separazione delle carriere

Il garantismo non c’ entra, stavolta tocca votare no. Non siamo al referendum del 1987, ben altre sono le condizioni politiche. di Luca Cefisi

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Se avessi avuto dubbi su come votare, i Fratelli mi hanno convinto definitivamente.

Voto No, che il principio della separazione delle carriere, giusto in astratto, non è francamente così cruciale in concreto se avulso da un’azione generale ispirata da una cultura e un’etica di “libertà per davvero”.

Oggi questo principio è strumentalizzato per sostenere le ben note pulsioni forcaiole, del resto ogni arma ha sempre un doppio taglio, è buona o cattiva a seconda del contesto e dell’uso che si intende farne. E questi qua non recitano neppure più la parte dei garantisti farlocchi e classisti dei tempi berlusconiani, quando l’invocazione ipocrita delle garanzie per il cittadino imputato, pur pelosa per ragioni e circostanze, tanto accorata per certuni ma flebile o distratta per certi altri, gli sfigati che non potevano neppure permettersi un falso in bilancio, era perlomeno un residuo omaggio alla virtù.

Quello che si vuole affermare oggi è un’agenda politica precisa di prevalenza del potere esecutivo, e il diritto ne è appena il pretesto, nella convinzione di piegarlo al potere. Le scelte politiche si fanno nelle condizioni storiche date: raccontarsi che siamo ancora nel 1987, in altri tempi, altri referendum e altri schieramenti, significa non cogliere i tempi in cui stiamo vivendo. E non conviene dimenticarsi che ogni sistema giuridico riflette sempre i rapporti di forza reali. Ma, grazie all’ufficio propaganda dei Fratelli, raramente un programma fu più chiaro e inequivocabile: ed a questo, qui ed ora, occorre reagire.

Luca Cefisi

Le ragioni del nostro NO. di Roberto Biscardini

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L’orientamento prevalente per il referendum giustizia.

A marzo o ad aprile si andrà a votare per il referendum sulla giustizia. Un referendum divisivo, che presenta sia aspetti molto tecnici ed altri di natura più politica.

Se nel merito la proposta di riforma può essere largamente condivisa, considerando peraltro che alcuni di noi e molte forze politiche anche del centrosinistra hanno per anni sostenuto non solo la separazione delle carriere dei magistrati, ma anche lo sdoppiamento del CSM, l’elezione di una nuova Corte di Giustizia in materia disciplinare e, in sintonia con altri ordinamenti europei, il superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale, più rilevante appare ormai l’aspetto politico.

Sul piano politico la proposta va rigettata con un voto contrario.

Per prima cosa per una questione di metodo: non è vero che la carta costituzionale non è modificabile, ma per stare allo spirito che la ispirò, le modifiche dovrebbero essere il frutto di una condivisione e di una discussione larga tra tutte le forze politiche, anche tra schieramenti politici diversi. Ciò non è avvenuto, nonostante sulla materia, ci fossero, in ragione del dibattito degli ultimi decenni, tutte le condizioni per poterlo fare. Il governo e la sua maggioranza non hanno voluto condividere la riforma con le opposizioni. E così il confronto ora è tutto oltre il merito.

Da una parte l’arroganza del governo che vive questa riforma come una sua personale bandiera ideologica e di posizionamento, e dall’altra la sinistra che a questo punto si trova costretta a rappresentare quella parte di opinione pubblica che vuol far sentire la propria voce contro un governo di destra-destra, espressione della regressione democratica del paese.

Su ogni cosa. Sul terreno dei diritti di libertà e di espressione dei cittadini (vedi il decreto sicurezza); sul terreno della propria autonomia in politica estera perché prevalga la cultura della pace e dei diritti anziché la cultura della guerra e del riarmo; sul terreno della giustizia sociale e fiscale per una più equa redistribuzione della ricchezza, per la difesa della dignità del lavoro e delle retribuzioni; un governo che continua ad impoverire il ceto medio e i più poveri a vantaggio dei ricchi e delle rendite.

