Magistratura indipendente

Le ragioni del NO al Referendum. di Franco Bartolomei

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La divisione strutturale della Magistratura in organismi distinti tra giudicanti e inquirenti non risponde ad alcuna esigenza di speditezza nella confusione delle istruttorie e dei processi , come viene propagandisticamente sostenuto .

Questo obiettivo potrebbe essere raggiunto senza problemi con una semplice specializzazione delle preparazioni professionali dei Magistrati , successiva ad una loro autonoma scelta interna di carriera , o ad eventuali esami di passaggio di funzioni , senza dividere organicamente la Magistratura .

In realtà ‘ il vero obiettivo programmatico di questa riforma Nordio e’ quello di arrivare a togliere alla Magistratura il controllo di legittimità sulla azione della polizia giudiziaria, e sulla attività dei servizi di sicurezza, e di porre la Magistratura inquirente sotto la diretta gestione dell ‘ esecutivo nella gestione dell ‘ azione penale .

Per arrivare a questo e’ necessario , prima indebolire e dividere la Magistratura e successivamente addomesticare la Corte Costituzionale facendola diventare di fatto una espressione del sistema politico , pronta ad accettare lo svuotamento del sistema costituzionale della divisione dei poteri. 

E’ assolutamente evidente che una magistratura inquirente come soggetto autonomo sarebbe molto più debole nel rapporto con gli altri organi costituzionali , e   non reggerebbe un potere autonomo così rilevante come l ‘ impulso e il controllo di tutta l’ azione penale  e la direzione della conseguente attività istruttoria in tutti i settori sensibili delle complessive competenze della ‘ intero Stato Ordinamento . 

Questa divisione costituzionale della Magistratura  finirebbe quindi  per favorire il disegno chiaramente ideologico e autoritario del governo , e del centrodestra ,di abbandonare l ‘ obbligatorietà della azione penale e riservare alla discrezionalità dell’ esecutivo i poteri di gestione della azione penale , e soprattutto di gestione delle attività di indagine , con riferimento particolare a quelle preliminari .

Inoltre con la divisione verrebbe a cessare la strutturale uniformità di interpretazione normativa in sede giurisprudenziale che costituisce una garanzia della uniformità delle valutazioni dei giudici, e si aprirebbe la strada a rischiosissime divergenze interpretative , quando le attività di indagine riservate alla Magistratura inquirente non implicano affatto sotto alcun profilo una  differenziazione nelle interpretazioni sulla portata delle norme giuridiche sotto il profilo del merito .

Per questo e’ assolutamente necessario votare No al Referendum, e respingere in tal modo il progetto autoritario delineato dalla riforma Nordio/Piantedosi/Meloni.

Franco Bartolomei, Coordinatore nazionale di “Risorgimento Socialista”

Referendum, perché votare No anche turandosi il naso, senza se e senza ma! di Antonio Caputo

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Spassionata riflessione nel mezzo di una notte di inverno con la galaverna su per li rami . Di un anziano giurista. Sine ira ac studio.

