riforma Nordio
Il valore politico di un NO che difende la democrazia. di Alberto Angeli

Giustizia è fatta. La vittoria del NO nel referendum sulla giustizia non è soltanto la bocciatura di una riforma: è un passaggio politico di grande rilievo, un segnale chiaro che una parte larga e consapevole del Paese ha voluto lanciare a difesa della Costituzione e dell’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Non era un voto tecnico, né marginale. In gioco c’era un’idea precisa di ordinamento istituzionale: modificare in profondità alcuni pilastri della nostra architettura democratica, intervenendo sulla magistratura e inserendo questo intervento in un disegno più ampio, che comprende anche il rafforzamento del potere esecutivo attraverso il premierato. Un percorso che, nella sua coerenza complessiva, tendeva a concentrare il potere politico, riducendo gli spazi di autonomia e di controllo.
Il risultato referendario dimostra che questo disegno non ha convinto. E non ha convinto perché molti cittadini hanno colto il rischio di uno squilibrio, di una torsione del sistema verso forme di controllo politico su ambiti che, in una democrazia matura, devono restare indipendenti.
La sconfitta è, inevitabilmente, anche politica. Riguarda il governo e, in primo luogo, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che su questa riforma aveva investito capitale politico e credibilità. Non si tratta di invocare automatismi istituzionali che non esistono, ma di prendere atto di un fatto: quando una proposta così rilevante viene respinta dal corpo elettorale, il segnale non può essere ignorato.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione. Il voto italiano si inserisce in un contesto internazionale in cui crescono modelli politici orientati alla concentrazione del potere e alla riduzione dei contrappesi democratici. I riferimenti, espliciti o impliciti, a leader come Donald Trump o Viktor Orbán non sono semplici suggestioni polemiche: indicano una tendenza reale, una cultura politica che considera i limiti al potere come ostacoli, più che come garanzie.
In questo quadro, il NO degli italiani assume un valore che va oltre i confini nazionali. È un’affermazione di principio: la democrazia non si semplifica comprimendo i controlli, ma si rafforza garantendo equilibrio, pluralismo e indipendenza delle istituzioni.
Naturalmente, una vittoria referendaria non risolve i problemi del Paese. L’Italia resta attraversata da crisi profonde: le tensioni internazionali, la necessità di garantire sicurezza energetica e sviluppo industriale, le fragilità del sistema sanitario e dell’istruzione, l’aumento delle diseguaglianze sociali. Tutti nodi che richiedono una visione politica all’altezza della complessità del presente.
È qui che si apre la vera partita. Le forze di opposizione — dalla sinistra alle componenti riformiste e liberaldemocratiche — hanno oggi l’occasione, e la responsabilità, di trasformare questo risultato in una proposta politica credibile. Non basta celebrare la sconfitta del governo: serve costruire un’alternativa.
Un’alternativa che sappia tenere insieme giustizia sociale e libertà, sviluppo economico e sostenibilità, ruolo internazionale e autonomia politica. Un progetto fondato su pochi punti chiari, capaci di parlare alla maggioranza del Paese e di riattivare una partecipazione democratica che negli ultimi anni si è progressivamente indebolita.
Il referendum ha dimostrato che questa partecipazione è ancora possibile. Che esiste un elettorato attento, capace di mobilitarsi quando percepisce in gioco principi fondamentali. Per questo, il valore del NO non sta solo in ciò che ha fermato, ma in ciò che può aprire. È un’occasione politica che non può essere sprecata.
Ora si tratta di darle seguito. Con serietà, con chiarezza, con responsabilità.
Alberto Angeli
Referendum e democrazia: il significato politico della vittoria del NO. di Luca Parodi

L’esito del recente referendum costituzionale, conclusosi con la netta affermazione del NO, si impone oggi come uno dei passaggi più rilevanti della vita democratica del nostro Paese negli ultimi anni. Al di là della contingenza politica, il dato che merita di essere posto in apertura di riflessione è quello relativo all’affluenza: ampia, diffusa, significativa in tutte le regioni della Repubblica. Un segnale inequivocabile di partecipazione e di rinnovata coscienza civica, che si pone in controtendenza rispetto al progressivo disincanto registrato nelle più recenti consultazioni politiche.
Questa mobilitazione popolare, lungi dall’essere interpretata come un semplice episodio, appare invece come il sintomo di un risveglio democratico. Il popolo italiano ha dimostrato di saper riconoscere la posta in gioco, riaffermando con forza il valore della propria Carta costituzionale, nata dalla lotta di Liberazione e fondamento imprescindibile della nostra convivenza civile ed alla separazione dei poteri. In questo senso, il voto referendario assume una duplice valenza: da un lato, la difesa vigile e consapevole dei principi costituzionali; dall’altro, una chiara espressione di giudizio politico sull’operato dell’attuale esecutivo.
