Giuliano Vassalli

Perché bisogna votare NO. di Franco Lotito

Postato il

Manca ormai poco all’apertura delle urne del referendum. E’ bene avere le idee chiare su quello che vi metteremo dentro insieme alla scheda.

Alla fine Giorgia Meloni ha preso posizione sul voto referendario. Sul SI alla riforma Nordio non ci sono più soltanto le sue impronte. Ora c’è anche la sua faccia. Questo segna un vero cambio di fase politica nel senso che adesso il campo del SI diventa a tutti gli effetti, il campo politico della Destra al potere. E che Destra! Questo passaggio di fase non può sfuggire alle componenti dello schieramento progressista e di sinistra che hanno dichiarato il loro sostegno alla riforma. Il loro punto di vista e le argomentazioni di “merito” che mettono alla base della loro scelta sono del tutto rispettabili, ma adesso hanno un serio problema da affrontare. Adesso, nel “merito” c’è anche Giorgia Meloni. Ed è inevitabile che ogni “SI” dato alla riforma – quale ne sia la provenienza – diventa un SI anche alla Meloni. Un bel problema. “Testo” (della riforma) e “Contesto”(politico): adesso tutto su tiene.

E’ ormai chiaro a tutti che l’obiettivo sostanziale della riforma Nordio non è quello di separare le carriere di Giudici e Procuratori (è stato già fatto con la riforma Cartabia). E’ quello – molto più pericoloso – di modificare in profondità i rapporti di potere fra la sfera del potere politico e la sfera della autonomia e dell’indipendenza della Magistratura. Se – sciaguratamente – vincesse il SI, non accadrebbe il giorno dopo il voto, ma sono già pronti nei cassetti del Ministro della Giustizia i Decreti Delegati per dare corpo a questo disegno. Parola di Nordio.

Ciò vuol dire una cosa molto semplice. Questa riforma non serve agli italiani, che dovranno continuare a combattere con una macchina della Giustizia lenta, inefficiente e farraginosa. Serve, invece – eccome! – alla casta di governo; che può essere di “destra” o di “sinistra”, come chiarisce lo stesso Nordio, ma sempre casta è. Una casta che chiede alla Magistratura più “collaborazione”, ma soprattutto meno controlli sull’azione di governo.

La realizzazione del disegno dovrebbe avvenire in tre mosse: innanzitutto facendo a pezzi il CSM, cioè infrangendo il carattere unitario della cultura giuridica che obbliga il magistrato a ricercare la verità, prima ancora delle prove per l’accusa. La seconda mossa è la sostituzione del metodo elettivo per la scelta dei componenti del CSM con il sorteggio. La motivazione alla base di questa scelta è che così verrà eliminata l’influenza delle “correnti”. Non è vero! l’”Associazione Nazionale Magistrati” continuerà a rappresentare la quasi totalità delle toghe (il 96%) ed al suo interno continueranno a vivere ed operare le sue 5 correnti. Insomma il 96% dei sorteggiati farà comunque parte di una delle 5 correnti. E allora?

La terza mossa è la più devastante. E’ quella che prevede una pesante manomissione della Carta costituzionale. Sono in balle ben sette articoli! Ebbene è lì il cuore del disegno politico della destra, perché è lì, in quei sette articoli che è custodito uno degli architravi portanti dell’ordinamento del nostro sistema democratico: la separazione dei Poteri.

Non sono un costituzionalista, ma sono un cittadino di questa Repubblica che ha le sue radici profonde nella Resistenza e so che quando viene manomessa la separazione dei poteri e il potere si concentra in poche mani, genera il fascismo. O qualche suo fac-simile.

E’ in atto da tempo un processo a scala planetaria che sospinge i sistemi di governo nella direzione di soluzioni autocratiche. Questo processo ha ricevuto nuovo impulso da quando il governo degli Stati Uniti è caduto nelle mani di Donald Trump. In Europa – nel cuore dell’UE – lo stanno già attivamente praticando l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca. Nel nostro Paese, come sappiamo, riceve le aperte simpatie di FdI e della Lega. In questo filone culturale e politico – per il quale è necessaria la concentrazione più ampia possibile nelle mani dell’Esecutivo -si collocano la riforma del Premierato e la riforma Nordio. Ecco dunque la filigrana vera del “riformismo della destra: l’autoritarismo di governo. Per queste ragioni chi colloca grandi figure del socialismo come Giuliano Vassalli e magari Giacomo Matteotti nel sfera di questa riforma, recita una bestemmia.