Uno dei punti piu’ problematici , “incostituzionali” nel senso di confliggere in se’ e per se’ con principi fondamentali del costituzionalismo e del diritto fondamentale alla difesa ,della riforma Nordio sta nel funzionamento dell” Alta corte chiamata a decidere sugli illeciti dei magistrati .
La riforma prevede la creazione di un’Alta Corte disciplinare per i magistrati. Le sentenze di primo grado emesse dall’Alta Corte saranno appellabili solo davanti alla stessa Alta Corte, ma in una composizione diversa da quella che ha emesso la decisione iniziale. Le sentenze dell’Alta Corte non saranno per come è scritto il testo impugnabili in Cassazione, derogando al normale meccanismo costituzionale. Un mostro . Fattispecie di appello giuridicamente ” inesistente” secondo una plurisecolare dottrina e giurisprudenza . Ignorata e trasfigurata dai rottamatori . Come se lo stesso giudice che ti ha processato ti processasse una seconda volta quando tu impugni la sua decisione . A proposito di terzieta’!Sarebbe un appello, ma con una composizione dei giudici diversa rispetto al primo grado.
Motivi ammessi: L’appello sarà possibile anche per motivi di merito, non solo di legittimità.
Limitazione: L’impugnazione non sarà dunque ammessa davanti alla Corte di Cassazione, in deroga sfacciata dell’articolo 111 della Costituzione.
Questo sistema è pensato per rendere il procedimento più snello e autonomo ( sic!) La legge ordinaria definirà nel dettaglio gli illeciti disciplinari, le sanzioni, la composizione dei collegi e le procedure per il funzionamento dell’Alta Corte. Ergo la maggioranza del momento.oltretutto frutto di leggi elettorali ben poco rispettose del principio di liberta’ e eguaglianza di ciascun voto e di rappresentativita’. Diniego di giustizia ! In altro ambito di giurisdizione ” disciplinare” quella degli avvocati,ad esempio , le sentenze del CNF consiglio nazionale forense sono impugnabili in Cassazione ,ovviamente sempre per violazione di legge ex art.111 costituzione . Impugnazione, inesisente, negata ai magistrati. Mal si concilia un tale impianto con la difesa dello stato di diritto e del principio stesso di separazione dei poteri .
In base all’errato presupposto che chi ha vinto le elezioni può tutto, la riforma costituzionale è stata prepotentemente imposta dalla maggioranza e con un testo nemmeno discusso e non condiviso da un più largo schieramento parlamentare, consentendo poi che si intervenga, con legge ordinaria, a colmare “i vuoti” che, ad arte, sono stati provocati. Ciò vale innanzitutto per quel che riguarda la formazione dei due Consigli Superiori della magistratura, ma soprattutto dell’Alta corte disciplinare.

Infatti, i rappresentanti politici nei due CSM e nell’Alta corte saranno sorteggiati in una rosa di candidati preselezionata secondo criteri da stabilirsi con legge ordinaria, dunque secondo i desiderata delle maggioranze politiche che, di volta in volta, si verranno a determinare. Non è certamente arbitrario ipotizzare che “la rosa” sarà formata da soggetti tutti espressione dello schieramento al potere (o comunque certo ad esso non ostili), di modo che, all’interno dei due Organi, vi sarà una pattuglia compatta di soggetti esecutori delle direttive delle rispettive segreterie partitiche . Se lo scopo dichiarato era quello di spoliticizzare il CSM, l’effetto sarà opposto: il peso specifico dei rappresentati politici potra’ risultare di gran lunga maggiore e più incisivo. Se altro proposito enunciato era quello di scardinare una giustizia disciplinare domestica – cioè di autogoverno anche nelle funzioni disciplinari – che si ritiene troppo indulgente, l’effetto potra’ essere quello di costituire un organo che eserciterà un improprio controllo della politica sull’operato di quei magistrati ritenuti scomodi.

L’uso politico della giustizia sarà dunque molto più agevole e quasi istituzionalizzato. Giudizio altrettanto negativo deve esprimersi sulla separazione delle carriere. Oltretutto un CSM di soli Pubblici Ministeri assumerà un potere autoreferenziale di guida e condizionamento ben maggiore dell’attuale. Poiché dunque riesce difficile credere che si tratti di una riforma puramente di facciata, è legittimo ipotizzare che la finalità sia altra. Infatti, anche senza manomettere ulteriormente la Costituzione, si può (ancora una volta con legge ordinaria operante nei varchi aperti dalla “riforma”) legare il Pubblico ministero all’Esecutivo e, per esso, al ministro di Giustizia.

