modifiche alla Costituzione

Voterò NO. di Daniele Vicari

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Ho definitivamente deciso di votare No al referendum proprio ascoltando il suo promotore, il ministro Nordio, il quale ha detto chiaro e tondo che mettere sotto controllo la magistratura da parte dell’esecutivo «farà comodo anche a chi andrà al governo dopo l’attuale maggioranza».

Una maggioranza che ha approvato il testo praticamente senza discussione parlamentare… chiunque sia a governare, oggi e in futuro, non sono d’accordo che controlli la magistratura, è uno strumento troppo potente in mano a qualunque governo.

Considerando cosa sta accadendo nel mondo, soprattutto in America, io preferisco che i poteri dello Stato restino ben separati, prima di tutto per il bene di noi cittadini, poi anche per il bene degli organi stessi di magistratura e polizia, quindi per il bene della vituperata democrazia.

Ho letto il testo della riforma e posto qui di seguito la Gazzetta Ufficiale, perché credo che leggendo si evinca facilmente l’intento di chi vuole questa modifica: stravolgere il principio fondante di uno Stato liberale: la separazione dei poteri. Non voglio essere complice di un simile cambio di regime.

Senza farla troppo lunga non mi pare questo né il modo né il tempo giusto per cambiare la costituzione, siamo già in preda a troppe emergenze.

Daniele Vicari, regista.

Perché è giusto votare NO. di Luca Cesari

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Il Consiglio superiore della magistratura è un organo di rilievo costituzionale (cioè previsto dalla Costituzione) che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, penale e civile. È composto per due terzi da magistrati (i “togati”) e per un terzo da avvocati e professori universitari di diritto (i “laici”), eletti, rispettivamente, dai magistrati e dal Parlamento.

I padri e le madri costituenti hanno assegnato al CSM il potere di nominare, trasferire, promuovere e infliggere sanzioni disciplinari ai magistrati: dicevano che questi poteri erano come quattro “chiodi” piantati per mantenere salda l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario, preservandolo da qualunque ingerenza.

Questa riforma, però, cambia il modello costituzionale del CSM. Non solo “spacchetta” il CSM in tre organi (un CSM per i giudici, uno per i PM  e un’Alta corte disciplinare), ma modifica natura e attribuzioni dei nuovi CSM. In questo modo, altera profondamente l’equilibrio tra poteri disegnato dalla nostra Costituzione, in particolare tra potere giudiziario (esercitato dai magistrati), potere esecutivo (il governo) e potere legislativo (il Parlamento).

Per questo motivo Noi Socialisti  invitiamo a votare NO !

Luca Cesari , Responsabile di Roma e Lazio per il “Comitato socialista per il NO – per il Referendum 2026”

Per un futuro di equità e libertà il nostro NO come socialisti al Referendum sulla Giustizia. del Circolo Socialista Nebroideo Indipendente

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Forse non serve dire che questa nostra posizione, questa scelta di schierarci come Circolo Socialista Nebroideo Indipendente “Italo Carcione” per il NO al referendum del 22 e 23 marzo, nasce da qualcosa di più di un semplice sentire.
È il risultato, semmai, di un percorso condiviso, di un ragionamento che si è fatto strada tra le parole di molti, tra le esperienze di chi, da sempre, ha creduto nella magistratura come baluardo contro le ingiustizie.
Non si tratta di una presa di posizione isolata, ma di un modo di pensare che si alimenta con il confronto, con il rispetto delle storie di ciascuno.
È un pensiero che si radica nella convinzione che la separazione tra i poteri, la piena autonomia dei giudici, siano valori di cui non si può fare a meno.
Non perché siano dogmi intoccabili, ma perché sono il fondamento di un sistema che, almeno in teoria, dovrebbe tutelare chi si trova in posizione di svantaggio, chi lotta per i diritti, chi non ha voce.
Il nostro NO, allora, si inserisce in un discorso più ampio, un ragionamento che coinvolge tutti noi, uomini e donne socialisti e socialiste, che abbiamo visto e vissuto le contraddizioni di un sistema che a volte sembra troppo fragile, troppo esposto alle influenze di chi ha più potere.
Se si rafforzasse la divisione tra le carriere, se si sdoppiasse il Consiglio Superiore della Magistratura e si affidasse a estrazioni a sorte la composizione di alcuni suoi membri, cosa cambierebbe?
La sensazione, condivisa, è che la nostra autonomia si indebolirebbe, che la pressione potrebbe aumentare, e che la giustizia perderebbe quella sua capacità di essere un’ultima istanza di tutela.
Poi, se si pensasse di creare una corte disciplinare solo per i magistrati ordinari, togliendo ulteriori poteri al CSM, ci si renderebbe conto che si rischia di spostare l’equilibrio, di rendere il sistema più vulnerabile.
E tutto questo, in un momento in cui le inefficienze, i ritardi, le risorse scarse sono problemi che vanno affrontati, non smantellando pezzi di un ingranaggio già troppo usurato, ma rafforzandolo.
Il ragionamento, infine, si fa collettivo anche nel ricordare che questa battaglia si lega alla storia della sinistra, a figure come il compagno, Avvocato Sandro Pertini, che sapeva bene che la difesa della magistratura non era solo un atto di partito, ma un impegno civile, un atto di fede nella giustizia come bene comune.
E allora, da questa terra, dal cuore dei Nebrodi vogliamo dire che il nostro NO non è solo un voto, ma una scelta di coerenza, di responsabilità.
E invitiamo tutti a farlo con noi: votate NO, e fate votare NO.
Perché il futuro di questa terra, di questa democrazia dipende anche da come ci prendiamo cura di quei principi che ci uniscono, anche quando tutto sembra remare contro.