In questo quadro, il principio di precauzione impone un’ulteriore riflessione. Il combinato disposto tra i due nuovi decreti sicurezza e la riforma della giustizia apre infatti uno spazio di rischio che non può essere ignorato. Rafforzare il potere dell’esecutivo mentre si interviene sull’assetto della magistratura significa indebolire gli argini istituzionali che dovrebbero limitare l’uso politico dei decreti e in assenza di adeguate garanzie diventa più facile per il Governo utilizzare la magistratura come strumento di legittimazione di provvedimenti repressivi, antidemocratici e potenzialmente incostituzionali. È un rischio concreto, non teorico: quando norme emergenziali e riforme strutturali si sommano, la possibilità di abuso cresce esponenzialmente. Per questo il NO assume anche il valore di una scelta prudenziale a tutela dello Stato di diritto.

In questo clima i Sì saranno interpretati dai partiti di maggioranza come un segnale di piena approvazione dell’azione del governo, al di là del contenuto della riforma e indipendentemente dalla profonda insoddisfazione che l’opinione pubblica nutre comunque nei confronti della magistratura. I No misureranno il sentimento di quella parte del paese schierata contro l’azione del governo, per un cambio di rotta rispetto ai tentativi di demolire la nostra democrazia.

Queste le ragioni del NO e la posizione politica della nostra associazione, che continua comunque a non condividere la tesi sull’immodificabilità della nostra Costituzione. Anzi, come alcuni di noi hanno sostenuto in passato, persino riformabile in toto, in ragione del bisogno di coinvolgere l’intero paese per una nuova legittimazione democratica della Carta in una società profondamente cambiata dal 1948, ma anche per fare giustizia dei tanti cambiamenti che in tutti questi anni di fatto l’hanno progressivamente modificata e stravolta, senza che questa questione venisse politicamente affrontata.

Quindi contro le modifiche a pezzi e per ragioni di pura propaganda politica come questa, ma modificabile con una procedura alta, quella che alcuni di noi hanno studiato con Giuliano Vassalli, pochi anni prima che ci lasciasse, e che ci portò alla presentazione di un progetto di legge di iniziativa popolare per l’elezione di una nuova Assemblea costituente.

Roberto Biscardini, Presidente dell’Associazione “Socialisti in Movimento”

Referendum, perché votare No anche turandosi il naso, senza se e senza ma! di Antonio Caputo

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Spassionata riflessione nel mezzo di una notte di inverno con la galaverna su per li rami . Di un anziano giurista. Sine ira ac studio.

Uno dei punti piu’ problematici , “incostituzionali” nel senso di confliggere in se’ e per se’ con principi fondamentali del costituzionalismo e del diritto fondamentale alla difesa ,della riforma Nordio sta nel funzionamento dell” Alta corte chiamata a decidere sugli illeciti dei magistrati .
La riforma prevede la creazione di un’Alta Corte disciplinare per i magistrati. Le sentenze di primo grado emesse dall’Alta Corte saranno appellabili solo davanti alla stessa Alta Corte, ma in una composizione diversa da quella che ha emesso la decisione iniziale. Le sentenze dell’Alta Corte non saranno per come è scritto il testo impugnabili in Cassazione, derogando al normale meccanismo costituzionale. Un mostro . Fattispecie di appello giuridicamente ” inesistente” secondo una plurisecolare dottrina e giurisprudenza . Ignorata e trasfigurata dai rottamatori . Come se lo stesso giudice che ti ha processato ti processasse una seconda volta quando tu impugni la sua decisione . A proposito di terzieta’!Sarebbe un appello, ma con una composizione dei giudici diversa rispetto al primo grado.
Motivi ammessi: L’appello sarà possibile anche per motivi di merito, non solo di legittimità.
Limitazione: L’impugnazione non sarà dunque ammessa davanti alla Corte di Cassazione, in deroga sfacciata dell’articolo 111 della Costituzione.
Questo sistema è pensato per rendere il procedimento più snello e autonomo ( sic!) La legge ordinaria definirà nel dettaglio gli illeciti disciplinari, le sanzioni, la composizione dei collegi e le procedure per il funzionamento dell’Alta Corte. Ergo la maggioranza del momento.oltretutto frutto di leggi elettorali ben poco rispettose del principio di liberta’ e eguaglianza di ciascun voto e di rappresentativita’. Diniego di giustizia ! In altro ambito di giurisdizione ” disciplinare” quella degli avvocati,ad esempio , le sentenze del CNF consiglio nazionale forense sono impugnabili in Cassazione ,ovviamente sempre per violazione di legge ex art.111 costituzione . Impugnazione, inesisente, negata ai magistrati. Mal si concilia un tale impianto con la difesa dello stato di diritto e del principio stesso di separazione dei poteri .
In base all’errato presupposto che chi ha vinto le elezioni può tutto, la riforma costituzionale è stata prepotentemente imposta dalla maggioranza e con un testo nemmeno discusso e non condiviso da un più largo schieramento parlamentare, consentendo poi che si intervenga, con legge ordinaria, a colmare “i vuoti” che, ad arte, sono stati provocati. Ciò vale innanzitutto per quel che riguarda la formazione dei due Consigli Superiori della magistratura, ma soprattutto dell’Alta corte disciplinare.