Se il PM, invece che esserne guida, diviene la proiezione processuale della Polizia ( che fa capo all’esecutivo), smetterà di essere il primo controllore dell’operato di quest’ultima, svestirà l’abito di parte imparziale che pur gli assegna il codice, avrà difficoltà a chiedere l’assoluzione dell’imputato pur in presenza di contesti dibattimentali che ciò suggerirebbero. Limitando il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale,peraltro gia’ in crisi, gerarchizzando gli uffici di Procura, magari anche creando un Procuratore nazionale sull’esempio del già esistente Procuratore antimafia, ma con ben più penetranti poteri (anche di avocazione), sarà agevole per una maggioranza parlamentare – quale che sia! – esercitare, con una semplice legge ordinaria, il controllo, nemmeno tanto indiretto, sulla promozione dell’azione penale, che già alcuni auspicano sia ancor piu’ discrezionale e che di fatto spesso gia’ lo e’ e non più obbligatoria. E allora il giudice potrà anche conservare la sua solipsistica indipendenza, ma giudicherà solo quei fatti e quelle persone che un PM sapientemente gli sottoporrà.

Sembra superfluo sottolineare (anche perché è già stato fatto da più parti) che le nuove norme non velocizzeranno gli interminabili iter processuali, non limiteranno gli errori giudiziari, non tuteleranno maggiormente le persone offese dai reati, né daranno maggiori spazi alle strategie difensive. Mentre l’avvocatura soprattutto dei poveri e più deboli continuerà ad avere armi sempre piu’ spuntate. Viceversa, l’effettiva divisione dei poteri verrà a essere significativamente insidiata, se non compromessa perché si consentirà al potere esecutivo di esercitare controllo di fatto sul giudiziario. E la democrazia liberale, senza la separazione dei poteri, non è più democrazia. Una riforma che certo non serve ai cittadini che non vogliono acriticamente difendere la Magistratura, ma invocano una Magistratura in grado di difenderci da soprusi e ingiustizie.
Dopo la fine ingloriosa della influencer Ferragni sarei cauto nei panni degli orchestratori della c.d. campagna referendaria nel fare uso di nani e ballerine ( espressione che porta sfortuna , Craxi docet) nel cercare di spingere al voto . Persone trattate come oggetto di propaganda da supermercato . Non e’ il massimo della fiducia nel senso civico e di autodeterminaziione di chi , popolo sovrano solo enfaticamente, ha l’onere , l’onore e il titolo, uno per uno, senza leggere un volantino di slogan, di farci sapere se vuole o no cambiare una costitizione che troppo poche persone conoscono e praticano e cercano di far conoscere . Il referendum sia una grande scuola di educazione civica costituzionale !

Avrei preferito un referendum sulla legge costituzionale di riforma dell’ordinamento giudiziario pacato con argomenti preceduti da previa conoscenza dei contenuti , in luogo di un tifo sguaiato alimentato quasi sempre da chi o non ne conosce risvolti finalità e contenuti o cerca comunque di strumentalizzare il voto per fini diversi da un si o un no ad una legge che, come non molti sanno e come molti non ne comprendono le implicazioni, modifica la costituzione . Un assetto che, bene o male, ha consentito alla magistratura italiana nel suo insieme di dare sostanza al principio di uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge che una magistratura indipendente puo’ essere in grado di potere garantire .

Avrei preferito una legge di riforma che non fosse prodotto della sola maggioranza di governo , riedizione del riformismo acostituzionale all’italiana a colpi di maggioranza, gia’ bocciato dal popolo referendario nel 2005 e nel 2016. Che sovverte il principio della sovranità popolare . Siamo dinanzi a una legge che, si dice, separa carriere gia’ separate ( riforma Cartabia ).

Avrei preferito maggiore chiarezza sulla questione ovvero sulle questioni. E’ proprio vero che lo schema, solo teorico, in quanto il rito accusatorio immaginato dal legislatore del 1989 e inattuato, pur ripreso quale principio dall’art. 111 costituzione, richiede necessariamente carriere separate di giudici e pm con due distinti ordinamenti? O non e’ piuttosto preferibile per un corretto e armonico funzionamento del sistema, consentire coordinare una osmosi proattiva delle diverse funzioni degli operatori del processo, ovviamente da non sovrapporre, avvocato, giudice, pm, sin dalla formazione comume e poi nel corso delle attività?