Non si può infatti ignorare la portata politica del risultato. Il rigetto della proposta referendaria rappresenta, nei fatti, una sconfessione dell’indirizzo politico promosso dal governo di centro-destra. Un segnale che va ben oltre il merito del quesito e che si configura come una manifestazione di sfiducia nei confronti di una linea di governo percepita come distante dalle esigenze e dalla sensibilità del Paese reale. Si delinea così un quadro di evidente difficoltà per l’attuale maggioranza, la cui capacità di rappresentanza appare oggi profondamente incrinata.
In questo contesto, appare non solo legittimo ma necessario aprire una riflessione sulla prospettiva di nuove elezioni. La distanza emersa tra il governo e il corpo elettorale suggerisce l’urgenza di restituire la parola ai cittadini, affinché possano esprimersi in modo compiuto sull’indirizzo politico da imprimere al Paese. La democrazia, del resto, trova la sua piena legittimazione proprio nella possibilità di rinnovare il mandato quando esso appare logorato o privo di consenso sostanziale.
Per quanto riguarda noi del Risorgimento Socialista a Milano, questo risultato rappresenta anche il coronamento di un impegno intenso e appassionato. I due mesi di campagna referendaria hanno visto una mobilitazione generosa, capillare, costruita sul dialogo e sulla presenza nei territori. Un lavoro collettivo che ha contribuito, nel suo piccolo, a questo esito e che testimonia la vitalità di una proposta politica fondata su valori di giustizia sociale, partecipazione e difesa delle istituzioni democratiche.
In particolare, l’esperienza del Comitato Socialista per il NO a Milano rappresenta un patrimonio politico e umano che a mio avviso non può e non deve disperdersi. Al contrario, esso deve dal mio punto di vista costituire il punto di partenza di un percorso più ampio, capace di strutturarsi e di offrire una nuova prospettiva. Milano, in questo senso, può diventare un laboratorio politico di rilievo, anche in vista delle prossime elezioni comunali della primavera 2027, dove sarà fondamentale presentare un’alternativa credibile, radicata e innovativa.
Il voto referendario ha dunque aperto una fase nuova. Spetta ora alle forze politiche in gioco, e in particolare a quelle che si riconoscono nei valori della sinistra, saper interpretare questo segnale, trasformandolo in progetto, visione e proposta di rappresentanza. La partecipazione c’è stata, la coscienza civica si è espressa con chiarezza: ora è il tempo della responsabilità politica.
Luca Parodi
Risorgimento Socialista
Comitato Socialista per il NO (Milano)
Perché bisogna votare NO. di Franco Lotito

Manca ormai poco all’apertura delle urne del referendum. E’ bene avere le idee chiare su quello che vi metteremo dentro insieme alla scheda.
Alla fine Giorgia Meloni ha preso posizione sul voto referendario. Sul SI alla riforma Nordio non ci sono più soltanto le sue impronte. Ora c’è anche la sua faccia. Questo segna un vero cambio di fase politica nel senso che adesso il campo del SI diventa a tutti gli effetti, il campo politico della Destra al potere. E che Destra! Questo passaggio di fase non può sfuggire alle componenti dello schieramento progressista e di sinistra che hanno dichiarato il loro sostegno alla riforma. Il loro punto di vista e le argomentazioni di “merito” che mettono alla base della loro scelta sono del tutto rispettabili, ma adesso hanno un serio problema da affrontare. Adesso, nel “merito” c’è anche Giorgia Meloni. Ed è inevitabile che ogni “SI” dato alla riforma – quale ne sia la provenienza – diventa un SI anche alla Meloni. Un bel problema. “Testo” (della riforma) e “Contesto”(politico): adesso tutto su tiene.
E’ ormai chiaro a tutti che l’obiettivo sostanziale della riforma Nordio non è quello di separare le carriere di Giudici e Procuratori (è stato già fatto con la riforma Cartabia). E’ quello – molto più pericoloso – di modificare in profondità i rapporti di potere fra la sfera del potere politico e la sfera della autonomia e dell’indipendenza della Magistratura. Se – sciaguratamente – vincesse il SI, non accadrebbe il giorno dopo il voto, ma sono già pronti nei cassetti del Ministro della Giustizia i Decreti Delegati per dare corpo a questo disegno. Parola di Nordio.
Ciò vuol dire una cosa molto semplice. Questa riforma non serve agli italiani, che dovranno continuare a combattere con una macchina della Giustizia lenta, inefficiente e farraginosa. Serve, invece – eccome! – alla casta di governo; che può essere di “destra” o di “sinistra”, come chiarisce lo stesso Nordio, ma sempre casta è. Una casta che chiede alla Magistratura più “collaborazione”, ma soprattutto meno controlli sull’azione di governo.
La realizzazione del disegno dovrebbe avvenire in tre mosse: innanzitutto facendo a pezzi il CSM, cioè infrangendo il carattere unitario della cultura giuridica che obbliga il magistrato a ricercare la verità, prima ancora delle prove per l’accusa. La seconda mossa è la sostituzione del metodo elettivo per la scelta dei componenti del CSM con il sorteggio. La motivazione alla base di questa scelta è che così verrà eliminata l’influenza delle “correnti”. Non è vero! l’”Associazione Nazionale Magistrati” continuerà a rappresentare la quasi totalità delle toghe (il 96%) ed al suo interno continueranno a vivere ed operare le sue 5 correnti. Insomma il 96% dei sorteggiati farà comunque parte di una delle 5 correnti. E allora?