Infatti, i rappresentanti politici nei due CSM e nell’Alta corte saranno sorteggiati in una rosa di candidati preselezionata secondo criteri da stabilirsi con legge ordinaria, dunque secondo i desiderata delle maggioranze politiche che, di volta in volta, si verranno a determinare. Non è certamente arbitrario ipotizzare che “la rosa” sarà formata da soggetti tutti espressione dello schieramento al potere (o comunque certo ad esso non ostili), di modo che, all’interno dei due Organi, vi sarà una pattuglia compatta di soggetti esecutori delle direttive delle rispettive segreterie partitiche . Se lo scopo dichiarato era quello di spoliticizzare il CSM, l’effetto sarà opposto: il peso specifico dei rappresentati politici potra’ risultare di gran lunga maggiore e più incisivo. Se altro proposito enunciato era quello di scardinare una giustizia disciplinare domestica – cioè di autogoverno anche nelle funzioni disciplinari – che si ritiene troppo indulgente, l’effetto potra’ essere quello di costituire un organo che eserciterà un improprio controllo della politica sull’operato di quei magistrati ritenuti scomodi.

L’uso politico della giustizia sarà dunque molto più agevole e quasi istituzionalizzato. Giudizio altrettanto negativo deve esprimersi sulla separazione delle carriere. Oltretutto un CSM di soli Pubblici Ministeri assumerà un potere autoreferenziale di guida e condizionamento ben maggiore dell’attuale. Poiché dunque riesce difficile credere che si tratti di una riforma puramente di facciata, è legittimo ipotizzare che la finalità sia altra. Infatti, anche senza manomettere ulteriormente la Costituzione, si può (ancora una volta con legge ordinaria operante nei varchi aperti dalla “riforma”) legare il Pubblico ministero all’Esecutivo e, per esso, al ministro di Giustizia.

Se il PM, invece che esserne guida, diviene la proiezione processuale della Polizia ( che fa capo all’esecutivo), smetterà di essere il primo controllore dell’operato di quest’ultima, svestirà l’abito di parte imparziale che pur gli assegna il codice, avrà difficoltà a chiedere l’assoluzione dell’imputato pur in presenza di contesti dibattimentali che ciò suggerirebbero. Limitando il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale,peraltro gia’ in crisi, gerarchizzando gli uffici di Procura, magari anche creando un Procuratore nazionale sull’esempio del già esistente Procuratore antimafia, ma con ben più penetranti poteri (anche di avocazione), sarà agevole per una maggioranza parlamentare – quale che sia! – esercitare, con una semplice legge ordinaria, il controllo, nemmeno tanto indiretto, sulla promozione dell’azione penale, che già alcuni auspicano sia ancor piu’ discrezionale e che di fatto spesso gia’ lo e’ e non più obbligatoria. E allora il giudice potrà anche conservare la sua solipsistica indipendenza, ma giudicherà solo quei fatti e quelle persone che un PM sapientemente gli sottoporrà.

Sembra superfluo sottolineare (anche perché è già stato fatto da più parti) che le nuove norme non velocizzeranno gli interminabili iter processuali, non limiteranno gli errori giudiziari, non tuteleranno maggiormente le persone offese dai reati, né daranno maggiori spazi alle strategie difensive. Mentre l’avvocatura soprattutto dei poveri e più deboli continuerà ad avere armi sempre piu’ spuntate. Viceversa, l’effettiva divisione dei poteri verrà a essere significativamente insidiata, se non compromessa perché si consentirà al potere esecutivo di esercitare controllo di fatto sul giudiziario. E la democrazia liberale, senza la separazione dei poteri, non è più democrazia. Una riforma che certo non serve ai cittadini che non vogliono acriticamente difendere la Magistratura, ma invocano una Magistratura in grado di difenderci da soprusi e ingiustizie.
Dopo la fine ingloriosa della influencer Ferragni sarei cauto nei panni degli orchestratori della c.d. campagna referendaria nel fare uso di nani e ballerine ( espressione che porta sfortuna , Craxi docet) nel cercare di spingere al voto . Persone trattate come oggetto di propaganda da supermercato . Non e’ il massimo della fiducia nel senso civico e di autodeterminaziione di chi , popolo sovrano solo enfaticamente, ha l’onere , l’onore e il titolo, uno per uno, senza leggere un volantino di slogan, di farci sapere se vuole o no cambiare una costitizione che troppo poche persone conoscono e praticano e cercano di far conoscere . Il referendum sia una grande scuola di educazione civica costituzionale !