Avrei preferito che si fosse evitata la demonizzazione a prescindere delle correnti della magistratura associata . E che non si ritenesse il sorteggio panacea dei mali endemici della nostra italietta, dalla raccomandazione al favore illecito ( se non altro moralmente dopo l’ abolizione dell’ interesse privato in atti di ufficio e a cascame di abuso d’ufficio e traffico di imfluenze) . E’ ragionevole pensare se non ovvio che le correnti sopravviverebbero al sorteggio o si ricompatterebbero , mentre i mali endemici permarrebbero comunque , anche col concorso dei c.d. componenti laici( che tanto laici non sono provenendo dalle fila di operatori giuridici , avvocati e docenti di materie giuridiche). Avrei preferito che la raccolta delle firme da parte dei 15 richiedenti un referendum gia’ ammesso fosse iniziata subito dopo la pubblicazione della legge e non dopo la pubblicazione del quesito referendario ad opera dell’ ufficio centrale della Cassazione . Tanto premesso, un primo moto di estranazione/ rigetto rispetto al clima torbido del tifo alimentato da media e tv mi spingerebbe lontano dall’urna , in una solitudine epicurea, sola possibile pace con se stessi. Sopravviene tuttavia istintivamente e prevale il rifiuto di una legge di riforma scombiccherata e intimamente riduttiva della autonomia e indipendenza della magistratura nel suo complesso, risorsa preziosa, ma anche conquista che ciascun magistrato deve guadagnarsi sul campo, per i cittadini piu ‘ deboli e prevalentemente umiliati e offesi anche nelle aule di giustizia. E allora, che vi dico?
Turatevi comunque anche il naso se necessario e votate No.


Antonio Caputo ( presidente Federazione italiana circoli Giustizia e Liberta’)

Un NO al Referendum per non indebolire le garanzie costituzionali dei cittadini. di Beppe Sarno

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Il 22 e il 23 marzo prossimi andremo a votare per il referendum costituzionale sulla giustizia. Ricordo che i sostenitori del NO nel frattempo hanno raccolto 500.000 firme necessarie a proporre un quesito diverso sulla scheda elettorale. Vedremo il Tar Lazio cosa deciderà.

Cerco di spiegare i motivi sinteticamente i motivi che mi spingono a votare decisamente NO.

Preliarmene osservo che la separazione delle carriere esisté già. Un magistrato quando prende servizio deve scegliere a quale ruolo appartenere: requirente o giudicante e questa scelta può essere modificata una sola volta nella carriera e sono pochissimi i magistrati che ogni anno cambiano “casacca”.

Il vero obbiettivo della legge è la riforma dell’art.12 della Costituzione e con l’attuale progetto si tende a rendere subordinato al potere politico il Consiglio Superiore della Magistratura. Attualmente il CSM è composto per due terzi da magistrati e per un terzo da membri laici eletti dal parlamento scelti fra professori universitari e avvocati oltre a tre membri di diritto per un totale di 33 membri. I membri togati con l’attuale disciplina vengono eletti in diversi collegi tra magistrati di legittimità, pubblici ministeri e magistrati di merito.

IL CSM attualmente in quanto organo di autogoverno si occupa di trasferimenti, conferimenti di funzioni, nomine, formazione e delle questioni disciplinari relative a giudici, pubblici ministeri, procuratori.