Nella Costituzione sono racchiusi insieme, lo spirito della lotta antifascista ed i valori di democrazia e di progresso che hanno fatto grande il nostro Paese. In questo momento è preciso dovere di tutti i democratici e progressisti – a partire da quelli che frequentano il campo delle forze di opposizione – difenderla dall’aggressione messa in atto da questo governo di destra. E c’è un solo modo per farlo: votare NO! alla riforma di Umberto Nordio.

Franco Lotito, Vicepresidente del “Comitato socialista per il NO – per il Referendum 2026”

Perché io credo che si debba votare NO al referendum. di Francesco Somaini

Postato il

Si dice che si vota per la separazione delle carriere e per la terzietà del giudice nel processo accusatorio. Ora questi sono temi di una giusta battaglia socialista e liberale, fondamentalmente condivisibili. Ma a parte il fatto che la separazione di fatto già c’è, si poteva eventualmente migliorarla con leggi ordinarie.

Il vero punto di questa riforma, per cui si è invece voluto intervenire sulla Costituzione (per giunta imponendo di forza un testo scritto dal governo senza alcuna possibilità di intervento del Parlamento, obbligato a dire solo “signorsì”) è a mio parere un altro. Ed è che c’è un evidente tentativo di condizionare e limitare l’autonomia della magistratura per addomesticarla al potere politico.

Come? A parte la faccenda della creazione di tre organismi distinti in luogo di un unico CSM e a parte la discutibile introduzione del sorteggio in sostituzione dell’elezione democratica delle rappresentanze dei magistrati (con l’aggiunta di un sorteggio “drogato” per i membri non togati di nomina parlamentare), ci sono poi alcuni escamotages molto tecnici, che sono il vero cuore del disegno manipolativo.

Il primo è l’affermazione dell’autodichia dell’Alta Corte, con la non ricorribilità in Cassazione in caso di decisioni ritenute ingiuste. In pratica se l’Alta Corte prende un provvedimento contro un magistrato e questi lo ritiene ingiusto, quello può presentare appello, ma l’appello viene discusso non già in Cassazione (come ci si potrebbe aspettare), ma sempre presso l’Alta Corte (ohibò).

Ma non è tutto. C’è anche l’abrogazione del quorum dei 3/5 del Parlamento nella determinazione dei nominativi dei sorteggiabili tra i membri non togati dei nuovi organismi. Attualmente per essere un membro “laico”, cioè “politico”, del CSM devi essere eletto da almeno i 3/5 dei parlamentari, il che costringe la maggioranza a trattare con l’opposizione e tendenzialmente impedisce che vengano fatte nomine troppo di parte. Ora invece il quorum non ci sarà più per scegliere i nomi da sorteggiare, per cui la maggioranza potrà designare chi vorrà, senza dover negoziare con nessuno.

Ci sono poi i membri laici nominati dal Presidente della Repubblica (3 su 15 nell’Alta Corte). In teoria la nomina presidenziale dovrebbe assicurare che questi siano figure di garanzia. Ma che succede se invece di un presidente super partes e di garanzia, il Parlamento ne dovesse eleggere uno (o una) molto di parte (magari grazie a una legge elettorale, come quella cui stanno pensando, drogata da un improprio premio di maggioranza)? In quel caso anche questi membri dei tre nuovi organismi potrebbero essere molto schierati e assai poco imparziali.

Infine c’è quello che è forse il trabocchetto più sofisticato del nuovo congegno, ed è quello della composizione dell’Alta Corte. Si è infatti pensato a una formula decisamente penalizzante verso i PM (i quali avranno solo 3 membri su un totale di 15). In questo modo succederà che un pubblico ministero “scomodo” che venisse sottoposto a provvedimento disciplinare e che volesse fare appello contro una decisione ritenuta ingiusta, nel giudizio di secondo grado (da effettuarsi sempre presso l’Alta Corte per effetto dell’autodichia di cui si diceva) si ritroverebbe ad essere fatalmente giudicato – essendo da escludersi che possano occuparsene dei giudici della carriera giudicante (altrimenti non ci sarebbe più la separazione) – da un collegio composto per 2/3 da membri “politici”, i quali potrebbero essere facilmente portati (per le modalità con cui sono stati “sorteggiati” o nominati dal presidente) a volergli mettere la museruola.

