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Perché ho aderito al Comitato Socialista per il NO. di Roberto Finessi

La difesa della nostra Costituzione che caratterizza i pilastri fondanti della nostra democrazia, che trovano, appunto, linfa proprio dai suoi articoli nella prima parte, sono un ulteriore atto patriotico, l’ennesimo regalo dei padri costituenti, per sentirci cittadini dello stesso paese: l’Italia.
Difendere la Costituzione Repubblicana, non è di destra o di sinistra è compito di tutti noi e chi dice che è roba da “poveri comunisti” non ha capito nulla e con una frase del genere si pone fuori dallo spirito costituente, ma comunque è tutto, ma non un patriota. A differenza di molti membri della mia famiglia di origine, che sotto il fascismo e l’occupazione nazifascista, hanno subito soprusi, dolore, morte, semplicemente per la loro fede socialista e per una lontana appartenenza alla diaspora sefardita, ciononostante non fossero, osservanti di nessun credo religioso: innocenti perseguitati ingiustamente, come moltissime famiglie italiane.
Ebbene a differenza di loro, in questi quasi 80 anni della mia vita, io ho potuto leggere e studiare come ho voluto, dichiararmi non credente senza essere perseguitato e militare politicamente nella sinistra storica di questo mio paese, essere iscritto a un sindacato… un privilegio che mio nonno paterno non ha avuto, morto a seguito di botte e olio di ricino, un invalido alla fine morto lasciando in balia del regime mia nonna e le sue due figlie e i fratelli e i cugini di mia nonna rimasti chi lo sa dove, in qualche fossa comune o qualche forno in Polonia e suo fratello più giovane sopravvissuto (un miracolo) alla famigerata scalinata di Mauthausen.
Proprio per tutto questo io mi sento una sorta di partigiano della Costituzione; sarò sempre attento a difendere la nostra democrazia, che, come diceva Pertini: “È meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature”.
L’autonomia della magistratura è sempre stata osteggiata dalle forze più reazionarie del paese: da subito! Come pure gli organi di controllo e veto, prerogativa sia della Corte dei Conti come del CSM e del Presidente della Repubblica. Credo che il primo governo di destra-destra di questo paese, voglia trasformare la nostra democrazia in una sorta di democratura all’UNGHERESE ED È PER QUESTO CHE L’OSTACOLO PRIMCIPALE È LA NOSTRA COSTITUZIONE.
Bisogna che ci si debba mobilitare per contribuire a fermare questa deriva; dobbiamo andare a votare e votare NO. IO VOGLIO METTERCI LA FACCIA FINO IN FONDO, ed è per questo che come socialista aderirò al “Comitato Socialista per il NO Referendun 2026”.
Roberto Finessi
Qui non è in gioco la carriera dei magistrati, ma metterli alle dipendenze di un potere autoritario. di Andrea Pisauro

Il referendum sulla riforma della magistratura proposta dal governo Meloni sembra venire colto da una parte della sinistra moderata come un’occasione per marcare una distanza dalla leadership e dal baricentro della coalizione progressista.
C’è in pratica una vulgata che pare voler dire che con Schlein il PD si è spostato troppo a sinistra e che una sinistra matura, garantista e, si aggiunge, riformista, (quasi che Schlein proponesse di assaltare Palazzo Chigi con trecentomila bolscevichi) dovrebbe cogliere l’occasione di votare a favore della riforma di Meloni in quanto la riforma Nordio sarebbe garantista, e anzi, a dire di alcuni, perfino progressista.
Peccato che nella politica italiana nulla sia mai come sembra, e in questo gioco di specchi si finisce spesso per perdere di vista l’essenziale.
Si dice che la riforma sia sulla separazione delle carriere dei magistrati, ma questo semplicemente non è vero. Una serie di riforme iniziate con quella Vassalli del 1989 per il giusto processo per finire con quella Cartabia del 2021, votata da una larghissima maggioranza in Parlamento, hanno progressivamente e inesorabilmente separato le carriere della magistratura inquirente e giudicante.
Allo stato i magistrati devono scegliere in modo definitivo se essere giudicanti o inquirenti e gli è consentito un unico ripensamento entro i primi 10 anni della loro carriera, peraltro cambiando distretto. Di fatto, questa norma ha azzerato i cambi di carriera (l’anno scorso hanno usufruito di questa unica residua possibilità che va intesa a garanzia dei cittadini – perché obbligare a continuare a fare il pm chi ha capito di voler fare il giudice? – meno dell’1% dei magistrati, ovvero solo i più giovani a inizio carriera).