Con la riforma, se approvata, avremo due CSM, uno per i requirenti ed uno per i giudici che svolgeranno le attuali funzioni ad eccezione della funzione disciplinare che sarà esercitata da un terzo organo la cd. Alta Corte Disciplinare. Quindi Il CSM o meglio i due CSM sono spogliati di un’attribuzione tipica dei modelli di governo autonomo dell’ordine giudiziario, appunto la disciplina. Quale sarà il raccordo fra questi tre organismi non è dato sapere. Con la riforma i membri togati dei due CSM verranno scelti a sorte quindi alla magistratura nel suo complesso viene sottratto l’elettorato attivo e passivo. Non vi è dubbio che Il meccanismo del sorteggio ridurrà grandemente l’autorevolezza del CSM e ne svilirà il ruolo politico-costituzionale di garanzia volto a realizzare la migliore tutela dell’indipendenza della magistratura. Un CSM i cui membri sono tirati a sorte si comprende che il peso della componente politica sarà sicuramente superiore.

Anche l’Alta Corte Disciplinare oltre a tre nominati dal presidente della Repubblica, avrebbe altri 12 membri, tutti sorteggiati: tre dal Parlamento fra un elenco di professori di materie giuridiche e avvocati con almeno 20 anni di servizio. Sei fra i magistrati giudicanti e tre fra i requirenti, tutti cassazionisti, in entrambi i casi con almeno 20 anni di servizio. I magistrati giudicanti sono quindi in netta minoranza: 9 vs 6 ed è questa l’insidia.

Concludendo con la riforma Il PM diventerà , l’organo dell’accusa e non più parte “parte imparziale”..

Questo cambiamento porterà ad una perdita di garanzie per i cittadini. Non più un PM che cerca la verità processuale e raccoglie le prove anche a favore dell’indagato, d’ora innanzi non accadrà più. Ne perderanno i cittadini ma anche la funzione del pubblico ministero che, svincolata dalla cultura delle garanzie, si troverà giocoforza a essere ripiegata nell’angusto recinto professionale del pubblico accusatore. Inoltre il peso specifico nella funzione nella composizione dell’Alta Corte disciplinare.

Il 27 gennaio il TAR Lazio dovrà pronunciarsi sulla richiesta di annullamento di tale data, avanzata dal “Comitato per il No”, il cui quesito alternativo sarebbe più complesso e conterrebbe una domanda per ciascun degli articoli che la riforma della giustizia ha modificato.

Votare NO è una scelta politica per evitare il controllo politico della magistratura e l’indebolimento delle garanzie costituzionali dei cittadini.

Beppe Sarno, editore di “Critica Sociale”

I Socialisti votano NO! di Luca Parodi

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Il raggiungimento delle 500.000 firme, appena concluso, rappresenta un segnale forte e inequivocabile. È la dimostrazione concreta della compattezza del popolo italiano di fronte alla strafottenza e all’impreparazione dell’attuale governo. Un risultato arrivato come un fulmine capace di rischiarare di speranza il nostro futuro democratico.

Come ormai ben noto, la riforma costituzionale Nordio, che prevede la separazione delle carriere e la creazione di un nuovo Consiglio Superiore della Magistratura, solleva interrogativi profondi e tutt’altro che marginali. In gioco vi sono l’equilibrio tra i poteri dello Stato e l’autonomia della magistratura, due pilastri fondamentali per la tenuta democratica del nostro Paese.

Per questo è indispensabile continuare a battersi e a fare informazione, diffondendo con convinzione le ragioni del NO. Votare NO è necessario per bloccare una riforma che mette seriamente a rischio l’intero assetto democratico della giustizia, indebolendo l’indipendenza della magistratura e aprendo la strada a una sua pericolosa subordinazione al potere politico.

Democrazia, eguaglianza e libertà non sono slogan, ma valori sacri sui quali è nata e si è fondata la nostra Repubblica. Valori che devono essere protetti, difesi e mantenuti vivi ogni giorno.

È nostro dovere garantire l’indipendenza della magistratura e delle corti costituzionali, chiamate a vigilare sulla conformità delle nuove leggi ai principi sanciti dalla Costituzione. Senza questi contrappesi, lo Stato di diritto perde la sua essenza.