Circolo Socialista Nebroideo Indipendente “Italo Carcione”

Perché bisogna votare NO. di Rino Giuliani

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Il carattere essenziale dello Stato di diritto costituzionale è sempre stato delineato sul piano ideale attraverso rapporti non equivoci fra libertà e esercizio del potere. Con riflessi nella organizzazione delle giurisdizione.

La separazione dei poteri è un capisaldo del pensiero costituzionale liberale. Nella difesa dell’indipendenza della intera magistratura e del CSM si sarebbe potuta fare una separazione delle funzioni, senza ricorrere ad una revisione costituzionale, con una legge ordinaria condivisa e con un esercizio alterno delle funzioni requirenti e giudicanti.

Invece quello che con il referendum confirmatorio ci troviamo davanti sono due CSM separati, autoreferenziali, indeboliti perché privati della competenza disciplinare affidata ad una Alta Corte i cui verdetti non sono ricorribili in Cassazione.

L’uso del sorteggio nella scelta dei componenti togati delinea una composizione su criteri diseguali che da il senso delle intenzioni di condizionamento degli organismi che si vuole cambiare intervenendo sulla Costituzione .

Votare NO ad una legge che è un intervento sulle carriere e non certo una riforma della giustizia ( questa sì che sarebbe stata di interesse per i cittadini) è anche un atto responsabile di chi, cittadino, intende tutelarsi da una possibile, non auspicabile magistratura condizionata dal potere politico e da interventi dei governi.

Rino Giuliani (Vicepresidente dell’Istituto Fernando Santi)

Perché votare No al referendum sulla riforma della giustizia del 22-23 marzo. di Riccardo Achilli

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La riforma Nordio, al di là di cosa se ne pensi nel merito, è stata concepita in un clima di odio e contrasto nei confronti della magistratura da parte degli eredi politici di Berlusconi e dei suoi guai giudiziari. La relazione del Presidente della Cassazione all’apertura dell’anno giudiziario, che non è un invito a votare no, sottolinea il pericolo di questo clima, che rischia di sfasciare gli equilibri istituzionali in una insensata guerra fra poteri dello Stato.

Dice infatti i Pg della Cassazione: “Il volto di una giurisdizione sfregiata nell’immagine e privata del rispetto collettivo per il valore essenziale della sua funzione non giova a nessuno: non ai cittadini, che alla giurisdizione devono potersi integralmente affidare (…), non all’Avvocatura, che ha contribuito a preservare, proprio nella dialogia con la Magistratura, i pilastri delle garanzie dello Stato di diritto; non alle Istituzioni rappresentative, che necessariamente devono fondare forza e legittimazione di tale rappresentatività sull’irrinunciabile rispetto del principio di separazione dei poteri, dunque anche dell’indipendenza ed autonomia della Magistratura. L’obiettivo è che cessi ogni lacerazione istituzionale, solo demolitiva, solo deleteria”. Nessun riferimento, come si può leggere, alla riforma Nordio, ma un richiamo al reciproco rispetto dei diversi poteri dello Stato, messo in pericolo da dialettiche e comportamenti politici, da parte dell’attuale maggioranza, volti a minare la fiducia dei cittadini nella magistratura, e quindi la sua autonomia.

