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Un mese di impegno straordinario per fare vincere il NO al Referendum. di Gioacchino Assogna

Voglio sviluppare alcune considerazioni riguardo al Referendum sulla cosiddetta separazione delle Carriere dei Magistrati, approvata unilateralmente dal centrodestra.
Infatti la separazione e’ avvenuta con la legge del 2022 del governo Draghi che prevede la possibilità una volta solo il cambio di funzione in tutta la carriera con lo spostamento ad un’altra Regione.
Vi ricorrono solo una ventina di Magistrati ogni anno e stupisce che si possa fare un Referendum Costituzionale per una ventina di persone.
Grazie alla raccolta delle oltre 500.000 firme sono stati inseriti nel quesito Referendario i 7 articoli interessati dalle modifiche tra cui la rimozione della partecipazione del Capo dello Stato ai nuovi CSM.
C’e’ da rilevare la incredibile modalità di prevedere il sorteggio dei Magistrati per la composizione dei nuovi CSM e dell’Alta Corte Disciplinare, cioè per organismi di autogoverno in nessun paese democratico adottato, mentre per i rappresentanti della politica vengono scelti da loro in un elenco (grande o piccolo da decidere).
Inoltre e’ emerso in questi giorni che il compenso per ogni Componente dell’organismo Disciplinare sarà di ben 311.500 Euro l’anno per un impegno stimato di 2 giorni al mese?
Proprio oggi mi e’ capitato di leggere l’ultima chicca riguardo il Ministro Nordio, che il 4/4/1994, insieme ad altri Magistrati del Tribunale di Venezia scrisse alla Associazione Nazionale Magistrati per dire che erano contrari alla separazione delle carriere? Ovviamente ha cercato di tenerlo nascosto per evitare la diffusa derisione per questa palese contraddizione.
E’ importante che gli ultimi sondaggi danno il NO verso un promettente recupero indicato in un possibile 51,5% in caso di una affluenza alle urne del 46%.
Manca circa un mese alla scadenza elettorale del Referendum e ci vuole la continuità di un impegno mirato per fare andare a votare i cittadini nella consapevolezza dell’importanza di votare NO e difendere la nostra Costituzione a tutela dei sacrosanti diritti dei cittadini e della indipendenza reale della Magistratura.
Votiamo NO con convinzione e impegno.
Gioacchino Assogna Coordinatire Socialista del Municipio X di Roma
5 motivi per votare NO. di Carlo Caponi

Quando si parla di riforma si intende generalmente un provvedimento che tenda a semplificare, rendere più efficiente, un sistema, o risolvere un problema specifico, generale o particolare, questa cosiddetta riforma invece tende a rendere più complesso il funzionamento della giustizia senza risolvere i problemi della eccessiva lunghezza dei processi e della farraginosità delle procedure.
Col referendum del 22-23 marzo 2026 siamo chiamati a confermare o bocciare la cosiddetta “riforma Nordio”, cioè la legge di riforma costituzionale della magistratura recante «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare» del 30 ottobre 2025.
Questa legge modifica sette articoli della Costituzione e prevede, in sintesi:
A) l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura (CSM), uno per la magistratura giudicante (i giudici), uno per la magistratura requirente (i pubblici ministeri, ovvero i sostenitori dell’accusa), al posto del CSM unico per tutti i magistrati;
B) l’estrazione a sorte (anziché l’elezione) dei loro componenti, con modalità diverse per magistrati e componente “politica”;
C) la creazione di un’Alta Corte disciplinare per i soli magistrati ordinari (togliendo il potere disciplinare ai CSM).
Perché diciamo NO alla riforma
I. Perché il potere esecutivo agisce sull’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
Il Consiglio superiore della magistratura è un organo previsto dalla Costituzione che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, penale e civile. È composto per due terzi da magistrati (i “togati”) e per un terzo da avvocati e professori universitari di diritto (i “laici”), eletti, rispettivamente, dai magistrati e dal Parlamento.
Il CSM ha il potere di nominare, trasferire, promuovere e infliggere sanzioni disciplinari ai magistrati per mantenere salda l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario, preservandolo da qualunque ingerenza.
Questa riforma cambia il modello costituzionale del CSM, “spacchetta” il CSM in tre organi (un CSM per i giudici, uno per i pm e un’Alta corte disciplinare), ma modifica natura e attribuzioni dei nuovi CSM. In questo modo, altera l’equilibrio tra poteri disegnato dalla nostra Costituzione.