Avrei preferito un referendum sulla legge costituzionale di riforma dell’ordinamento giudiziario pacato con argomenti preceduti da previa conoscenza dei contenuti , in luogo di un tifo sguaiato alimentato quasi sempre da chi o non ne conosce risvolti finalità e contenuti o cerca comunque di strumentalizzare il voto per fini diversi da un si o un no ad una legge che, come non molti sanno e come molti non ne comprendono le implicazioni, modifica la costituzione . Un assetto che, bene o male, ha consentito alla magistratura italiana nel suo insieme di dare sostanza al principio di uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge che una magistratura indipendente puo’ essere in grado di potere garantire .

Avrei preferito una legge di riforma che non fosse prodotto della sola maggioranza di governo , riedizione del riformismo acostituzionale all’italiana a colpi di maggioranza, gia’ bocciato dal popolo referendario nel 2005 e nel 2016. Che sovverte il principio della sovranità popolare . Siamo dinanzi a una legge che, si dice, separa carriere gia’ separate ( riforma Cartabia ).

Avrei preferito maggiore chiarezza sulla questione ovvero sulle questioni. E’ proprio vero che lo schema, solo teorico, in quanto il rito accusatorio immaginato dal legislatore del 1989 e inattuato, pur ripreso quale principio dall’art. 111 costituzione, richiede necessariamente carriere separate di giudici e pm con due distinti ordinamenti? O non e’ piuttosto preferibile per un corretto e armonico funzionamento del sistema, consentire coordinare una osmosi proattiva delle diverse funzioni degli operatori del processo, ovviamente da non sovrapporre, avvocato, giudice, pm, sin dalla formazione comume e poi nel corso delle attività?

Avrei preferito che si fosse evitata la demonizzazione a prescindere delle correnti della magistratura associata . E che non si ritenesse il sorteggio panacea dei mali endemici della nostra italietta, dalla raccomandazione al favore illecito ( se non altro moralmente dopo l’ abolizione dell’ interesse privato in atti di ufficio e a cascame di abuso d’ufficio e traffico di imfluenze) . E’ ragionevole pensare se non ovvio che le correnti sopravviverebbero al sorteggio o si ricompatterebbero , mentre i mali endemici permarrebbero comunque , anche col concorso dei c.d. componenti laici( che tanto laici non sono provenendo dalle fila di operatori giuridici , avvocati e docenti di materie giuridiche). Avrei preferito che la raccolta delle firme da parte dei 15 richiedenti un referendum gia’ ammesso fosse iniziata subito dopo la pubblicazione della legge e non dopo la pubblicazione del quesito referendario ad opera dell’ ufficio centrale della Cassazione . Tanto premesso, un primo moto di estranazione/ rigetto rispetto al clima torbido del tifo alimentato da media e tv mi spingerebbe lontano dall’urna , in una solitudine epicurea, sola possibile pace con se stessi. Sopravviene tuttavia istintivamente e prevale il rifiuto di una legge di riforma scombiccherata e intimamente riduttiva della autonomia e indipendenza della magistratura nel suo complesso, risorsa preziosa, ma anche conquista che ciascun magistrato deve guadagnarsi sul campo, per i cittadini piu ‘ deboli e prevalentemente umiliati e offesi anche nelle aule di giustizia. E allora, che vi dico?
Turatevi comunque anche il naso se necessario e votate No.


Antonio Caputo ( presidente Federazione italiana circoli Giustizia e Liberta’)

Qui non è in gioco la carriera dei magistrati, ma metterli alle dipendenze di un potere autoritario. di Andrea Pisauro

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Il referendum sulla riforma della magistratura proposta dal governo Meloni sembra venire colto da una parte della sinistra moderata come un’occasione per marcare una distanza dalla leadership e dal baricentro della coalizione progressista.