A riprova di tale clima punitivo, vi è la proposta di Tajani, ovviamente a valle di una eventuale vittoria del Sì, di togliere alla magistratura il controllo della polizia giudiziaria, di fatto facendo in modo che le indagini preliminari non siano più guidate da un magistrato indipendente, ma da un organo, la P.G., dipendente dal Governo.

Per questo occorre votare no: perché nessuna riforma equilibrata può nascere da questo clima. Che e’ un clima di vendetta.

Peraltro, anche andando nel merito della riforma, si evidenziano aspetti critici, o quantomeno poco chiari.

Un Csm dedicato esclusivamente ai Pubblici Ministeri rischia di creare una setta di accusatori autonoma rispetto al resto del corpo della magistratura, quindi più forte ed indipendente.

Il ricorso ampio ai sorteggi per la selezione dei membri dei due Csm e dell’Alta Corte disciplinare non dà garanzie circa la competenza e la capacità dei soggetti preposti ad un compito così delicato.

La separazione in organi diversi delle competenze su nomine, trasferimenti ed avanzamenti di carriera e di quelle disciplinari appare artificiosa ed inefficiente, considerato che il profilo disciplinare di un giudice deve per forza interagire sincronicamente con la sua carriera.

Il numero di componenti laici, di fatto influenzabili dalla politica perché eletti dl Parlamento, aumenta considerevolmente rispetto al terzo dei componenti dell’attuale Csm come da articolo 104 della Costituzione. Avremo una pletora di soggetti nominati dalla politica, fra i due Csm e l’Alta Corte.

Infine, rispetto all’Alta Corte che dovrà occuparsi dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, le preoccupazioni maggiori riguardano i collegi giudicanti costituiti all’interno dell’Alta corte per valutare i singoli casi. Questi collegi verranno formati in modalità ancora da definire: per ora la legge dice solo che in essi i magistrati “saranno rappresentati” – ma non dice in che numero e in che proporzione. Una maggioranza politica potrebbe, per esempio, fare una legge secondo cui sono i suoi rappresentanti a giudicare, in maggioranza, il magistrato. Il rischio di pressioni, interferenze e intimidazioni, quindi, esiste. Per i giudizi dell’Alta Corte, inoltre, non è previsto il ricorso in Cassazione, ma solo il ricorso in appello davanti a un altro collegio dell’Alta Corte stessa.

Per tutte queste ragioni, di clima politico e di merito, occorre votare No al referendum.

Riccardo Achilli

Le ragioni del nostro NO. di Roberto Biscardini

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L’orientamento prevalente per il referendum giustizia.

A marzo o ad aprile si andrà a votare per il referendum sulla giustizia. Un referendum divisivo, che presenta sia aspetti molto tecnici ed altri di natura più politica.

Se nel merito la proposta di riforma può essere largamente condivisa, considerando peraltro che alcuni di noi e molte forze politiche anche del centrosinistra hanno per anni sostenuto non solo la separazione delle carriere dei magistrati, ma anche lo sdoppiamento del CSM, l’elezione di una nuova Corte di Giustizia in materia disciplinare e, in sintonia con altri ordinamenti europei, il superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale, più rilevante appare ormai l’aspetto politico.

Sul piano politico la proposta va rigettata con un voto contrario.

Per prima cosa per una questione di metodo: non è vero che la carta costituzionale non è modificabile, ma per stare allo spirito che la ispirò, le modifiche dovrebbero essere il frutto di una condivisione e di una discussione larga tra tutte le forze politiche, anche tra schieramenti politici diversi. Ciò non è avvenuto, nonostante sulla materia, ci fossero, in ragione del dibattito degli ultimi decenni, tutte le condizioni per poterlo fare. Il governo e la sua maggioranza non hanno voluto condividere la riforma con le opposizioni. E così il confronto ora è tutto oltre il merito.

Da una parte l’arroganza del governo che vive questa riforma come una sua personale bandiera ideologica e di posizionamento, e dall’altra la sinistra che a questo punto si trova costretta a rappresentare quella parte di opinione pubblica che vuol far sentire la propria voce contro un governo di destra-destra, espressione della regressione democratica del paese.

Su ogni cosa. Sul terreno dei diritti di libertà e di espressione dei cittadini (vedi il decreto sicurezza); sul terreno della propria autonomia in politica estera perché prevalga la cultura della pace e dei diritti anziché la cultura della guerra e del riarmo; sul terreno della giustizia sociale e fiscale per una più equa redistribuzione della ricchezza, per la difesa della dignità del lavoro e delle retribuzioni; un governo che continua ad impoverire il ceto medio e i più poveri a vantaggio dei ricchi e delle rendite.