La terza mossa è la più devastante. E’ quella che prevede una pesante manomissione della Carta costituzionale. Sono in balle ben sette articoli! Ebbene è lì il cuore del disegno politico della destra, perché è lì, in quei sette articoli che è custodito uno degli architravi portanti dell’ordinamento del nostro sistema democratico: la separazione dei Poteri.
Non sono un costituzionalista, ma sono un cittadino di questa Repubblica che ha le sue radici profonde nella Resistenza e so che quando viene manomessa la separazione dei poteri e il potere si concentra in poche mani, genera il fascismo. O qualche suo fac-simile.
E’ in atto da tempo un processo a scala planetaria che sospinge i sistemi di governo nella direzione di soluzioni autocratiche. Questo processo ha ricevuto nuovo impulso da quando il governo degli Stati Uniti è caduto nelle mani di Donald Trump. In Europa – nel cuore dell’UE – lo stanno già attivamente praticando l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca. Nel nostro Paese, come sappiamo, riceve le aperte simpatie di FdI e della Lega. In questo filone culturale e politico – per il quale è necessaria la concentrazione più ampia possibile nelle mani dell’Esecutivo -si collocano la riforma del Premierato e la riforma Nordio. Ecco dunque la filigrana vera del “riformismo della destra: l’autoritarismo di governo. Per queste ragioni chi colloca grandi figure del socialismo come Giuliano Vassalli e magari Giacomo Matteotti nel sfera di questa riforma, recita una bestemmia.
Nella Costituzione sono racchiusi insieme, lo spirito della lotta antifascista ed i valori di democrazia e di progresso che hanno fatto grande il nostro Paese. In questo momento è preciso dovere di tutti i democratici e progressisti – a partire da quelli che frequentano il campo delle forze di opposizione – difenderla dall’aggressione messa in atto da questo governo di destra. E c’è un solo modo per farlo: votare NO! alla riforma di Umberto Nordio.
Franco Lotito, Vicepresidente del “Comitato socialista per il NO – per il Referendum 2026”
Diciamo NO anche per evitare che tutti i membri laici del CSM vengano decisi dal governo. di Lorenzo Cantone

Se vincerà il sì, questa maggioranza melonian-berluscon-salviniana potrà nominare da sola tutti i membri laici dei due futuri Consigli superiori della magistratura e dell’Alta Corte disciplinare.
Si intenderà infatti superata e da modificarsi la legge 195/1958 (vecchia di quasi settant’anni), che, per garantire le opposizioni, prevedeva l’elezione di detti membri da parte del Parlamento in seduta comune e a maggioranza qualificata (tre quinti, prima dell’assemblea e poi dei votanti). Un’ampia condivisione politica stabilita come obbligatoria, in quanto correlata a quella che – ai sensi dell’articolo 104 pre-riforma della Costituzione – era una vera e propria elezione dei singoli membri laici.
Ma l’elezione in questione viene sostituita dalla riforma del governo (il cui rispetto per magistratura e minoranze stiamo purtroppo da tempo sperimentando) con una estrazione a sorte da un “elenco” che – come recita il nuovo articolo 104 – “il parlamento in seduta comune … compila mediante elezione”.
Questa estrazione – ai sensi della norma costituzionale riformata – avverrà dunque sulla base di un elenco compilato “nel numero e secondo le procedure previsti dalla legge”: da una nuova legge ordinaria. Cosa impedirà al Parlamento, che voterà la nuova legge a maggioranza semplice, di asserire che non vi è più alcun motivo per redigere l’elenco sulla base di un’ampia condivisione politica, visto che i membri laici – così come quelli togati – non sono più scelti sulla base di criteri correntizi o partitici bensì a sorte in ossequio dei soli requisiti di legge (professori di diritto o avvocati con oltre 15 anni di professione)?
Dovremmo forse fidarci e confidare nella generosità e nel rispetto delle minoranze da parte della attuale maggioranza? Ci siamo già dimenticati che gli attuali governanti sono gli stessi che hanno interrotto la prassi parlamentare, secondo la quale la presidenza di una Camera spettava alla maggioranza e l’altra all’opposizione, eleggendo nel 2022 entrambi i presidenti all’interno della stessa coalizione: La Russa (FdI) al Senato e Fontana (Lega) alla Camera?
Lo hanno potuto fare perché non esisteva alcuna norma costituzionale che prevedesse che una Camera fosse presieduta dalla opposizione. E del resto, se i cittadini dovessero limitarsi a confidare nella generosità o nella correttezza di chi è al potere, le Costituzioni potrebbero anche essere abolite in quanto non servirebbero più a nulla.
