte, inchiodandolo al Sì, significa spezzare quel ponte. Significa trasformare un patrimonio condiviso in un trofeo di fazione.
E con quale rischio? Che se quella riforma, legittimata dal suo nome, dovesse poi rivelarsi problematica, sarebbe la sua stessa reputazione a uscirne danneggiata. Lo si trascinerebbe in polemiche che la sua serietà avrebbe certamente rifiutato.
E qui viene il punto dolente, quello che riguarda da vicino chi si richiama, oggi, alla tradizione socialista. Perché per i socialisti – o per chi ne custodisce l’eredità – il divieto di strumentalizzazione dovrebbe essere ancora più categorico.
Primo, per una questione di appartenenza. Vassalli non è un padre nobile generico: è stato un socialista, anzi, uno dei massimi interpreti del socialismo giuridico italiano. Le sue riforme – l’abolizione dell’ergastolo per i minori, il nuovo codice penale – sono il cuore pulsante di un’idea di Stato: giusto, moderno, attento ai deboli. Usare quell’eredità per una campagna di parte significa tradirne lo spirito profondo, che era rivolto al bene comune, non alla vittoria di una battaglia politica.
Secondo, la storia del socialismo italiano è fatta di una tensione costante: tra slancio verso la giustizia sociale e rispetto rigoroso delle istituzioni democratiche. Vassalli era l’incarnazione di quell’equilibrio. I socialisti hanno il dovere, oggi più che mai, di proteggere quella lezione da qualsiasi deriva populista o maggioritaria che possa erodere le garanzie. Sono proprio i deboli, ricordiamocelo, la preoccupazione che percorre tutta l’opera di Vassalli.
Terzo, c’è un rischio di autocannibalismo culturale. Cosa farebbero i socialisti, usando il loro massimo garante giuridico per sostenere una riforma che, agli occhi di molti, rischia di alterare gli equilibri costituzionali a danno delle garanzie? Sarebbe come usare la firma del proprio architetto più fidato per approvare la demolizione della casa che lui stesso ha costruito con tanta cura. Un paradosso tragico, un tradimento dell’identità più autentica.
Allora, forse, sarebbe il caso di smetterla. Di lasciare Giuliano Vassalli alla Storia della Repubblica e alla Scienza giuridica, dove merita di stare.
Onorarlo non significa sventolare il suo nome come una bandiera. Onorarlo significa fare quello che ha sempre fatto lui: studiare con rigore, analizzare i testi comma per comma, discutere con spirito critico, difendere le garanzie di tutti, specialmente dei più indifesi.
Significa, in una parola, prendere sul serio il suo insegnamento, invece di usare la sua ombra per cercare di chiudere un dibattito che, proprio in suo nome, dovrebbe rimanere il più aperto e rigoroso possibile.
Fabio Cannizzaro
Perché voterò NO. di Paolo Borioni

Io voterò NO anche per ultimare la separazione delle funzioni per via ordinaria. Non demolendo un impianto molto più garantista come quello costituzionale che assieme anche solo alla legge Cartabia garantisce la migliore combinazione: funzioni separate e cultura della giurisdizione garantista però comune. E comune quindi nel CSM.
Inoltre la realtà del nazional populismo attuale ovvero una semplice contestualizzazione conferma a mio avviso senza alcun dubbio che quelli della destra non sono solo “toni sbagliati” ma una cultura nota e visibile della prevalenza dell’esecutivo con ogni mezzo. Le leggi relative all’alta corte (idea sbagliata in se) saranno quindi in mano a forze che vogliono tradurre in potere maggioritario una minoranza di voti. Il progetto elettorale è anche ideologico.
Questa non è politicizzazione del referendum o demonizzazione bensì analisi politica. Ergo NO convinto.
E ribadisco: il mix di un unico CSM che garantisce che il PM non sia solo un martello inquisitorio assieme ad una legge Cartabia migliorata è il migliore possible per i cittadini.