In questo quadro, il principio di precauzione impone un’ulteriore riflessione. Il combinato disposto tra i due nuovi decreti sicurezza e la riforma della giustizia apre infatti uno spazio di rischio che non può essere ignorato. Rafforzare il potere dell’esecutivo mentre si interviene sull’assetto della magistratura significa indebolire gli argini istituzionali che dovrebbero limitare l’uso politico dei decreti e in assenza di adeguate garanzie diventa più facile per il Governo utilizzare la magistratura come strumento di legittimazione di provvedimenti repressivi, antidemocratici e potenzialmente incostituzionali. È un rischio concreto, non teorico: quando norme emergenziali e riforme strutturali si sommano, la possibilità di abuso cresce esponenzialmente. Per questo il NO assume anche il valore di una scelta prudenziale a tutela dello Stato di diritto.

In questo clima i Sì saranno interpretati dai partiti di maggioranza come un segnale di piena approvazione dell’azione del governo, al di là del contenuto della riforma e indipendentemente dalla profonda insoddisfazione che l’opinione pubblica nutre comunque nei confronti della magistratura. I No misureranno il sentimento di quella parte del paese schierata contro l’azione del governo, per un cambio di rotta rispetto ai tentativi di demolire la nostra democrazia.

Queste le ragioni del NO e la posizione politica della nostra associazione, che continua comunque a non condividere la tesi sull’immodificabilità della nostra Costituzione. Anzi, come alcuni di noi hanno sostenuto in passato, persino riformabile in toto, in ragione del bisogno di coinvolgere l’intero paese per una nuova legittimazione democratica della Carta in una società profondamente cambiata dal 1948, ma anche per fare giustizia dei tanti cambiamenti che in tutti questi anni di fatto l’hanno progressivamente modificata e stravolta, senza che questa questione venisse politicamente affrontata.

Quindi contro le modifiche a pezzi e per ragioni di pura propaganda politica come questa, ma modificabile con una procedura alta, quella che alcuni di noi hanno studiato con Giuliano Vassalli, pochi anni prima che ci lasciasse, e che ci portò alla presentazione di un progetto di legge di iniziativa popolare per l’elezione di una nuova Assemblea costituente.

Roberto Biscardini, Presidente dell’Associazione “Socialisti in Movimento”

Le ragioni del voto per il NO al referendum di Risorgimento Socialista. di Franco Bartolomei

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Votare No alla separazione delle carriere significa difendere l’equilibrio costituzionale. La riforma Nordio indebolisce la magistratura, riduce i controlli sull’esecutivo e apre a una deriva autoritaria, confermata anche dalle critiche al decreto Sicurezza.

Le ragioni del voto per il NO al referendum

Votare No al referendum sulla separazione delle carriere è ormai una necessità democratica.
Siamo infatti di fronte a una riforma che rappresenta una parte importante del disegno più generale di ristrutturazione tecno-autoritaria dei moderni Stati liberisti a trazione finanziaria, imposto dalle classi dirigenti per tentare di governare le contraddizioni aperte dalla crisi strutturale dei loro sistemi di sviluppo.

La riforma Nordio ha una ratio di natura costituzionale completamente diversa dalle riflessioni socialiste degli anni Ottanta sul riequilibrio necessario, in sede processuale e istruttoria, tra accusa e difesa.

Questa riforma ha ben altri obiettivi, che rientrano nel disegno di trasformazione sostanziale del nostro impianto costituzionale, che, partendo dal ridimensionamento dell’autonomia della magistratura, punta ad addomesticare la stessa Corte costituzionale alle necessità dell’esecutivo.

La riforma ha principalmente, fuori da ogni rappresentazione di comodo, l’obiettivo primario di indebolire la sola vera struttura costituzionale depositaria di un potere di controllo e di verifica di legittimità sull’esercizio di tutta l’azione preventiva e repressiva dello Stato, e sull’esercizio delle funzioni amministrative da parte del potere esecutivo.

Sostenere il Sì significa quindi solo aiutare la svolta autoritaria che il governo vuole imprimere al Paese, colpendo tutti i poteri costituzionali che possono limitare l’azione dell’esecutivo, in ragione dell’invalicabilità dei limiti posti all’azione di governo dal rispetto sostanziale dei principi costituzionali.