Nella Costituzione è scritto (art. 104) che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, ma la riforma lede questo principio sacrosanto, toglie ai magistrati la possibilità di eleggere i propri rappresentanti, che saranno scelti per sorteggio, privando la magistratura della possibilità di selezionare le persone ritenute più adatte e competenti a rappresentarla e ad amministrare la vita professionale dei magistrati.
La riforma crea ad arte un pesante squilibrio tra componenti “togati” e “laici” di nomina politica: i togati selezionati con sorteggio puro, i “laici” sorteggiati all’interno di una lista preselezionata di eletti in Parlamento (maggioranza parlamentare): di fatto, un sorteggio pilotato.
La riforma, infine, trasferisce il potere disciplinare sull’operato dei magistrati a un’Alta corte, la cui composizione, rispetto al vecchio Csm, riduce la percentuale dei magistrati, togliendo al Csm l’esclusiva del potere disciplinare, uno dei quattro pilastri posti dai costituenti a tutela della indipendenza e autonomia della magistratura dal potere esecutivo.
Le preoccupazioni maggiori riguardano i collegi giudicanti costituiti all’interno dell’Alta corte per valutare i singoli casi. Questi collegi verranno formati in modalità ancora da definire: per ora la legge dice solo che in essi i magistrati “saranno rappresentati” – ma non dice in che numero e in che proporzione. Una maggioranza politica potrebbe, per esempio, fare una legge secondo cui sono i suoi rappresentanti a giudicare, in maggioranza, il magistrato con il rischio di pressioni, interferenze e intimidazioni, volte a non interferire con le decisioni prese dal governo in carica.
Per i giudizi dell’Alta corte, inoltre, non è previsto il ricorso in Cassazione, ma solo il ricorso in appello davanti a un altro collegio dell’Alta corte stessa, in violazione delle regole stabilite per ogni altro caso giudiziario in Italia.
II. La riforma non fa nulla per affrontare le vere emergenze e i molti mali che affliggono la giustizia italiana. Tempi lunghissimi, mancanza di personale e di risorse, burocrazia e linguaggio complicati. Deve essere chiaro che votando sì alla riforma non ci sarà una giustizia più efficiente e più vicina ai cittadini ma si aumenterà la farraginosità dei procedimenti e i costi sostituendo il CSM attuale con tre organismi indipendenti.
III. Perché separare definitivamente le carriere di giudici e pubblici ministeri può “snaturare” la pubblica accusa (senza aumentare in modo significativo le garanzie di imputati e indagati)
Oggi, giudici e pubblici ministeri si formano e fanno il concorso insieme, la carriera è una, poi assumono funzioni diverse, giudicante o requirente. Possono cambiare una volta sola, passando dall’una all’altra, e per farlo devono anche trasferirsi in un’altra città o regione. Dunque esiste già, di fatto, una separazione di funzioni, perciò con questo sistema, il giudice è già “terzo e imparziale” come vuole la Costituzione (art. 111).
Insieme alla carriera i magistrati condividono la stessa cultura giurisdizionale, il PM non deve vincere a tutti i costi ma deve valutare anche le prove a discarico dell’imputato, l’avvocato, invece, che è una parte privata, non deve cercare anche le prove a carico.
Cosa può succedere con la carriera separata? Se il pm diviene solo un accusatore non deve preoccuparsi di cercare la verità, ma solo di ottenere una condanna. Questo rende più vulnerabili gli imputati che non possono permettersi costosi e prestigiosi collegi di difesa.
Si rischia di avere un pm “superpoliziotto”, alla moda americana, più forte coi deboli, debole coi forti.
IV. Per il modo in cui la riforma è stata approvata.
La Costituzione prevede la possibilità di modifiche, ma predispone un procedimento complesso per incoraggiare una condivisione ampia e tempi di riflessione adeguati, sia in Parlamento, sia nella società (per esempio, richiede quattro approvazioni parlamentari anziché due, e fra l’una e l’altra devono passare necessariamente tre mesi, perché si possa discutere dentro e fuori dall’Aula).
