Giuliano Vassalli: una bandiera sbagliata. di Fabio Cannizzaro

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Il nome di Giuliano Vassalli ritorna, in queste settimane, con una frequenza che forse non avrebbe gradito.

Lo evocano in tanti, e non pochi sono ex socialisti, per dare sostanza e, diciamolo, una patina di nobiltà alla scelta di votare Sì nel prossimo referendum costituzionale. “Vassalli avrebbe votato così”, si sente dire.

Ed è proprio qui che il discorso si fa spinoso, anzi, profondamente sbagliato. Perché c’è un uso pubblico della memoria che rasenta l’appropriazione indebita e quando questa memoria è quella socialista e garantista, la questione diventa più che teorica: diventa una responsabilità.

Lasciamo da parte per un attimo il merito della riforma – quello è un altro discorso – e fermiamoci sul gesto in sé: prendere un uomo come Giuliano Vassalli, un giurista di tale spessore, un partigiano, un ministro socialista, uno dei padri della nostra Costituzione materiale e trasformarlo in uno slogan, in un argomento referendario. Non è solo una semplificazione: è una prepotenza consumata contro il suo pensiero, che era tutto tranne che semplice. Lui, che nella sua vita ha sempre cercato il punto di equilibrio delicatissimo tra garanzia dei diritti ed efficienza della giustizia, che ha riflettuto su ogni virgola del codice penale per proteggere i deboli dal potere dello Stato, viene ora usato come timbro per legittimare una scelta politica contingente. C’è qualcosa di stridente in questa operazione, qualcosa che non torna.

Eticamente, prima di tutto. Vassalli era l’uomo del rigore, della scienza giuridica, della complessità che non si presta a facili tifoserie.

Ridurlo a una frase da comizio significa svuotare il suo magistero, banalizzarne la statura. Ma c’è di più: sarebbe lui, l’architetto di garanzie processuali, il paladino della presunzione di innocenza, a essere arruolato per sostenere una riforma che alcuni temono possa, nei fatti, indebolire proprio quelle garanzie?

La contraddizione è talmente lampante da sembrare quasi un brutto scherzo. E poi, l’autonomia della coscienza. Vassalli ha sempre difeso il diritto – e il dovere – di giudicare con la propria testa, liberi dalle pressioni dei partiti.

Usare la sua immagine per creare un obbligo morale, un “dovere di voto” in una direzione, è l’esatto contrario di ciò che ha sempre predicato.

Politicamente, poi, il gesto è miope. Vassalli è, o dovrebbe essere, un simbolo di unità costituzionale. È una figura che parla alla Resistenza, alla Costituente, alla stagione delle grandi riforme tecniche.

È un ponte. Rivendicarlo come “proprio” da una sola parte, inchiodandolo al Sì, significa spezzare quel ponte. Significa trasformare un patrimonio condiviso in un trofeo di fazione.

E con quale rischio? Che se quella riforma, legittimata dal suo nome, dovesse poi rivelarsi problematica, sarebbe la sua stessa reputazione a uscirne danneggiata. Lo si trascinerebbe in polemiche che la sua serietà avrebbe certamente rifiutato.

E qui viene il punto dolente, quello che riguarda da vicino chi si richiama, oggi, alla tradizione socialista. Perché per i socialisti – o per chi ne custodisce l’eredità – il divieto di strumentalizzazione dovrebbe essere ancora più categorico.

Primo, per una questione di appartenenza. Vassalli non è un padre nobile generico: è stato un socialista, anzi, uno dei massimi interpreti del socialismo giuridico italiano. Le sue riforme – l’abolizione dell’ergastolo per i minori, il nuovo codice penale – sono il cuore pulsante di un’idea di Stato: giusto, moderno, attento ai deboli. Usare quell’eredità per una campagna di parte significa tradirne lo spirito profondo, che era rivolto al bene comune, non alla vittoria di una battaglia politica.

Secondo, la storia del socialismo italiano è fatta di una tensione costante: tra slancio verso la giustizia sociale e rispetto rigoroso delle istituzioni democratiche. Vassalli era l’incarnazione di quell’equilibrio. I socialisti hanno il dovere, oggi più che mai, di proteggere quella lezione da qualsiasi deriva populista o maggioritaria che possa erodere le garanzie. Sono proprio i deboli, ricordiamocelo, la preoccupazione che percorre tutta l’opera di Vassalli.

Terzo, c’è un rischio di autocannibalismo culturale. Cosa farebbero i socialisti, usando il loro massimo garante giuridico per sostenere una riforma che, agli occhi di molti, rischia di alterare gli equilibri costituzionali a danno delle garanzie? Sarebbe come usare la firma del proprio architetto più fidato per approvare la demolizione della casa che lui stesso ha costruito con tanta cura. Un paradosso tragico, un tradimento dell’identità più autentica.

Allora, forse, sarebbe il caso di smetterla. Di lasciare Giuliano Vassalli alla Storia della Repubblica e alla Scienza giuridica, dove merita di stare.

Onorarlo non significa sventolare il suo nome come una bandiera. Onorarlo significa fare quello che ha sempre fatto lui: studiare con rigore, analizzare i testi comma per comma, discutere con spirito critico, difendere le garanzie di tutti, specialmente dei più indifesi.

Significa, in una parola, prendere sul serio il suo insegnamento, invece di usare la sua ombra per cercare di chiudere un dibattito che, proprio in suo nome, dovrebbe rimanere il più aperto e rigoroso possibile.

Fabio Cannizzaro

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