Insomma, la riforma contiene in realtà tanti piccoli trabocchetti, per cui la tanto conclamata autonomia e indipendenza della magistratura potrebbe essere messa decisamente in forse. Che poi è quello che da maggioranza e governo viene di continuo lasciato capire.

Si menziona spesso il grande Giuliano Vassalli come un punto di riferimento ideale di questa riforma. Ma io non credo che lui avrebbe avallato questa operazione, che a mio parere rischia di minare il principio cardine di ogni democrazia liberale, che è quello della separazione e dell’equilibrio dei poteri.

Che questi puntino a una democrazia plebiscitaria, con un esecutivo senza controlli mi pare del resto fin troppo evidente. Non lo vede solo chi non lo vuol vedere.

Io non condivido questa deriva e per questo voterò NO.

Francesco Somaini, Storico e Docente universitario presso l’Università del Salento

Giuliano Vassalli: una bandiera sbagliata. di Fabio Cannizzaro

Postato il

Il nome di Giuliano Vassalli ritorna, in queste settimane, con una frequenza che forse non avrebbe gradito.

Lo evocano in tanti, e non pochi sono ex socialisti, per dare sostanza e, diciamolo, una patina di nobiltà alla scelta di votare Sì nel prossimo referendum costituzionale. “Vassalli avrebbe votato così”, si sente dire.

Ed è proprio qui che il discorso si fa spinoso, anzi, profondamente sbagliato. Perché c’è un uso pubblico della memoria che rasenta l’appropriazione indebita e quando questa memoria è quella socialista e garantista, la questione diventa più che teorica: diventa una responsabilità.

Lasciamo da parte per un attimo il merito della riforma – quello è un altro discorso – e fermiamoci sul gesto in sé: prendere un uomo come Giuliano Vassalli, un giurista di tale spessore, un partigiano, un ministro socialista, uno dei padri della nostra Costituzione materiale e trasformarlo in uno slogan, in un argomento referendario. Non è solo una semplificazione: è una prepotenza consumata contro il suo pensiero, che era tutto tranne che semplice. Lui, che nella sua vita ha sempre cercato il punto di equilibrio delicatissimo tra garanzia dei diritti ed efficienza della giustizia, che ha riflettuto su ogni virgola del codice penale per proteggere i deboli dal potere dello Stato, viene ora usato come timbro per legittimare una scelta politica contingente. C’è qualcosa di stridente in questa operazione, qualcosa che non torna.

Eticamente, prima di tutto. Vassalli era l’uomo del rigore, della scienza giuridica, della complessità che non si presta a facili tifoserie.

Ridurlo a una frase da comizio significa svuotare il suo magistero, banalizzarne la statura. Ma c’è di più: sarebbe lui, l’architetto di garanzie processuali, il paladino della presunzione di innocenza, a essere arruolato per sostenere una riforma che alcuni temono possa, nei fatti, indebolire proprio quelle garanzie?

La contraddizione è talmente lampante da sembrare quasi un brutto scherzo. E poi, l’autonomia della coscienza. Vassalli ha sempre difeso il diritto – e il dovere – di giudicare con la propria testa, liberi dalle pressioni dei partiti.

Usare la sua immagine per creare un obbligo morale, un “dovere di voto” in una direzione, è l’esatto contrario di ciò che ha sempre predicato.

Politicamente, poi, il gesto è miope. Vassalli è, o dovrebbe essere, un simbolo di unità costituzionale. È una figura che parla alla Resistenza, alla Costituente, alla stagione delle grandi riforme tecniche.

È un ponte. Rivendicarlo come “proprio” da una sola parte, inchiodandolo al Sì, significa spezzare quel ponte. Significa trasformare un patrimonio condiviso in un trofeo di fazione.

E con quale rischio? Che se quella riforma, legittimata dal suo nome, dovesse poi rivelarsi problematica, sarebbe la sua stessa reputazione a uscirne danneggiata. Lo si trascinerebbe in polemiche che la sua serietà avrebbe certamente rifiutato.