C’è in pratica una vulgata che pare voler dire che con Schlein il PD si è spostato troppo a sinistra e che una sinistra matura, garantista e, si aggiunge, riformista, (quasi che Schlein proponesse di assaltare Palazzo Chigi con trecentomila bolscevichi) dovrebbe cogliere l’occasione di votare a favore della riforma di Meloni in quanto la riforma Nordio sarebbe garantista, e anzi, a dire di alcuni, perfino progressista.

Peccato che nella politica italiana nulla sia mai come sembra, e in questo gioco di specchi si finisce spesso per perdere di vista l’essenziale.

Si dice che la riforma sia sulla separazione delle carriere dei magistrati, ma questo semplicemente non è vero. Una serie di riforme iniziate con quella Vassalli del 1989 per il giusto processo per finire con quella Cartabia del 2021, votata da una larghissima maggioranza in Parlamento, hanno progressivamente e inesorabilmente separato le carriere della magistratura inquirente e giudicante.

Allo stato i magistrati devono scegliere in modo definitivo se essere giudicanti o inquirenti e gli è consentito un unico ripensamento entro i primi 10 anni della loro carriera, peraltro cambiando distretto. Di fatto, questa norma ha azzerato i cambi di carriera (l’anno scorso hanno usufruito di questa unica residua possibilità che va intesa a garanzia dei cittadini – perché obbligare a continuare a fare il pm chi ha capito di voler fare il giudice? – meno dell’1% dei magistrati, ovvero solo i più giovani a inizio carriera).

Quello di cui si decide in questo referendum è la separazione della governance della magistratura, con la triplicazione degli organismi di autogoverno, e in particolare del nodo di come ne vengono selezionati i rappresentanti, in cui si passerebbe dal metodo democratico attualmente in vigore, a quello del sorteggio, ovvero del caso.

Si può pensare quello che si vuole su quanto separate debbano essere le carriere dei magistrati (per chi scrive, giusto lo siano, esattamente come lo sono ora) ma spero ci troveremo tutti d’accordo che il metodo democratico è ancora il migliore possibile, o, parafrasando Churchill, il peggiore possibile, fatta eccezione per tutti gli altri, incluso il sorteggio.

Tornando poi al nocciolo della questione, esiste un’enorme questione democratica che attraversa tutto il mondo libero, che riguarda sostanzialmente la tenuta della democrazia liberale sotto attacco precisamente dall’estrema destra alleata della Meloni. E’ vero negli Stati Uniti, dove i golpisti sono al governo e stanno letteralmente archiviando diritto nazionale e internazionale, e con esso l’ordine mondiale uscito dalla seconda guerra mondiale, ma rischia di essere presto vero anche in paesi come il Regno Unito, la Francia e la Germania, dove forze di natura dichiaratamente fascista se non proprio dichiaramente neonazista, propongono ricette populiste e reazionarie e sono oggettivamente alleate di Putin e della sua combriccola autoritaria.

La Meloni null’altro è che il riferimento italiano di questa internazionale autoritaria, che, un pochino alla volta, con sapienti passetti indietro in mezzo a molti passi avanti, sta picconando le libertà individuali (decreti sicurezza e una lunga storia di giustizialismo, da Bibbiano ai giorni nostri), l’assetto costituzionale del 1948 (con questa riforma che lei intende come un modo per mettere in riga la magistratura e con i progetti di riforma elettorale volti a rafforzare il capo del governo a scapito del Parlamento), il diritto internazionale (che “conta solo fino a un certo punto” come dice il suo ministro degli esteri) e anche l’unità europea, con i suoi consueti e sistematici ammicamenti a Trump che annacquano ogni passo verso l’integrazione. Se vincesse il referendum procedera’ rapidamente a fare approvare una riforma elettorale che riduce il potere di scelta degli elettori e poi ci chiamerà tutti al voto per farsi dare un bel mandato a continuare a schierare l’Italia nel campo dell’internazionale nera, pronta a ispirare Farage e Le Pen e a fare contento Trump. Dunque se si vota una riforma della Meloni perché la Schlein sarebbe un po’ troppo di sinistra, probabilmente e’ vero l’opposto. Lo si fa o perche’ si e’ un po’ troppo di destra, o perche’ non si e’ capito quasi nulla del mondo in cui si vive che richiede di fare tutti la propria parte per arginare il ritorno del fascismo su scala globale.