Siamo chiamati al referendum perché la riforma non ha ottenuto l’approvazione dei due terzi del Parlamento. In assenza di una condivisione larga, il governo, anziché favorire la discussione, ha voluto imporre un procedimento “blindato”: dopo la prima approvazione, per le altre tre votazioni previste non è stato possibile presentare emendamenti. Una procedura affrettata e “chiusa” che è esattamente il contrario di quella auspicata da padri e madri costituenti.
V. Perché da molti mesi, il governo attacca il lavoro della magistratura ed esprime insofferenza verso l’applicazione e l’interpretazione di leggi varate dal parlamento e approvate dal Capo dello Stato, quando vanno contro le decisioni politiche prese dalla maggioranza.
La presidente del Consiglio ha parlato perfino dell’esigenza di “fermare l’invadenza” della magistratura rispetto alle decisioni del potere politico (in relazione ai doverosi controlli della Corte dei Conti, che tutela i soldi raccolti con le tasse pagate dai cittadini). Ha detto pure che spesso la magistratura “vanifica il lavoro delle forze di sicurezza”, menzionando casi in cui i giudici sono intervenuti annullando misure di fermo, detenzione o espulsione applicando le leggi emanate a garanzia dei cittadini.
Ma l’indipendenza della magistratura serve proprio a far si che il potere giudiziario possa limitare il potere esecutivo e controllare che rispetti le leggi, a tutela di tutt*. È uno dei cardini delle democrazie liberali, che non a caso oggi è sotto attacco in molti Paesi, in Europa e nel mondo. Votare NO significa pretendere che la Giustizia sia uguale per tutt* e non permetta a chi governa di sottrarsi alle proprie responsabilità in caso di compressione delle libertà di stampa, libertà di associazione e opinione, dolo, corruzione, concussione, comportamenti scorretti e leggi atte a favorire interessi privati.
Carlo Caponi, Comitato provinciale ANPI di Roma
Perché votare NO alla riforma della Giustizia: una scelta di difesa costituzionale, democratica e civile. di Alberto Angeli

Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma della Giustizia rappresenta uno snodo cruciale per l’assetto istituzionale della Repubblica. Non si tratta di una semplice modifica organizzativa del sistema giudiziario, ma di un intervento che incide direttamente sui principi fondanti dello Stato costituzionale di diritto, così come disegnato dalla Costituzione del 1948. La proposta di separare le carriere dei magistrati, distinguendo rigidamente la magistratura giudicante da quella requirente, e di istituire due Consigli Superiori della Magistratura distinti, con componenti selezionati anche mediante sorteggio, solleva interrogativi profondi sul piano giuridico, democratico e politico. Per queste ragioni, il voto NO appare non solo legittimo, ma necessario.
1. L’unità della magistratura nel disegno costituzionale
La Costituzione italiana non prevede espressamente la separazione delle carriere. Al contrario, essa costruisce un modello di magistratura unitaria, autonoma e indipendente da ogni altro potere dello Stato. L’articolo 104, comma 1, stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Tale affermazione non distingue tra giudici e pubblici ministeri, che sono entrambi ricompresi nell’ordine giudiziario.
Questo assetto trova ulteriore conferma nell’articolo 107, che tutela l’inamovibilità dei magistrati, e nell’articolo 101, secondo cui “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Il pubblico ministero, pur svolgendo una funzione diversa rispetto al giudice, è parte integrante di questo sistema di garanzie, perché esercita l’azione penale non in nome del Governo, ma in nome della legge.
I Costituenti scelsero consapevolmente questo modello per evitare il ritorno a forme di giustizia asservita al potere esecutivo, come era avvenuto durante il fascismo, quando il pubblico ministero dipendeva gerarchicamente dal Ministro della Giustizia. L’unità delle carriere non è dunque un accidente storico, ma un presidio di libertà.
2. La separazione delle carriere e il rischio di subordinazione del PM
La separazione delle carriere, presentata dai sostenitori del SÌ come strumento di imparzialità del giudice, rischia in realtà di produrre l’effetto opposto: una progressiva politicizzazione della magistratura requirente. Una volta separato dal giudice, il pubblico ministero diventa più facilmente assimilabile a una parte dell’apparato statale orientata all’“ordine pubblico”, e dunque più esposta a pressioni politiche.
Il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 Cost.) è uno dei cardini del sistema italiano. Esso impedisce che le indagini e le persecuzioni penali siano selettive, guidate da convenienze politiche o da indirizzi di maggioranza. Una magistratura requirente separata, dotata di un proprio CSM e potenzialmente distinta anche sul piano culturale e funzionale, rende più fragile questo principio, aprendo la strada a forme di discrezionalità di fatto.