La verità è che, se vincerà il sì, nulla impedirà all’attuale maggioranza di approvare una legge ordinaria che, nello stabilire la procedura volta a compilare l’elenco da cui sorteggiare i membri laici, le consenta di indicare da sola, a maggioranza semplice, tutti i nominativi di detto elenco, così scegliendo di fatto tutti i componenti laici dei due futuri Consigli superiori della magistratura e dell’Alta Corte disciplinare. Nulla impedirà questa deriva, perché la maggioranza potrà invocare l’articolo 64 della Costituzione, in base al quale “le Camere deliberano a maggioranza dei presenti, salvo che la stessa Costituzione preveda maggioranze diverse”. E sul Csm – per l’appunto – superata la legge del ’58, la Costituzione nulla dice.
In questa maniera – come è stato giustamente osservato – da una parte avremo magistrati tirati a sorte, e dall’altra una pattuglia serrata, che rappresenta un preciso orientamento politico di parte e quindi potrà condizionare e/o determinare le scelte dell’organo di autogoverno della magistratura, di fatto finalmente controllandola.
Avv. Lorenzo Cantone
5 motivi per votare NO. di Carlo Caponi

Quando si parla di riforma si intende generalmente un provvedimento che tenda a semplificare, rendere più efficiente, un sistema, o risolvere un problema specifico, generale o particolare, questa cosiddetta riforma invece tende a rendere più complesso il funzionamento della giustizia senza risolvere i problemi della eccessiva lunghezza dei processi e della farraginosità delle procedure.
Col referendum del 22-23 marzo 2026 siamo chiamati a confermare o bocciare la cosiddetta “riforma Nordio”, cioè la legge di riforma costituzionale della magistratura recante «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare» del 30 ottobre 2025.
Questa legge modifica sette articoli della Costituzione e prevede, in sintesi:
A) l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura (CSM), uno per la magistratura giudicante (i giudici), uno per la magistratura requirente (i pubblici ministeri, ovvero i sostenitori dell’accusa), al posto del CSM unico per tutti i magistrati;
B) l’estrazione a sorte (anziché l’elezione) dei loro componenti, con modalità diverse per magistrati e componente “politica”;
C) la creazione di un’Alta Corte disciplinare per i soli magistrati ordinari (togliendo il potere disciplinare ai CSM).
Perché diciamo NO alla riforma
I. Perché il potere esecutivo agisce sull’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
Il Consiglio superiore della magistratura è un organo previsto dalla Costituzione che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, penale e civile. È composto per due terzi da magistrati (i “togati”) e per un terzo da avvocati e professori universitari di diritto (i “laici”), eletti, rispettivamente, dai magistrati e dal Parlamento.
Il CSM ha il potere di nominare, trasferire, promuovere e infliggere sanzioni disciplinari ai magistrati per mantenere salda l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario, preservandolo da qualunque ingerenza.
Questa riforma cambia il modello costituzionale del CSM, “spacchetta” il CSM in tre organi (un CSM per i giudici, uno per i pm e un’Alta corte disciplinare), ma modifica natura e attribuzioni dei nuovi CSM. In questo modo, altera l’equilibrio tra poteri disegnato dalla nostra Costituzione.
Nella Costituzione è scritto (art. 104) che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, ma la riforma lede questo principio sacrosanto, toglie ai magistrati la possibilità di eleggere i propri rappresentanti, che saranno scelti per sorteggio, privando la magistratura della possibilità di selezionare le persone ritenute più adatte e competenti a rappresentarla e ad amministrare la vita professionale dei magistrati.
La riforma crea ad arte un pesante squilibrio tra componenti “togati” e “laici” di nomina politica: i togati selezionati con sorteggio puro, i “laici” sorteggiati all’interno di una lista preselezionata di eletti in Parlamento (maggioranza parlamentare): di fatto, un sorteggio pilotato.
La riforma, infine, trasferisce il potere disciplinare sull’operato dei magistrati a un’Alta corte, la cui composizione, rispetto al vecchio Csm, riduce la percentuale dei magistrati, togliendo al Csm l’esclusiva del potere disciplinare, uno dei quattro pilastri posti dai costituenti a tutela della indipendenza e autonomia della magistratura dal potere esecutivo.
Le preoccupazioni maggiori riguardano i collegi giudicanti costituiti all’interno dell’Alta corte per valutare i singoli casi. Questi collegi verranno formati in modalità ancora da definire: per ora la legge dice solo che in essi i magistrati “saranno rappresentati” – ma non dice in che numero e in che proporzione. Una maggioranza politica potrebbe, per esempio, fare una legge secondo cui sono i suoi rappresentanti a giudicare, in maggioranza, il magistrato con il rischio di pressioni, interferenze e intimidazioni, volte a non interferire con le decisioni prese dal governo in carica.
Per i giudizi dell’Alta corte, inoltre, non è previsto il ricorso in Cassazione, ma solo il ricorso in appello davanti a un altro collegio dell’Alta corte stessa, in violazione delle regole stabilite per ogni altro caso giudiziario in Italia.
II. La riforma non fa nulla per affrontare le vere emergenze e i molti mali che affliggono la giustizia italiana. Tempi lunghissimi, mancanza di personale e di risorse, burocrazia e linguaggio complicati. Deve essere chiaro che votando sì alla riforma non ci sarà una giustizia più efficiente e più vicina ai cittadini ma si aumenterà la farraginosità dei procedimenti e i costi sostituendo il CSM attuale con tre organismi indipendenti.