Non è dunque il caso di perdersi in tecnicismi. Il grande dirigente socialista Rino Formica, un garantista a 48 carati, oggi editorialista di Domani ha scritto con grande sintesi quel che c’e’ da pensare e da dire sulla riforma costituzionale e le ragioni del no, meglio di quanto sarei capace di fare io, e dunque vi invito a leggerlo nella sua essenzialità.

“Qui non è in gioco la carriera dei magistrati, né se saranno o no autonomi in uno stato libero e democratico. Nella decadenza democratica, unite o divise, le carriere dei magistrati saranno alle dipendenze di un potere autoritario. Dunque oggi votare contro qualsiasi riforma proposta dalle forze che hanno un’intenzione demolitrice della Carta è un dovere. Non è una bestemmia per il proprio passato di lotta politica dei singoli o delle forze della tradizione laica italiana. È aprire gli occhi: oggi è in atto una tendenza a chiuderli dinanzi a problemi che riguardano noi e i nostri figli. Il momento del risveglio arriva sempre. Bisogna sperare di essersi svegliati in tempo. Il voto di New York ci ha dato una lezione: aver capito per tempo che in gioco non era l’amministrazione ma il futuro democratico degli Stati Uniti. Il no al nostro referendum va spiegato bene . Non perdetevi dietro meticolosità tecnicistiche su una formula più o meno rispondente al diritto ordinario. Il diritto non c’entra. C’entra una questione semplice, ed enorme: c’è il rischio di rendere irrecuperabile il declino democratico. Ci vuole il coraggio di dire no a questo governo. Si vota contro il governo della distruzione democratica; o non si è. Una valanga di no alle riforme fantasma del governo indicherà l’inizio del risveglio nazionale.”

Quindi forza con la campagna per il NO e buon risveglio nazionale a tutti noi insieme al compagno Formica.

Andrea Pisauro

Perché votare NO alla riforma della Giustizia: una scelta di difesa costituzionale, democratica e civile. di Alberto Angeli

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Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma della Giustizia rappresenta uno snodo cruciale per l’assetto istituzionale della Repubblica. Non si tratta di una semplice modifica organizzativa del sistema giudiziario, ma di un intervento che incide direttamente sui principi fondanti dello Stato costituzionale di diritto, così come disegnato dalla Costituzione del 1948. La proposta di separare le carriere dei magistrati, distinguendo rigidamente la magistratura giudicante da quella requirente, e di istituire due Consigli Superiori della Magistratura distinti, con componenti selezionati anche mediante sorteggio, solleva interrogativi profondi sul piano giuridico, democratico e politico. Per queste ragioni, il voto NO appare non solo legittimo, ma necessario.

1. L’unità della magistratura nel disegno costituzionale

La Costituzione italiana non prevede espressamente la separazione delle carriere. Al contrario, essa costruisce un modello di magistratura unitaria, autonoma e indipendente da ogni altro potere dello Stato. L’articolo 104, comma 1, stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Tale affermazione non distingue tra giudici e pubblici ministeri, che sono entrambi ricompresi nell’ordine giudiziario.

Questo assetto trova ulteriore conferma nell’articolo 107, che tutela l’inamovibilità dei magistrati, e nell’articolo 101, secondo cui “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Il pubblico ministero, pur svolgendo una funzione diversa rispetto al giudice, è parte integrante di questo sistema di garanzie, perché esercita l’azione penale non in nome del Governo, ma in nome della legge.

I Costituenti scelsero consapevolmente questo modello per evitare il ritorno a forme di giustizia asservita al potere esecutivo, come era avvenuto durante il fascismo, quando il pubblico ministero dipendeva gerarchicamente dal Ministro della Giustizia. L’unità delle carriere non è dunque un accidente storico, ma un presidio di libertà.

2. La separazione delle carriere e il rischio di subordinazione del PM

La separazione delle carriere, presentata dai sostenitori del SÌ come strumento di imparzialità del giudice, rischia in realtà di produrre l’effetto opposto: una progressiva politicizzazione della magistratura requirente. Una volta separato dal giudice, il pubblico ministero diventa più facilmente assimilabile a una parte dell’apparato statale orientata all’“ordine pubblico”, e dunque più esposta a pressioni politiche.