La riforma, pur non prevedendo formalmente una subordinazione del PM all’esecutivo, crea le condizioni strutturali affinché ciò possa avvenire in futuro. Il diritto costituzionale insegna che le garanzie democratiche non vengono demolite all’improvviso, ma erose gradualmente, attraverso riforme che alterano gli equilibri senza dichiararlo apertamente.
3. Due Consigli Superiori della Magistratura: frammentazione e indebolimento
L’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura separati rappresenta una novità dirompente. Il CSM, previsto dall’articolo 104 Cost., è l’organo di autogoverno della magistratura, pensato per sottrarre le carriere, le nomine e i procedimenti disciplinari all’influenza del potere politico.
La duplicazione del CSM produce una frammentazione dell’ordine giudiziario, creando due magistrature potenzialmente contrapposte, con interessi e logiche diverse. Ciò non rafforza l’indipendenza della giurisdizione, ma la indebolisce, perché divide un potere che la Costituzione ha voluto unitario proprio per renderlo più resistente alle pressioni esterne.
Inoltre, la presenza di membri “laici” eletti dal Parlamento, in due distinti CSM, moltiplica i punti di contatto tra politica e magistratura, aumentando il rischio di interferenze e condizionamenti.
4. Il sorteggio: una risposta illusoria alle degenerazioni correntizie
Uno degli argomenti a favore della riforma è la necessità di superare il correntismo all’interno della magistratura. Tuttavia, la soluzione proposta – il sorteggio dei membri dei CSM – appare demagogica e pericolosa.
Il sorteggio non garantisce né competenza né autorevolezza. Un organo di autogoverno deve essere composto da magistrati con esperienza, riconosciuta capacità e senso delle istituzioni. Affidare tale funzione al caso significa indebolire la qualità delle decisioni e favorire la nascita di poteri informali, non trasparenti, spesso più difficili da controllare delle correnti ufficiali.
Inoltre, il sorteggio non elimina il potere, ma lo rende casuale e irresponsabile. Come insegna la teoria delle istituzioni, l’assenza di meccanismi di rappresentanza e responsabilità non produce neutralità, ma opacità.
5. Una riforma in contrasto con il principio di separazione dei poteri
Il principio di separazione dei poteri, nella tradizione costituzionale europea, non è una separazione rigida, ma un sistema di equilibrio e controllo reciproco. La magistratura non è un potere “nemico” della politica, ma un potere autonomo che garantisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Questa riforma rischia di alterare tale equilibrio, rafforzando l’esecutivo e indebolendo il potere giudiziario. L’esperienza di Paesi come gli Stati Uniti, dove il pubblico ministero è spesso eletto o direttamente dipendente dal potere politico, mostra come ciò possa condurre a un uso strumentale della giustizia. Le recenti vicende legate all’amministrazione Trump evidenziano i pericoli di una magistratura percepita come parte del conflitto politico, anziché come garante imparziale della legalità.
6. Una riforma ideologica, non necessaria
È vero che, nel passato, anche settori della sinistra e della cultura giuridica progressista hanno discusso della separazione delle carriere. Ma tali riflessioni non si sono mai tradotte in riforme compiute, proprio a causa delle profonde criticità emerse nel dibattito dottrinale.
I problemi reali della giustizia italiana – lentezza dei processi, carenze di organico, inefficienze organizzative – non vengono risolti da questa riforma. Al contrario, essa sposta l’attenzione dalle vere urgenze a una battaglia ideologica che rischia di compromettere le garanzie costituzionali.
Votare NO per difendere la Repubblica costituzionale. Votare NO a questa riforma significa difendere l’indipendenza della magistratura, la separazione dei poteri e lo spirito della Costituzione repubblicana. Non si tratta di difendere privilegi o corporazioni, ma di tutelare un principio fondamentale: nessun potere deve poter controllare la giustizia.
La Costituzione non è un ostacolo da aggirare, ma un patrimonio da preservare. In un momento storico segnato da tensioni istituzionali e da una crescente delegittimazione dei corpi di garanzia, il voto NO rappresenta una scelta di responsabilità democratica e di fedeltà ai valori fondativi della Repubblica.
Alberto Angeli