Il governo della signora Meloni, dei post-fascisti e dei leghisti ritiene infatti, così come nel disegno di sistema di Trump e del Deep State USA, che gli organi separati dello Stato siano, o debbano essere, gli unici veri garanti dell’esercizio pieno e incondizionato del potere dell’esecutivo, a cominciare dagli apparati di sicurezza, dai servizi informativi e dalle forze dell’ordine, il cui ruolo in un diretto rapporto funzionale con l’esecutivo deve essere svolto marginalizzando tutti i poteri di controllo di legittimità, di direzione, di verifica e di impulso dell’azione penale, costituzionalmente riservati alla magistratura in ragione del principio di separazione dei poteri.

La natura della riforma Nordio non è quindi garantista dei diritti individuali, ma limitativa di poteri di riequilibrio previsti dal sistema e ad esso interni per determinazione costituzionale.

Siamo di fronte a una vera e propria sterilizzazione di un organo costituzionale fondamentale per l’equilibrio dei poteri, animata da una logica superiore di garanzia dell’ordine sociale, che punta ad adeguare l’impianto costituzionale alla logica repressiva già espressa nel decreto Sicurezza.

Per questo oggi votare per il No rappresenta un’autentica necessità democratica e un dovere per chiunque voglia definirsi socialista, per salvaguardare l’impianto costituzionale del nostro sistema Paese.

Questa funzione di garanzia dei diritti costituzionali, individuali e collettivi, svolta dalla magistratura, che la riforma punta a colpire, ha recentemente trovato una conferma importantissima nella valutazione frontalmente critica che l’Ufficio del Massimario della Corte di cassazione ha espresso su tutte le norme penali incostituzionali del decreto Sicurezza, dando un chiaro indirizzo interpretativo in tal senso a tutti i giudici italiani, inquirenti e giudicanti.

Il parere valutativo e interpretativo dell’Ufficio del Massimario, incaricato funzionalmente di analizzare sistematicamente la giurisprudenza di legittimità, presieduto da magistrati di Cassazione e organizzato sulla collaborazione di 37 giudici di carriera penali e civili, sebbene non abbia una natura vincolante, ha comunque una forza di orientamento enorme sull’intero corpo della magistratura, orientandola nettamente su un crinale valutativo assolutamente garantista e anti-repressivo.

Franco Bartolomei, Coordinatore nazionale di “Risorgimento Socialista”

https://forzalavoro.work/le-ragioni-del-voto-per-il-no-al-referendum-di-risorgimento-socialista/

Un NO al Referendum per non indebolire le garanzie costituzionali dei cittadini. di Beppe Sarno

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Il 22 e il 23 marzo prossimi andremo a votare per il referendum costituzionale sulla giustizia. Ricordo che i sostenitori del NO nel frattempo hanno raccolto 500.000 firme necessarie a proporre un quesito diverso sulla scheda elettorale. Vedremo il Tar Lazio cosa deciderà.

Cerco di spiegare i motivi sinteticamente i motivi che mi spingono a votare decisamente NO.

Preliarmene osservo che la separazione delle carriere esisté già. Un magistrato quando prende servizio deve scegliere a quale ruolo appartenere: requirente o giudicante e questa scelta può essere modificata una sola volta nella carriera e sono pochissimi i magistrati che ogni anno cambiano “casacca”.

Il vero obbiettivo della legge è la riforma dell’art.12 della Costituzione e con l’attuale progetto si tende a rendere subordinato al potere politico il Consiglio Superiore della Magistratura. Attualmente il CSM è composto per due terzi da magistrati e per un terzo da membri laici eletti dal parlamento scelti fra professori universitari e avvocati oltre a tre membri di diritto per un totale di 33 membri. I membri togati con l’attuale disciplina vengono eletti in diversi collegi tra magistrati di legittimità, pubblici ministeri e magistrati di merito.

IL CSM attualmente in quanto organo di autogoverno si occupa di trasferimenti, conferimenti di funzioni, nomine, formazione e delle questioni disciplinari relative a giudici, pubblici ministeri, procuratori.

Con la riforma, se approvata, avremo due CSM, uno per i requirenti ed uno per i giudici che svolgeranno le attuali funzioni ad eccezione della funzione disciplinare che sarà esercitata da un terzo organo la cd. Alta Corte Disciplinare. Quindi Il CSM o meglio i due CSM sono spogliati di un’attribuzione tipica dei modelli di governo autonomo dell’ordine giudiziario, appunto la disciplina. Quale sarà il raccordo fra questi tre organismi non è dato sapere. Con la riforma i membri togati dei due CSM verranno scelti a sorte quindi alla magistratura nel suo complesso viene sottratto l’elettorato attivo e passivo. Non vi è dubbio che Il meccanismo del sorteggio ridurrà grandemente l’autorevolezza del CSM e ne svilirà il ruolo politico-costituzionale di garanzia volto a realizzare la migliore tutela dell’indipendenza della magistratura. Un CSM i cui membri sono tirati a sorte si comprende che il peso della componente politica sarà sicuramente superiore.