Il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 Cost.) è uno dei cardini del sistema italiano. Esso impedisce che le indagini e le persecuzioni penali siano selettive, guidate da convenienze politiche o da indirizzi di maggioranza. Una magistratura requirente separata, dotata di un proprio CSM e potenzialmente distinta anche sul piano culturale e funzionale, rende più fragile questo principio, aprendo la strada a forme di discrezionalità di fatto.

La riforma, pur non prevedendo formalmente una subordinazione del PM all’esecutivo, crea le condizioni strutturali affinché ciò possa avvenire in futuro. Il diritto costituzionale insegna che le garanzie democratiche non vengono demolite all’improvviso, ma erose gradualmente, attraverso riforme che alterano gli equilibri senza dichiararlo apertamente.

3. Due Consigli Superiori della Magistratura: frammentazione e indebolimento

L’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura separati rappresenta una novità dirompente. Il CSM, previsto dall’articolo 104 Cost., è l’organo di autogoverno della magistratura, pensato per sottrarre le carriere, le nomine e i procedimenti disciplinari all’influenza del potere politico.

La duplicazione del CSM produce una frammentazione dell’ordine giudiziario, creando due magistrature potenzialmente contrapposte, con interessi e logiche diverse. Ciò non rafforza l’indipendenza della giurisdizione, ma la indebolisce, perché divide un potere che la Costituzione ha voluto unitario proprio per renderlo più resistente alle pressioni esterne.

Inoltre, la presenza di membri “laici” eletti dal Parlamento, in due distinti CSM, moltiplica i punti di contatto tra politica e magistratura, aumentando il rischio di interferenze e condizionamenti.

4. Il sorteggio: una risposta illusoria alle degenerazioni correntizie

Uno degli argomenti a favore della riforma è la necessità di superare il correntismo all’interno della magistratura. Tuttavia, la soluzione proposta – il sorteggio dei membri dei CSM – appare demagogica e pericolosa.

Il sorteggio non garantisce né competenza né autorevolezza. Un organo di autogoverno deve essere composto da magistrati con esperienza, riconosciuta capacità e senso delle istituzioni. Affidare tale funzione al caso significa indebolire la qualità delle decisioni e favorire la nascita di poteri informali, non trasparenti, spesso più difficili da controllare delle correnti ufficiali.

Inoltre, il sorteggio non elimina il potere, ma lo rende casuale e irresponsabile. Come insegna la teoria delle istituzioni, l’assenza di meccanismi di rappresentanza e responsabilità non produce neutralità, ma opacità.

5. Una riforma in contrasto con il principio di separazione dei poteri

Il principio di separazione dei poteri, nella tradizione costituzionale europea, non è una separazione rigida, ma un sistema di equilibrio e controllo reciproco. La magistratura non è un potere “nemico” della politica, ma un potere autonomo che garantisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Questa riforma rischia di alterare tale equilibrio, rafforzando l’esecutivo e indebolendo il potere giudiziario. L’esperienza di Paesi come gli Stati Uniti, dove il pubblico ministero è spesso eletto o direttamente dipendente dal potere politico, mostra come ciò possa condurre a un uso strumentale della giustizia. Le recenti vicende legate all’amministrazione Trump evidenziano i pericoli di una magistratura percepita come parte del conflitto politico, anziché come garante imparziale della legalità.

6. Una riforma ideologica, non necessaria

È vero che, nel passato, anche settori della sinistra e della cultura giuridica progressista hanno discusso della separazione delle carriere. Ma tali riflessioni non si sono mai tradotte in riforme compiute, proprio a causa delle profonde criticità emerse nel dibattito dottrinale.

I problemi reali della giustizia italiana – lentezza dei processi, carenze di organico, inefficienze organizzative – non vengono risolti da questa riforma. Al contrario, essa sposta l’attenzione dalle vere urgenze a una battaglia ideologica che rischia di compromettere le garanzie costituzionali.

Votare NO per difendere la Repubblica costituzionale. Votare NO a questa riforma significa difendere l’indipendenza della magistratura, la separazione dei poteri e lo spirito della Costituzione repubblicana. Non si tratta di difendere privilegi o corporazioni, ma di tutelare un principio fondamentale: nessun potere deve poter controllare la giustizia.

La Costituzione non è un ostacolo da aggirare, ma un patrimonio da preservare. In un momento storico segnato da tensioni istituzionali e da una crescente delegittimazione dei corpi di garanzia, il voto NO rappresenta una scelta di responsabilità democratica e di fedeltà ai valori fondativi della Repubblica.

Alberto Angeli