III. Perché separare definitivamente le carriere di giudici e pubblici ministeri può “snaturare” la pubblica accusa (senza aumentare in modo significativo le garanzie di imputati e indagati)
Oggi, giudici e pubblici ministeri si formano e fanno il concorso insieme, la carriera è una, poi assumono funzioni diverse, giudicante o requirente. Possono cambiare una volta sola, passando dall’una all’altra, e per farlo devono anche trasferirsi in un’altra città o regione. Dunque esiste già, di fatto, una separazione di funzioni, perciò con questo sistema, il giudice è già “terzo e imparziale” come vuole la Costituzione (art. 111).
Insieme alla carriera i magistrati condividono la stessa cultura giurisdizionale, il PM non deve vincere a tutti i costi ma deve valutare anche le prove a discarico dell’imputato, l’avvocato, invece, che è una parte privata, non deve cercare anche le prove a carico.
Cosa può succedere con la carriera separata? Se il pm diviene solo un accusatore non deve preoccuparsi di cercare la verità, ma solo di ottenere una condanna. Questo rende più vulnerabili gli imputati che non possono permettersi costosi e prestigiosi collegi di difesa.
Si rischia di avere un pm “superpoliziotto”, alla moda americana, più forte coi deboli, debole coi forti.
IV. Per il modo in cui la riforma è stata approvata.
La Costituzione prevede la possibilità di modifiche, ma predispone un procedimento complesso per incoraggiare una condivisione ampia e tempi di riflessione adeguati, sia in Parlamento, sia nella società (per esempio, richiede quattro approvazioni parlamentari anziché due, e fra l’una e l’altra devono passare necessariamente tre mesi, perché si possa discutere dentro e fuori dall’Aula).
Siamo chiamati al referendum perché la riforma non ha ottenuto l’approvazione dei due terzi del Parlamento. In assenza di una condivisione larga, il governo, anziché favorire la discussione, ha voluto imporre un procedimento “blindato”: dopo la prima approvazione, per le altre tre votazioni previste non è stato possibile presentare emendamenti. Una procedura affrettata e “chiusa” che è esattamente il contrario di quella auspicata da padri e madri costituenti.
V. Perché da molti mesi, il governo attacca il lavoro della magistratura ed esprime insofferenza verso l’applicazione e l’interpretazione di leggi varate dal parlamento e approvate dal Capo dello Stato, quando vanno contro le decisioni politiche prese dalla maggioranza.
La presidente del Consiglio ha parlato perfino dell’esigenza di “fermare l’invadenza” della magistratura rispetto alle decisioni del potere politico (in relazione ai doverosi controlli della Corte dei Conti, che tutela i soldi raccolti con le tasse pagate dai cittadini). Ha detto pure che spesso la magistratura “vanifica il lavoro delle forze di sicurezza”, menzionando casi in cui i giudici sono intervenuti annullando misure di fermo, detenzione o espulsione applicando le leggi emanate a garanzia dei cittadini.
Ma l’indipendenza della magistratura serve proprio a far si che il potere giudiziario possa limitare il potere esecutivo e controllare che rispetti le leggi, a tutela di tutt*. È uno dei cardini delle democrazie liberali, che non a caso oggi è sotto attacco in molti Paesi, in Europa e nel mondo. Votare NO significa pretendere che la Giustizia sia uguale per tutt* e non permetta a chi governa di sottrarsi alle proprie responsabilità in caso di compressione delle libertà di stampa, libertà di associazione e opinione, dolo, corruzione, concussione, comportamenti scorretti e leggi atte a favorire interessi privati.
Carlo Caponi, Comitato provinciale ANPI di Roma
Perché è giusto votare NO. di Luca Cesari

Il Consiglio superiore della magistratura è un organo di rilievo costituzionale (cioè previsto dalla Costituzione) che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, penale e civile. È composto per due terzi da magistrati (i “togati”) e per un terzo da avvocati e professori universitari di diritto (i “laici”), eletti, rispettivamente, dai magistrati e dal Parlamento.
I padri e le madri costituenti hanno assegnato al CSM il potere di nominare, trasferire, promuovere e infliggere sanzioni disciplinari ai magistrati: dicevano che questi poteri erano come quattro “chiodi” piantati per mantenere salda l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario, preservandolo da qualunque ingerenza.
Questa riforma, però, cambia il modello costituzionale del CSM. Non solo “spacchetta” il CSM in tre organi (un CSM per i giudici, uno per i PM e un’Alta corte disciplinare), ma modifica natura e attribuzioni dei nuovi CSM. In questo modo, altera profondamente l’equilibrio tra poteri disegnato dalla nostra Costituzione, in particolare tra potere giudiziario (esercitato dai magistrati), potere esecutivo (il governo) e potere legislativo (il Parlamento).
Per questo motivo Noi Socialisti invitiamo a votare NO !