Con la legge Nordio, così come concepita dall’attuale governo Meloni, il rischio concreto è quello di scivolare verso una “dittatura della maggioranza”, in cui chi governa può farlo senza limiti e senza controlli, indipendentemente dal colore politico, di destra o di “sinistra”.

Per questo dobbiamo unirci, compattarci e far sentire la nostra voce. Un primo passo, un segnale forte e’ gia partito, ma altre lotte ci attendono prima della prossima primavera, per propagandare le ragioni del NO continuando, da Socialisti, incessantemente nel nostro lavoro.

Il NO al referendum costituzionale del 22-23 Marzo non è solo un voto, ma una scelta di responsabilità verso il futuro del Paese.

Io ci sono.
Noi Socialisti ci siamo!

IL 22 e 23 MARZO VOTIAMO NO! AL REFERENDUM COSTITUZIONALE!

Luca Parodi

Perché votare NO alla riforma della Giustizia: una scelta di difesa costituzionale, democratica e civile. di Alberto Angeli

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Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma della Giustizia rappresenta uno snodo cruciale per l’assetto istituzionale della Repubblica. Non si tratta di una semplice modifica organizzativa del sistema giudiziario, ma di un intervento che incide direttamente sui principi fondanti dello Stato costituzionale di diritto, così come disegnato dalla Costituzione del 1948. La proposta di separare le carriere dei magistrati, distinguendo rigidamente la magistratura giudicante da quella requirente, e di istituire due Consigli Superiori della Magistratura distinti, con componenti selezionati anche mediante sorteggio, solleva interrogativi profondi sul piano giuridico, democratico e politico. Per queste ragioni, il voto NO appare non solo legittimo, ma necessario.

1. L’unità della magistratura nel disegno costituzionale

La Costituzione italiana non prevede espressamente la separazione delle carriere. Al contrario, essa costruisce un modello di magistratura unitaria, autonoma e indipendente da ogni altro potere dello Stato. L’articolo 104, comma 1, stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Tale affermazione non distingue tra giudici e pubblici ministeri, che sono entrambi ricompresi nell’ordine giudiziario.

Questo assetto trova ulteriore conferma nell’articolo 107, che tutela l’inamovibilità dei magistrati, e nell’articolo 101, secondo cui “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Il pubblico ministero, pur svolgendo una funzione diversa rispetto al giudice, è parte integrante di questo sistema di garanzie, perché esercita l’azione penale non in nome del Governo, ma in nome della legge.

I Costituenti scelsero consapevolmente questo modello per evitare il ritorno a forme di giustizia asservita al potere esecutivo, come era avvenuto durante il fascismo, quando il pubblico ministero dipendeva gerarchicamente dal Ministro della Giustizia. L’unità delle carriere non è dunque un accidente storico, ma un presidio di libertà.

2. La separazione delle carriere e il rischio di subordinazione del PM

La separazione delle carriere, presentata dai sostenitori del SÌ come strumento di imparzialità del giudice, rischia in realtà di produrre l’effetto opposto: una progressiva politicizzazione della magistratura requirente. Una volta separato dal giudice, il pubblico ministero diventa più facilmente assimilabile a una parte dell’apparato statale orientata all’“ordine pubblico”, e dunque più esposta a pressioni politiche.

Il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 Cost.) è uno dei cardini del sistema italiano. Esso impedisce che le indagini e le persecuzioni penali siano selettive, guidate da convenienze politiche o da indirizzi di maggioranza. Una magistratura requirente separata, dotata di un proprio CSM e potenzialmente distinta anche sul piano culturale e funzionale, rende più fragile questo principio, aprendo la strada a forme di discrezionalità di fatto.

La riforma, pur non prevedendo formalmente una subordinazione del PM all’esecutivo, crea le condizioni strutturali affinché ciò possa avvenire in futuro. Il diritto costituzionale insegna che le garanzie democratiche non vengono demolite all’improvviso, ma erose gradualmente, attraverso riforme che alterano gli equilibri senza dichiararlo apertamente.

