Perché io credo che si debba votare NO al referendum. di Francesco Somaini

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Si dice che si vota per la separazione delle carriere e per la terzietà del giudice nel processo accusatorio. Ora questi sono temi di una giusta battaglia socialista e liberale, fondamentalmente condivisibili. Ma a parte il fatto che la separazione di fatto già c’è, si poteva eventualmente migliorarla con leggi ordinarie.

Il vero punto di questa riforma, per cui si è invece voluto intervenire sulla Costituzione (per giunta imponendo di forza un testo scritto dal governo senza alcuna possibilità di intervento del Parlamento, obbligato a dire solo “signorsì”) è a mio parere un altro. Ed è che c’è un evidente tentativo di condizionare e limitare l’autonomia della magistratura per addomesticarla al potere politico.

Come? A parte la faccenda della creazione di tre organismi distinti in luogo di un unico CSM e a parte la discutibile introduzione del sorteggio in sostituzione dell’elezione democratica delle rappresentanze dei magistrati (con l’aggiunta di un sorteggio “drogato” per i membri non togati di nomina parlamentare), ci sono poi alcuni escamotages molto tecnici, che sono il vero cuore del disegno manipolativo.

Il primo è l’affermazione dell’autodichia dell’Alta Corte, con la non ricorribilità in Cassazione in caso di decisioni ritenute ingiuste. In pratica se l’Alta Corte prende un provvedimento contro un magistrato e questi lo ritiene ingiusto, quello può presentare appello, ma l’appello viene discusso non già in Cassazione (come ci si potrebbe aspettare), ma sempre presso l’Alta Corte (ohibò).

Ma non è tutto. C’è anche l’abrogazione del quorum dei 3/5 del Parlamento nella determinazione dei nominativi dei sorteggiabili tra i membri non togati dei nuovi organismi. Attualmente per essere un membro “laico”, cioè “politico”, del CSM devi essere eletto da almeno i 3/5 dei parlamentari, il che costringe la maggioranza a trattare con l’opposizione e tendenzialmente impedisce che vengano fatte nomine troppo di parte. Ora invece il quorum non ci sarà più per scegliere i nomi da sorteggiare, per cui la maggioranza potrà designare chi vorrà, senza dover negoziare con nessuno.

Ci sono poi i membri laici nominati dal Presidente della Repubblica (3 su 15 nell’Alta Corte). In teoria la nomina presidenziale dovrebbe assicurare che questi siano figure di garanzia. Ma che succede se invece di un presidente super partes e di garanzia, il Parlamento ne dovesse eleggere uno (o una) molto di parte (magari grazie a una legge elettorale, come quella cui stanno pensando, drogata da un improprio premio di maggioranza)? In quel caso anche questi membri dei tre nuovi organismi potrebbero essere molto schierati e assai poco imparziali.

Infine c’è quello che è forse il trabocchetto più sofisticato del nuovo congegno, ed è quello della composizione dell’Alta Corte. Si è infatti pensato a una formula decisamente penalizzante verso i PM (i quali avranno solo 3 membri su un totale di 15). In questo modo succederà che un pubblico ministero “scomodo” che venisse sottoposto a provvedimento disciplinare e che volesse fare appello contro una decisione ritenuta ingiusta, nel giudizio di secondo grado (da effettuarsi sempre presso l’Alta Corte per effetto dell’autodichia di cui si diceva) si ritroverebbe ad essere fatalmente giudicato – essendo da escludersi che possano occuparsene dei giudici della carriera giudicante (altrimenti non ci sarebbe più la separazione) – da un collegio composto per 2/3 da membri “politici”, i quali potrebbero essere facilmente portati (per le modalità con cui sono stati “sorteggiati” o nominati dal presidente) a volergli mettere la museruola.

Insomma, la riforma contiene in realtà tanti piccoli trabocchetti, per cui la tanto conclamata autonomia e indipendenza della magistratura potrebbe essere messa decisamente in forse. Che poi è quello che da maggioranza e governo viene di continuo lasciato capire.

Si menziona spesso il grande Giuliano Vassalli come un punto di riferimento ideale di questa riforma. Ma io non credo che lui avrebbe avallato questa operazione, che a mio parere rischia di minare il principio cardine di ogni democrazia liberale, che è quello della separazione e dell’equilibrio dei poteri.

Che questi puntino a una democrazia plebiscitaria, con un esecutivo senza controlli mi pare del resto fin troppo evidente. Non lo vede solo chi non lo vuol vedere.

Io non condivido questa deriva e per questo voterò NO.

Francesco Somaini, Storico e Docente universitario presso l’Università del Salento

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