Luca Cesari , Responsabile di Roma e Lazio per il “Comitato socialista per il NO – per il Referendum 2026”
Per un futuro di equità e libertà il nostro NO come socialisti al Referendum sulla Giustizia. del Circolo Socialista Nebroideo Indipendente

Forse non serve dire che questa nostra posizione, questa scelta di schierarci come Circolo Socialista Nebroideo Indipendente “Italo Carcione” per il NO al referendum del 22 e 23 marzo, nasce da qualcosa di più di un semplice sentire.
È il risultato, semmai, di un percorso condiviso, di un ragionamento che si è fatto strada tra le parole di molti, tra le esperienze di chi, da sempre, ha creduto nella magistratura come baluardo contro le ingiustizie.
Non si tratta di una presa di posizione isolata, ma di un modo di pensare che si alimenta con il confronto, con il rispetto delle storie di ciascuno.
È un pensiero che si radica nella convinzione che la separazione tra i poteri, la piena autonomia dei giudici, siano valori di cui non si può fare a meno.
Non perché siano dogmi intoccabili, ma perché sono il fondamento di un sistema che, almeno in teoria, dovrebbe tutelare chi si trova in posizione di svantaggio, chi lotta per i diritti, chi non ha voce.
Il nostro NO, allora, si inserisce in un discorso più ampio, un ragionamento che coinvolge tutti noi, uomini e donne socialisti e socialiste, che abbiamo visto e vissuto le contraddizioni di un sistema che a volte sembra troppo fragile, troppo esposto alle influenze di chi ha più potere.
Se si rafforzasse la divisione tra le carriere, se si sdoppiasse il Consiglio Superiore della Magistratura e si affidasse a estrazioni a sorte la composizione di alcuni suoi membri, cosa cambierebbe?
La sensazione, condivisa, è che la nostra autonomia si indebolirebbe, che la pressione potrebbe aumentare, e che la giustizia perderebbe quella sua capacità di essere un’ultima istanza di tutela.
Poi, se si pensasse di creare una corte disciplinare solo per i magistrati ordinari, togliendo ulteriori poteri al CSM, ci si renderebbe conto che si rischia di spostare l’equilibrio, di rendere il sistema più vulnerabile.
E tutto questo, in un momento in cui le inefficienze, i ritardi, le risorse scarse sono problemi che vanno affrontati, non smantellando pezzi di un ingranaggio già troppo usurato, ma rafforzandolo.
Il ragionamento, infine, si fa collettivo anche nel ricordare che questa battaglia si lega alla storia della sinistra, a figure come il compagno, Avvocato Sandro Pertini, che sapeva bene che la difesa della magistratura non era solo un atto di partito, ma un impegno civile, un atto di fede nella giustizia come bene comune.
E allora, da questa terra, dal cuore dei Nebrodi vogliamo dire che il nostro NO non è solo un voto, ma una scelta di coerenza, di responsabilità.
E invitiamo tutti a farlo con noi: votate NO, e fate votare NO.
Perché il futuro di questa terra, di questa democrazia dipende anche da come ci prendiamo cura di quei principi che ci uniscono, anche quando tutto sembra remare contro.
Circolo Socialista Nebroideo Indipendente “Italo Carcione”
Perché bisogna votare NO. di Rino Giuliani

Il carattere essenziale dello Stato di diritto costituzionale è sempre stato delineato sul piano ideale attraverso rapporti non equivoci fra libertà e esercizio del potere. Con riflessi nella organizzazione delle giurisdizione.
La separazione dei poteri è un capisaldo del pensiero costituzionale liberale. Nella difesa dell’indipendenza della intera magistratura e del CSM si sarebbe potuta fare una separazione delle funzioni, senza ricorrere ad una revisione costituzionale, con una legge ordinaria condivisa e con un esercizio alterno delle funzioni requirenti e giudicanti.
Invece quello che con il referendum confirmatorio ci troviamo davanti sono due CSM separati, autoreferenziali, indeboliti perché privati della competenza disciplinare affidata ad una Alta Corte i cui verdetti non sono ricorribili in Cassazione.
L’uso del sorteggio nella scelta dei componenti togati delinea una composizione su criteri diseguali che da il senso delle intenzioni di condizionamento degli organismi che si vuole cambiare intervenendo sulla Costituzione .
Votare NO ad una legge che è un intervento sulle carriere e non certo una riforma della giustizia ( questa sì che sarebbe stata di interesse per i cittadini) è anche un atto responsabile di chi, cittadino, intende tutelarsi da una possibile, non auspicabile magistratura condizionata dal potere politico e da interventi dei governi.
Rino Giuliani (Vicepresidente dell’Istituto Fernando Santi)
Perché votare No al referendum sulla riforma della giustizia del 22-23 marzo. di Riccardo Achilli

La riforma Nordio, al di là di cosa se ne pensi nel merito, è stata concepita in un clima di odio e contrasto nei confronti della magistratura da parte degli eredi politici di Berlusconi e dei suoi guai giudiziari. La relazione del Presidente della Cassazione all’apertura dell’anno giudiziario, che non è un invito a votare no, sottolinea il pericolo di questo clima, che rischia di sfasciare gli equilibri istituzionali in una insensata guerra fra poteri dello Stato.