3. Due Consigli Superiori della Magistratura: frammentazione e indebolimento

L’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura separati rappresenta una novità dirompente. Il CSM, previsto dall’articolo 104 Cost., è l’organo di autogoverno della magistratura, pensato per sottrarre le carriere, le nomine e i procedimenti disciplinari all’influenza del potere politico.

La duplicazione del CSM produce una frammentazione dell’ordine giudiziario, creando due magistrature potenzialmente contrapposte, con interessi e logiche diverse. Ciò non rafforza l’indipendenza della giurisdizione, ma la indebolisce, perché divide un potere che la Costituzione ha voluto unitario proprio per renderlo più resistente alle pressioni esterne.

Inoltre, la presenza di membri “laici” eletti dal Parlamento, in due distinti CSM, moltiplica i punti di contatto tra politica e magistratura, aumentando il rischio di interferenze e condizionamenti.

4. Il sorteggio: una risposta illusoria alle degenerazioni correntizie

Uno degli argomenti a favore della riforma è la necessità di superare il correntismo all’interno della magistratura. Tuttavia, la soluzione proposta – il sorteggio dei membri dei CSM – appare demagogica e pericolosa.

Il sorteggio non garantisce né competenza né autorevolezza. Un organo di autogoverno deve essere composto da magistrati con esperienza, riconosciuta capacità e senso delle istituzioni. Affidare tale funzione al caso significa indebolire la qualità delle decisioni e favorire la nascita di poteri informali, non trasparenti, spesso più difficili da controllare delle correnti ufficiali.

Inoltre, il sorteggio non elimina il potere, ma lo rende casuale e irresponsabile. Come insegna la teoria delle istituzioni, l’assenza di meccanismi di rappresentanza e responsabilità non produce neutralità, ma opacità.

5. Una riforma in contrasto con il principio di separazione dei poteri

Il principio di separazione dei poteri, nella tradizione costituzionale europea, non è una separazione rigida, ma un sistema di equilibrio e controllo reciproco. La magistratura non è un potere “nemico” della politica, ma un potere autonomo che garantisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Questa riforma rischia di alterare tale equilibrio, rafforzando l’esecutivo e indebolendo il potere giudiziario. L’esperienza di Paesi come gli Stati Uniti, dove il pubblico ministero è spesso eletto o direttamente dipendente dal potere politico, mostra come ciò possa condurre a un uso strumentale della giustizia. Le recenti vicende legate all’amministrazione Trump evidenziano i pericoli di una magistratura percepita come parte del conflitto politico, anziché come garante imparziale della legalità.

6. Una riforma ideologica, non necessaria

È vero che, nel passato, anche settori della sinistra e della cultura giuridica progressista hanno discusso della separazione delle carriere. Ma tali riflessioni non si sono mai tradotte in riforme compiute, proprio a causa delle profonde criticità emerse nel dibattito dottrinale.

I problemi reali della giustizia italiana – lentezza dei processi, carenze di organico, inefficienze organizzative – non vengono risolti da questa riforma. Al contrario, essa sposta l’attenzione dalle vere urgenze a una battaglia ideologica che rischia di compromettere le garanzie costituzionali.

Votare NO per difendere la Repubblica costituzionale. Votare NO a questa riforma significa difendere l’indipendenza della magistratura, la separazione dei poteri e lo spirito della Costituzione repubblicana. Non si tratta di difendere privilegi o corporazioni, ma di tutelare un principio fondamentale: nessun potere deve poter controllare la giustizia.

La Costituzione non è un ostacolo da aggirare, ma un patrimonio da preservare. In un momento storico segnato da tensioni istituzionali e da una crescente delegittimazione dei corpi di garanzia, il voto NO rappresenta una scelta di responsabilità democratica e di fedeltà ai valori fondativi della Repubblica.

Alberto Angeli