E qui viene il punto dolente, quello che riguarda da vicino chi si richiama, oggi, alla tradizione socialista. Perché per i socialisti – o per chi ne custodisce l’eredità – il divieto di strumentalizzazione dovrebbe essere ancora più categorico.

Primo, per una questione di appartenenza. Vassalli non è un padre nobile generico: è stato un socialista, anzi, uno dei massimi interpreti del socialismo giuridico italiano. Le sue riforme – l’abolizione dell’ergastolo per i minori, il nuovo codice penale – sono il cuore pulsante di un’idea di Stato: giusto, moderno, attento ai deboli. Usare quell’eredità per una campagna di parte significa tradirne lo spirito profondo, che era rivolto al bene comune, non alla vittoria di una battaglia politica.

Secondo, la storia del socialismo italiano è fatta di una tensione costante: tra slancio verso la giustizia sociale e rispetto rigoroso delle istituzioni democratiche. Vassalli era l’incarnazione di quell’equilibrio. I socialisti hanno il dovere, oggi più che mai, di proteggere quella lezione da qualsiasi deriva populista o maggioritaria che possa erodere le garanzie. Sono proprio i deboli, ricordiamocelo, la preoccupazione che percorre tutta l’opera di Vassalli.

Terzo, c’è un rischio di autocannibalismo culturale. Cosa farebbero i socialisti, usando il loro massimo garante giuridico per sostenere una riforma che, agli occhi di molti, rischia di alterare gli equilibri costituzionali a danno delle garanzie? Sarebbe come usare la firma del proprio architetto più fidato per approvare la demolizione della casa che lui stesso ha costruito con tanta cura. Un paradosso tragico, un tradimento dell’identità più autentica.

Allora, forse, sarebbe il caso di smetterla. Di lasciare Giuliano Vassalli alla Storia della Repubblica e alla Scienza giuridica, dove merita di stare.

Onorarlo non significa sventolare il suo nome come una bandiera. Onorarlo significa fare quello che ha sempre fatto lui: studiare con rigore, analizzare i testi comma per comma, discutere con spirito critico, difendere le garanzie di tutti, specialmente dei più indifesi.

Significa, in una parola, prendere sul serio il suo insegnamento, invece di usare la sua ombra per cercare di chiudere un dibattito che, proprio in suo nome, dovrebbe rimanere il più aperto e rigoroso possibile.

Fabio Cannizzaro

Socialisti e Referendum: politique d’abord. di Gianvito Mastroleo

Postato il

La Corte di Cassazione ha modificato il quesito referendario: a mio giudizio avrebbe dovuto anche annullare la precedente decisione e riaprire la procedura per una nuova data del referendum.

La questione più che tecnica è di opportunità politica: infatti, rispetto alla piega che l’insostenibilità dello scontro tra i sostenitori del SI e del NO avrebbe dovuto consigliare di aprire lo spazio al compromesso tra maggioranza e opposizione piuttosto che assuefarsi al sempre più severo irrigidimento della vita politica, istituzionale e parlamentare, del paese. Sicchè non è azzardato prospettare l’ipotesi di un “conflitto di attribuzioni” davanti la Corte Costituzionale.

Premetto, intanto, che questo contributo non entrerà nelle questioni tecniche a favore o contro il SI o il NO, ma si rivolge sopratutto ai socialisti, a mio parere, mai come in quest’occasione confusi, ma sopratutto divisi.

Confesso grande turbamento per quel che accade nella rete dove, in particolare tra i frequentatori schierati per il SÌ che si dichiarano socialisti, si sta mettendo in mostra la più feroce e disinvolta odiocrazia, con i peggiori sentimenti verso l’avversario piuttosto che quello che la migliore cultura laica ci ha tramandato: il piacere/dovere di coltivare il dubbio, l’ansia della verità attraverso il confronto, il dialogo e la tolleranza, tanto cara a Norberto Bobbio.