Quello di cui si decide in questo referendum è la separazione della governance della magistratura, con la triplicazione degli organismi di autogoverno, e in particolare del nodo di come ne vengono selezionati i rappresentanti, in cui si passerebbe dal metodo democratico attualmente in vigore, a quello del sorteggio, ovvero del caso.
Si può pensare quello che si vuole su quanto separate debbano essere le carriere dei magistrati (per chi scrive, giusto lo siano, esattamente come lo sono ora) ma spero ci troveremo tutti d’accordo che il metodo democratico è ancora il migliore possibile, o, parafrasando Churchill, il peggiore possibile, fatta eccezione per tutti gli altri, incluso il sorteggio.
Tornando poi al nocciolo della questione, esiste un’enorme questione democratica che attraversa tutto il mondo libero, che riguarda sostanzialmente la tenuta della democrazia liberale sotto attacco precisamente dall’estrema destra alleata della Meloni. E’ vero negli Stati Uniti, dove i golpisti sono al governo e stanno letteralmente archiviando diritto nazionale e internazionale, e con esso l’ordine mondiale uscito dalla seconda guerra mondiale, ma rischia di essere presto vero anche in paesi come il Regno Unito, la Francia e la Germania, dove forze di natura dichiaratamente fascista se non proprio dichiaramente neonazista, propongono ricette populiste e reazionarie e sono oggettivamente alleate di Putin e della sua combriccola autoritaria.
La Meloni null’altro è che il riferimento italiano di questa internazionale autoritaria, che, un pochino alla volta, con sapienti passetti indietro in mezzo a molti passi avanti, sta picconando le libertà individuali (decreti sicurezza e una lunga storia di giustizialismo, da Bibbiano ai giorni nostri), l’assetto costituzionale del 1948 (con questa riforma che lei intende come un modo per mettere in riga la magistratura e con i progetti di riforma elettorale volti a rafforzare il capo del governo a scapito del Parlamento), il diritto internazionale (che “conta solo fino a un certo punto” come dice il suo ministro degli esteri) e anche l’unità europea, con i suoi consueti e sistematici ammicamenti a Trump che annacquano ogni passo verso l’integrazione. Se vincesse il referendum procedera’ rapidamente a fare approvare una riforma elettorale che riduce il potere di scelta degli elettori e poi ci chiamerà tutti al voto per farsi dare un bel mandato a continuare a schierare l’Italia nel campo dell’internazionale nera, pronta a ispirare Farage e Le Pen e a fare contento Trump. Dunque se si vota una riforma della Meloni perché la Schlein sarebbe un po’ troppo di sinistra, probabilmente e’ vero l’opposto. Lo si fa o perche’ si e’ un po’ troppo di destra, o perche’ non si e’ capito quasi nulla del mondo in cui si vive che richiede di fare tutti la propria parte per arginare il ritorno del fascismo su scala globale.
Non è dunque il caso di perdersi in tecnicismi. Il grande dirigente socialista Rino Formica, un garantista a 48 carati, oggi editorialista di Domani ha scritto con grande sintesi quel che c’e’ da pensare e da dire sulla riforma costituzionale e le ragioni del no, meglio di quanto sarei capace di fare io, e dunque vi invito a leggerlo nella sua essenzialità.
“Qui non è in gioco la carriera dei magistrati, né se saranno o no autonomi in uno stato libero e democratico. Nella decadenza democratica, unite o divise, le carriere dei magistrati saranno alle dipendenze di un potere autoritario. Dunque oggi votare contro qualsiasi riforma proposta dalle forze che hanno un’intenzione demolitrice della Carta è un dovere. Non è una bestemmia per il proprio passato di lotta politica dei singoli o delle forze della tradizione laica italiana. È aprire gli occhi: oggi è in atto una tendenza a chiuderli dinanzi a problemi che riguardano noi e i nostri figli. Il momento del risveglio arriva sempre. Bisogna sperare di essersi svegliati in tempo. Il voto di New York ci ha dato una lezione: aver capito per tempo che in gioco non era l’amministrazione ma il futuro democratico degli Stati Uniti. Il no al nostro referendum va spiegato bene . Non perdetevi dietro meticolosità tecnicistiche su una formula più o meno rispondente al diritto ordinario. Il diritto non c’entra. C’entra una questione semplice, ed enorme: c’è il rischio di rendere irrecuperabile il declino democratico. Ci vuole il coraggio di dire no a questo governo. Si vota contro il governo della distruzione democratica; o non si è. Una valanga di no alle riforme fantasma del governo indicherà l’inizio del risveglio nazionale.”