Dice infatti i Pg della Cassazione: “Il volto di una giurisdizione sfregiata nell’immagine e privata del rispetto collettivo per il valore essenziale della sua funzione non giova a nessuno: non ai cittadini, che alla giurisdizione devono potersi integralmente affidare (…), non all’Avvocatura, che ha contribuito a preservare, proprio nella dialogia con la Magistratura, i pilastri delle garanzie dello Stato di diritto; non alle Istituzioni rappresentative, che necessariamente devono fondare forza e legittimazione di tale rappresentatività sull’irrinunciabile rispetto del principio di separazione dei poteri, dunque anche dell’indipendenza ed autonomia della Magistratura. L’obiettivo è che cessi ogni lacerazione istituzionale, solo demolitiva, solo deleteria”. Nessun riferimento, come si può leggere, alla riforma Nordio, ma un richiamo al reciproco rispetto dei diversi poteri dello Stato, messo in pericolo da dialettiche e comportamenti politici, da parte dell’attuale maggioranza, volti a minare la fiducia dei cittadini nella magistratura, e quindi la sua autonomia.
A riprova di tale clima punitivo, vi è la proposta di Tajani, ovviamente a valle di una eventuale vittoria del Sì, di togliere alla magistratura il controllo della polizia giudiziaria, di fatto facendo in modo che le indagini preliminari non siano più guidate da un magistrato indipendente, ma da un organo, la P.G., dipendente dal Governo.
Per questo occorre votare no: perché nessuna riforma equilibrata può nascere da questo clima. Che e’ un clima di vendetta.
Peraltro, anche andando nel merito della riforma, si evidenziano aspetti critici, o quantomeno poco chiari.
Un Csm dedicato esclusivamente ai Pubblici Ministeri rischia di creare una setta di accusatori autonoma rispetto al resto del corpo della magistratura, quindi più forte ed indipendente.
Il ricorso ampio ai sorteggi per la selezione dei membri dei due Csm e dell’Alta Corte disciplinare non dà garanzie circa la competenza e la capacità dei soggetti preposti ad un compito così delicato.
La separazione in organi diversi delle competenze su nomine, trasferimenti ed avanzamenti di carriera e di quelle disciplinari appare artificiosa ed inefficiente, considerato che il profilo disciplinare di un giudice deve per forza interagire sincronicamente con la sua carriera.
Il numero di componenti laici, di fatto influenzabili dalla politica perché eletti dl Parlamento, aumenta considerevolmente rispetto al terzo dei componenti dell’attuale Csm come da articolo 104 della Costituzione. Avremo una pletora di soggetti nominati dalla politica, fra i due Csm e l’Alta Corte.
Infine, rispetto all’Alta Corte che dovrà occuparsi dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, le preoccupazioni maggiori riguardano i collegi giudicanti costituiti all’interno dell’Alta corte per valutare i singoli casi. Questi collegi verranno formati in modalità ancora da definire: per ora la legge dice solo che in essi i magistrati “saranno rappresentati” – ma non dice in che numero e in che proporzione. Una maggioranza politica potrebbe, per esempio, fare una legge secondo cui sono i suoi rappresentanti a giudicare, in maggioranza, il magistrato. Il rischio di pressioni, interferenze e intimidazioni, quindi, esiste. Per i giudizi dell’Alta Corte, inoltre, non è previsto il ricorso in Cassazione, ma solo il ricorso in appello davanti a un altro collegio dell’Alta Corte stessa.
Per tutte queste ragioni, di clima politico e di merito, occorre votare No al referendum.
Riccardo Achilli
Su cosa voteremo il 22 e 23 marzo? di Sergio Bagnasco

Sulla separazione delle carriere? NO!
Persino la risposta “anche” è sbagliata perché approvando questa riforma non sapremmo in cosa consisterebbe la distinzione delle carriere.
In ogni caso, il PM ha già di base una carriera separata da quella del giudice perché se inizia come procuratore e non cambia mai funzione la sua carriera sarà quella del Procuratore.
Per abolire il passaggio di funzioni – cosa che avviene molto raramente – basta una modifica della legge ordinaria.
Voteremo sulla giustizia?
NO! Perché la riforma non riguarda il processo con i suoi inaccettabili tempi e costi per accedere al servizio giustizia.
Noi voteremo su una riforma che riguarda sostanzialmente il Consiglio Superiore della Magistratura e prevede:
– l’obbligo per il legislatore di disciplinare le distinte carriere dei magistrati giudicanti e requirenti;
– lo sdoppiamento del CSM in due organismi; uno dedicato alla valutazione professionale del giudice e uno alla valutazione professionale dei procuratori;
– il trasferimento della funzione disciplinare dal CSM al nuovo organismo che si chiamerà Alta Corte disciplinare in cui i magistrati giudicanti o requirenti saranno semplicemente “rappresentati”;
– la titolarità della funzione disciplinare esclusivamente in capo al Ministro della giustizia;
– il sorteggio dei componenti togati indistintamente tra tutti i magistrati;
– il sorteggio dei componenti laici tra un gruppo di eletti dal Parlamento e quindi con certezza graditi alla maggioranza parlamentare;
– l’eliminazione dell’organismo di rilievo costituzionale che oggi è custode delle prerogative costituzionali della magistratura.