Gira in rete la peggiore arroganza nel sostenere le proprie ragioni, fino all’insulto personale dell’interlocutore/nemico, quasi sempre “comunista”, e s’intreccia con l’odio (più che la pur legittima critica) nei confronti di chi aderisce ad altro partito della sinistra, in particolare al PD, come se si trattasse dell’avversario della vita: ma dimenticando che se un socialista voglia davvero qualificarsi tale la prima scelta di campo da fare è la sinistra ‘senza se e senza ma’ e che nella condizione di oggi lo spirito della  coalizione andrebbe preservato sempre:  ma sopratutto ad un anno dalle elezioni politiche.

Dal punto di vista tecnico ci sono ragioni valide per entrambe le posizioni; ma c’è una parte significativa dell’elettorato che prescinde dalle tecnicalità e si orienta per il NO per le ragioni politico-costituzionali validamente sostenute da esponenti del più autentico pensiero socialista: sono fra questi, come non ho remora di affermare, rivendicando il diritto di non essere insultato (non è una esagerazione!) da molti compagni di oggi ma che al loro attivo possono vantare adesioni diverse, finanche incarichi elettivi!, da altre parti, piuttosto che aver saputo dedicare le proprie energie a ricostruire la casa comune, aggredita al limite della demolizione più completa.

Compagni che dimenticano che, ormai, il voto per il “referendum confermativo” ha smarrito la sua connotazione meramente tecnica per assumere caratura prevalentemente politica, come conseguenza, peraltro, delle motivazioni a fondamento dei promotori dell’attività del Parlamento, sempre più confinata nella maggioranza e che non riesce più a battersi per la condivisione in non pochi casi non prescindibile.

Trascrivo un post che circola in rete: “Alle prossime elezioni la sinistra non va sconfitta ma annientata definitivamente! Iniziare subito con un Sì al referendum. Più chiaro di così…….!

Sopravvive fra i socialisti una frustrazione a lungo repressa, assieme alla necessità di dare sfogo ad una sorta di rivincita verso la Magistratura, anche se per le sue innegabili responsabilità; oltre all’esigenza di individuare un nemico purché sia contro cui combattere un battaglia assai discutibile sì da legittimare se stessi: il “comunismo” ed i “comunisti”, come con sempre maggiore frequenza vengono stigmatizzati i sostenitori del NO. Ma non ci aveva insegnato Pietro Nenni che “la politica non si fa nè con i sentimenti tanto meno con i risentimenti”: e, dunque, che anche in quest’occasione occorrerebbe anteporre le ragioni della politica, piuttosto che – più o meno consciamente – assecondare la tendenza tutta meloniana alla prova generale di quello che avverrà prima il 2027 e poi il 2029, con l’elezione del Presidente della Repubblica?

La Gazzetta del Mezzogiorno del 6 febbraio scorso ha titolato l’intervista a Bobo Craxi in occasione della sua partecipazione ad un evento nei pressi di Bari: “il mio sì al referendum nella visione socialista … chi è di sinistra sulla giustizia non lo decide Carofiglio”. Tutto il mio rispetto, assieme al più netto e amichevole dissenso.

È vero, infatti, anche il contrario: chi, anche fra socialisti di antica militanza e inossidabile coerenza, si esprime per il NO non può essere etichettato come  “comunista” da parte di quei socialisti, non sempre coerenti, acquartierati in uno dei tanti Comitati che hanno scomodato la memoria immarcescibile di Giuliano Vassalli (ma anche del povero Agostino Viviani), di Falcone, oltre che di Bettino Craxi e addirittura Matteotti: anche se, molto spesso, con qualche confusione tra CPP e codice Rocco!

Forse sarebbe il caso di soffermarsi per comprendere le ragioni dell’inedito o riscoperto  attivismo socialista, con relative polemiche, ma sulla vicenda referendaria, piuttosto che nelle ormai tante elezioni generali: avrei un’idea, ma temo sia necessario capirne meglio.

E’ la ragione per la quale (da iscritto con molti, molti decenni di anzianità!) non ho condiviso la decisione  della Direzione del Partito Socialista: pur senza rinunciare ad esprimere una preferenza o un “orientamento”, infatti, sarebbe stato meglio lasciare agli iscritti libertà di voto; ragione per la quale, educato a quell’ormai residuato storico che è la “disciplina del partito” (fin dove possibile), essendo orientato verso il NO mi asterrò da ogni pubblico intervento.