Anche l’Alta Corte Disciplinare oltre a tre nominati dal presidente della Repubblica, avrebbe altri 12 membri, tutti sorteggiati: tre dal Parlamento fra un elenco di professori di materie giuridiche e avvocati con almeno 20 anni di servizio. Sei fra i magistrati giudicanti e tre fra i requirenti, tutti cassazionisti, in entrambi i casi con almeno 20 anni di servizio. I magistrati giudicanti sono quindi in netta minoranza: 9 vs 6 ed è questa l’insidia.

Concludendo con la riforma Il PM diventerà , l’organo dell’accusa e non più parte “parte imparziale”..

Questo cambiamento porterà ad una perdita di garanzie per i cittadini. Non più un PM che cerca la verità processuale e raccoglie le prove anche a favore dell’indagato, d’ora innanzi non accadrà più. Ne perderanno i cittadini ma anche la funzione del pubblico ministero che, svincolata dalla cultura delle garanzie, si troverà giocoforza a essere ripiegata nell’angusto recinto professionale del pubblico accusatore. Inoltre il peso specifico nella funzione nella composizione dell’Alta Corte disciplinare.

Il 27 gennaio il TAR Lazio dovrà pronunciarsi sulla richiesta di annullamento di tale data, avanzata dal “Comitato per il No”, il cui quesito alternativo sarebbe più complesso e conterrebbe una domanda per ciascun degli articoli che la riforma della giustizia ha modificato.

Votare NO è una scelta politica per evitare il controllo politico della magistratura e l’indebolimento delle garanzie costituzionali dei cittadini.

Beppe Sarno, editore di “Critica Sociale”

I Socialisti votano NO! di Luca Parodi

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Il raggiungimento delle 500.000 firme, appena concluso, rappresenta un segnale forte e inequivocabile. È la dimostrazione concreta della compattezza del popolo italiano di fronte alla strafottenza e all’impreparazione dell’attuale governo. Un risultato arrivato come un fulmine capace di rischiarare di speranza il nostro futuro democratico.

Come ormai ben noto, la riforma costituzionale Nordio, che prevede la separazione delle carriere e la creazione di un nuovo Consiglio Superiore della Magistratura, solleva interrogativi profondi e tutt’altro che marginali. In gioco vi sono l’equilibrio tra i poteri dello Stato e l’autonomia della magistratura, due pilastri fondamentali per la tenuta democratica del nostro Paese.

Per questo è indispensabile continuare a battersi e a fare informazione, diffondendo con convinzione le ragioni del NO. Votare NO è necessario per bloccare una riforma che mette seriamente a rischio l’intero assetto democratico della giustizia, indebolendo l’indipendenza della magistratura e aprendo la strada a una sua pericolosa subordinazione al potere politico.

Democrazia, eguaglianza e libertà non sono slogan, ma valori sacri sui quali è nata e si è fondata la nostra Repubblica. Valori che devono essere protetti, difesi e mantenuti vivi ogni giorno.

È nostro dovere garantire l’indipendenza della magistratura e delle corti costituzionali, chiamate a vigilare sulla conformità delle nuove leggi ai principi sanciti dalla Costituzione. Senza questi contrappesi, lo Stato di diritto perde la sua essenza.

Con la legge Nordio, così come concepita dall’attuale governo Meloni, il rischio concreto è quello di scivolare verso una “dittatura della maggioranza”, in cui chi governa può farlo senza limiti e senza controlli, indipendentemente dal colore politico, di destra o di “sinistra”.

Per questo dobbiamo unirci, compattarci e far sentire la nostra voce. Un primo passo, un segnale forte e’ gia partito, ma altre lotte ci attendono prima della prossima primavera, per propagandare le ragioni del NO continuando, da Socialisti, incessantemente nel nostro lavoro.

Il NO al referendum costituzionale del 22-23 Marzo non è solo un voto, ma una scelta di responsabilità verso il futuro del Paese.

Io ci sono.
Noi Socialisti ci siamo!

IL 22 e 23 MARZO VOTIAMO NO! AL REFERENDUM COSTITUZIONALE!

Luca Parodi