Ciò detto: uso la parola “funzioni” ma in sostanza anche a CSM invariato non vi sono passaggi o quasi fra le due funzioni. Con il post Cartabia la comunanza giurisdizionale non si traduce in carriere sovrapponibili. I punti di vista e gli approcci rimangono diversi e corrono paralleli pressoché sempre-
Paolo Borioni, Storico e Docente universitario presso “La Sapienza”
Diciamo NO anche per evitare che tutti i membri laici del CSM vengano decisi dal governo. di Lorenzo Cantone

Se vincerà il sì, questa maggioranza melonian-berluscon-salviniana potrà nominare da sola tutti i membri laici dei due futuri Consigli superiori della magistratura e dell’Alta Corte disciplinare.
Si intenderà infatti superata e da modificarsi la legge 195/1958 (vecchia di quasi settant’anni), che, per garantire le opposizioni, prevedeva l’elezione di detti membri da parte del Parlamento in seduta comune e a maggioranza qualificata (tre quinti, prima dell’assemblea e poi dei votanti). Un’ampia condivisione politica stabilita come obbligatoria, in quanto correlata a quella che – ai sensi dell’articolo 104 pre-riforma della Costituzione – era una vera e propria elezione dei singoli membri laici.
Ma l’elezione in questione viene sostituita dalla riforma del governo (il cui rispetto per magistratura e minoranze stiamo purtroppo da tempo sperimentando) con una estrazione a sorte da un “elenco” che – come recita il nuovo articolo 104 – “il parlamento in seduta comune … compila mediante elezione”.
Questa estrazione – ai sensi della norma costituzionale riformata – avverrà dunque sulla base di un elenco compilato “nel numero e secondo le procedure previsti dalla legge”: da una nuova legge ordinaria. Cosa impedirà al Parlamento, che voterà la nuova legge a maggioranza semplice, di asserire che non vi è più alcun motivo per redigere l’elenco sulla base di un’ampia condivisione politica, visto che i membri laici – così come quelli togati – non sono più scelti sulla base di criteri correntizi o partitici bensì a sorte in ossequio dei soli requisiti di legge (professori di diritto o avvocati con oltre 15 anni di professione)?
Dovremmo forse fidarci e confidare nella generosità e nel rispetto delle minoranze da parte della attuale maggioranza? Ci siamo già dimenticati che gli attuali governanti sono gli stessi che hanno interrotto la prassi parlamentare, secondo la quale la presidenza di una Camera spettava alla maggioranza e l’altra all’opposizione, eleggendo nel 2022 entrambi i presidenti all’interno della stessa coalizione: La Russa (FdI) al Senato e Fontana (Lega) alla Camera?
Lo hanno potuto fare perché non esisteva alcuna norma costituzionale che prevedesse che una Camera fosse presieduta dalla opposizione. E del resto, se i cittadini dovessero limitarsi a confidare nella generosità o nella correttezza di chi è al potere, le Costituzioni potrebbero anche essere abolite in quanto non servirebbero più a nulla.
La verità è che, se vincerà il sì, nulla impedirà all’attuale maggioranza di approvare una legge ordinaria che, nello stabilire la procedura volta a compilare l’elenco da cui sorteggiare i membri laici, le consenta di indicare da sola, a maggioranza semplice, tutti i nominativi di detto elenco, così scegliendo di fatto tutti i componenti laici dei due futuri Consigli superiori della magistratura e dell’Alta Corte disciplinare. Nulla impedirà questa deriva, perché la maggioranza potrà invocare l’articolo 64 della Costituzione, in base al quale “le Camere deliberano a maggioranza dei presenti, salvo che la stessa Costituzione preveda maggioranze diverse”. E sul Csm – per l’appunto – superata la legge del ’58, la Costituzione nulla dice.
In questa maniera – come è stato giustamente osservato – da una parte avremo magistrati tirati a sorte, e dall’altra una pattuglia serrata, che rappresenta un preciso orientamento politico di parte e quindi potrà condizionare e/o determinare le scelte dell’organo di autogoverno della magistratura, di fatto finalmente controllandola.
Avv. Lorenzo Cantone