Ma questo non mi impedisce anzi, credo, mi legittimi a rivolgere un accorato appello, almeno ai compagni iscritti e dirigenti del PSI,  ad astenersi da ogni atteggiamento offensivo nei confronti dei compagni (purtroppo se ne leggono proprio tanti in rete!) e a rispettare l’altrui pensiero: sapendo, ripeto, che il dubbio, il confronto, la tolleranza sono i fondamentali del pensiero socialista, la cui riemersione e rilancio gli organi dirigenti del Partito mi auguro vorranno porre in cima alle loro attenzioni.

Gianvito Mastroleo, Presidente onorario della “Fondazione Giuseppe Di Vagno (1889 – 1921)”

La posizione di Rino Formica sul Referendum sulla Giustizia. di Giuseppe Giudice

Postato il Aggiornato il

” Qui non è in gioco la carriera dei magistrati, né se saranno liberi ed autonomi in uno stato libero e democratico. Nella decadenza democratica , unite o divise, le carriere dei magistrati saranno alle dipendenze di un potere autoritario. . Dunque oggi votare contro qualsiasi riforma proposta dalle forze che hanno una intenzione demolitrice della Carta è un dovere . Non è una bestemmia per il proprio passato di lotta politica dei singoli o delle forze della tradizione laica italiana. E’ aprire gli occhi: oggi è un atto a chiuderli dinanzi a problemi che riguardano noi ed i nostri figli ,. Il momento del risveglio arriva sempre . Bisogna sperare di essersi svegliati in tempo. Il voto di New York ci ha dato una lezione : aver capito per tempo che in gioco non era l’amministrazione ma il futuro democratico degli Stati Uniti. Il nostro NO al referendum va spiegato bene. Non perdetevi dietro meticolosità tecnicistiche su una formula più o meno rispondente al diritto ordinario . Il diritto non c’entra. C’entra una questione semplice , ed enorme: c’è il rischio di rendere irrecuperabile il declino democratico . Ci vuole il coraggio di dire no a questo governo. Si vota contro il governo della distruzione democratica, o non si è . Una valanga di No alle riforme fantasma del governo indicherà la strada del risveglio nazionale “

Concordo pienamente con il compagno Formica, C’è in atto, da parte di questo governo reazionario il chiaro tentativo di smantellare pienamente la Democrazia Costituzionale a favore di un sistema con forti tratti autoritari . Favorito anche dalla debolezza dell’opposizione e dall’assenza di un progetto forte. Un autoritarismo che è perfettamente funzionale agli interessi di un capitalismo che intende finirla con la democrazia e la stessa democrazia liberale. La sua apparente forza deriva da ciò e non certo dal personale altamente dequalificato di cui è composto il governo attuale. La lotta per la democrazia è quindi strettamente intrecciata con un duro conflitto con capitalismo attuale, che si fondi su un progetto di società alternativo, in un socialismo democratico di sinistra. Per tale ragione nella lotta per la ricostruzione democratica difficilmente possono trovare posto quegli avanzi presunti di un centrismo liberale ad iniziare dai “riformisti” del PD (che votano s’ e sono di fatto subalterni alla destra).

Ma c’è un discorso che riguarda noi socialisti o chi da quella esperienza proviene. E’ pura opera di un inutile revanscismo fare dei comitati per il SI richiamandosi a Vassalli. Che certamente sarebbe stato contro questo governo. Anzi dovrebbero ricordare come i neofadcisti e i leghisti erano ultragiustizialisti, e manettari. Il garantismo è fuori dalla loro identità. Quello di Berlusconi e FI era solo un garantismo peloso, non credibile. Mani Pulite è stata una pagina negativa della nostra storia. Al srrvizio dei poteri forti della economia interni ed internazionali. Il dipietrismo è stato un gravissimo vulnus alla giustizia. Tramite l’uso abusivo e violento della carcercazione preventiva . Lo stesso Formica fu coinvolto dall’ondata giustizialista e ne uscì a testa alta con piana assoluzione, ma dovette aspettare molti anni. Noi combattemmo il giustizialismo perchè prefigurava uno stato di polizia.

E per la stessa ragione votiamo NO per combattere l’affossamento della Costituzione repubblicana ed antifascista e il modello di democrazia avanzata che ci ha dato.

Giuseppe Giudice