A fronte di tutto ciò è desolante il tentativo di far passare il messaggio che questa sia una riforma per introdurre la separazione delle carriere.
Non è così!
La separazione delle carriere di fatto c’è già, come illustrato, e può essere ulteriormente disciplinata con legge ordinaria; perché allora si vuole modificare la Costituzione?
La risposta è “perché così si rafforza la scelta politica”.
Questa risposta è priva di fondamento logico perché la riforma si limita a dire al legislatore di disciplinare la distinzione delle carriere.
La riforma non specifica nemmeno che è vietato passare dalla funzione giudicante a quella requirente quindi il legislatore potrebbe lasciare l’attuale possibilità per esempio rendendo più difficile il passaggio.
Qualsiasi cosa sarà dal legislatore deciso per disciplinare le distinte carriere sarà precisato in una legge ordinaria modificabile come ogni legge ordinaria. Dove sta il rafforzamento se in Costituzione non c’è alcuna prescrizione tassativa?
In ogni caso, la distinzione delle carriere potrà prevedere esattamente quel che già adesso potrebbe essere previsto perché la nuova legge ordinaria dovrà rispettare gli attuali principi costituzionali riconfermati:
– il PM è un magistrato;
– il PM ha le stesse garanzie costituzionali del Giudice, inamovibilità compresa;
– Giudice e PM continueranno a essere titolari della funzione giurisdizionale: uno giudica i fatti che l’altro ha accertato.
Ne consegue che quando ci dicono che l’Italia è l’unico paese occidentale in cui non c’è la separazione delle carriere omettono di spiegarci a chi ci avvicineremmo: non agli USA dove il PM non è un magistrato; non a Spagna, Germania o Francia dove il PM non ha le stesse garanzie costituzionali del Giudice e/o è subordinato al Ministro di Giustizia o al Procuratore Generale che è di nomina politica.
Quindi? Perché tanta esaltazione per la separazione delle carriere se in realtà continueremmo a essere l’Italia senza alcuna caratteristica di separazione delle carriere in comune con i Paesi che vengono evocati?
Questa riforma in realtà ha lo scopo di #demolire_il_CSM per introdurre strumenti di controllo e intimidazione della magistratura la cui autonomia e indipendenza sarà compromessa già per il fatto oggettivo che la Magistratura non avrà più un organismo che potrà agire a tutela delle sue prerogative solo formalmente riconfermate.
Il CSM viene letteralmente demolito per dare vita a tre distinti organismi di rilievo costituzionale ciascuno autonomo e indipendente dagli altri e quindi nei fatti avremmo due magistrature e un Tribunale Speciale.
Quali siano i vantaggi che deriverebbero ai cittadini da questa riforma non è dato saperlo mentre non certezza sappiamo che tante cose dovrebbero far storcere il naso.
La valutazione professionale dei magistrati sarà molto più blanda perché ogni magistrato sarà valutato da un CSM composto in maggioranza da propri pari; immaginate una commissione per l’esame di maturità composta in maggioranza da studenti colleghi dell’esaminato; come giudichereste una simile commissione?
Il sorteggio consente di collocare nei CSM e nell’Alta Corte persone con un forte mandato politico mentre i magistrati sarebbero indifferenziati ma ciò non esclude che i sorteggiati non facciano le stesse cose che si imputano agli eletti e il sorteggio non esclude nemmeno che siano sorteggiati magistrati iscritti a una corrente o che una corrente risulti casualmente premiata dal sorteggio.
Lo spacchettamento del CSM priverà la magistratura di un organismo che possa agire in tutela delle prerogative costituzionali della magistratura formalmente riconfermate ma di fatto depotenziate perché private di ogni presidio posto a tutela.
L’Alta Corte, in base al testo costituzionale, sarà azionabile esclusivamente dal Ministro della Giustizia e in questo tribunale i magistrati giudicanti o requirenti saranno solo rappresentati; quindi il collegio potrebbe essere composto in maggioranza da giudici di nomina politica.
Questa riforma introduce in Costituzione molte contraddizioni e rilascia cambiali in bianco alla maggioranza parlamentare di turno perché ciò che questa riforma prevede sarà regolato da future leggi ordinarie.
Questa riforma introduce nella magistratura elementi di strutturale conflittualità perché il CSM giudicante potrebbe assumere su questioni che attengono alla magistratura posizioni divergenti rispetto al CSM requirente.
Inizierebbe una nuova stagione di incerta transizione e conflittualità.
La Costituzione si può modificare ma non per creare incertezze, conflitti e compromettere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura che dovrebbero essere corredate da efficienza.
Ogni intervento legislativo dovrebbe mirare a rendere più efficiente la magistratura autonoma e indipendente.
#IOVOTONO e tu?
Sergio Bagnasco