Quindi forza con la campagna per il NO e buon risveglio nazionale a tutti noi insieme al compagno Formica.
Andrea Pisauro
Le ragioni del voto per il NO al referendum di Risorgimento Socialista. di Franco Bartolomei

Votare No alla separazione delle carriere significa difendere l’equilibrio costituzionale. La riforma Nordio indebolisce la magistratura, riduce i controlli sull’esecutivo e apre a una deriva autoritaria, confermata anche dalle critiche al decreto Sicurezza.
Le ragioni del voto per il NO al referendum
Votare No al referendum sulla separazione delle carriere è ormai una necessità democratica.
Siamo infatti di fronte a una riforma che rappresenta una parte importante del disegno più generale di ristrutturazione tecno-autoritaria dei moderni Stati liberisti a trazione finanziaria, imposto dalle classi dirigenti per tentare di governare le contraddizioni aperte dalla crisi strutturale dei loro sistemi di sviluppo.
La riforma Nordio ha una ratio di natura costituzionale completamente diversa dalle riflessioni socialiste degli anni Ottanta sul riequilibrio necessario, in sede processuale e istruttoria, tra accusa e difesa.
Questa riforma ha ben altri obiettivi, che rientrano nel disegno di trasformazione sostanziale del nostro impianto costituzionale, che, partendo dal ridimensionamento dell’autonomia della magistratura, punta ad addomesticare la stessa Corte costituzionale alle necessità dell’esecutivo.
La riforma ha principalmente, fuori da ogni rappresentazione di comodo, l’obiettivo primario di indebolire la sola vera struttura costituzionale depositaria di un potere di controllo e di verifica di legittimità sull’esercizio di tutta l’azione preventiva e repressiva dello Stato, e sull’esercizio delle funzioni amministrative da parte del potere esecutivo.
Sostenere il Sì significa quindi solo aiutare la svolta autoritaria che il governo vuole imprimere al Paese, colpendo tutti i poteri costituzionali che possono limitare l’azione dell’esecutivo, in ragione dell’invalicabilità dei limiti posti all’azione di governo dal rispetto sostanziale dei principi costituzionali.
Il governo della signora Meloni, dei post-fascisti e dei leghisti ritiene infatti, così come nel disegno di sistema di Trump e del Deep State USA, che gli organi separati dello Stato siano, o debbano essere, gli unici veri garanti dell’esercizio pieno e incondizionato del potere dell’esecutivo, a cominciare dagli apparati di sicurezza, dai servizi informativi e dalle forze dell’ordine, il cui ruolo in un diretto rapporto funzionale con l’esecutivo deve essere svolto marginalizzando tutti i poteri di controllo di legittimità, di direzione, di verifica e di impulso dell’azione penale, costituzionalmente riservati alla magistratura in ragione del principio di separazione dei poteri.
La natura della riforma Nordio non è quindi garantista dei diritti individuali, ma limitativa di poteri di riequilibrio previsti dal sistema e ad esso interni per determinazione costituzionale.
Siamo di fronte a una vera e propria sterilizzazione di un organo costituzionale fondamentale per l’equilibrio dei poteri, animata da una logica superiore di garanzia dell’ordine sociale, che punta ad adeguare l’impianto costituzionale alla logica repressiva già espressa nel decreto Sicurezza.
Per questo oggi votare per il No rappresenta un’autentica necessità democratica e un dovere per chiunque voglia definirsi socialista, per salvaguardare l’impianto costituzionale del nostro sistema Paese.
Questa funzione di garanzia dei diritti costituzionali, individuali e collettivi, svolta dalla magistratura, che la riforma punta a colpire, ha recentemente trovato una conferma importantissima nella valutazione frontalmente critica che l’Ufficio del Massimario della Corte di cassazione ha espresso su tutte le norme penali incostituzionali del decreto Sicurezza, dando un chiaro indirizzo interpretativo in tal senso a tutti i giudici italiani, inquirenti e giudicanti.
Il parere valutativo e interpretativo dell’Ufficio del Massimario, incaricato funzionalmente di analizzare sistematicamente la giurisprudenza di legittimità, presieduto da magistrati di Cassazione e organizzato sulla collaborazione di 37 giudici di carriera penali e civili, sebbene non abbia una natura vincolante, ha comunque una forza di orientamento enorme sull’intero corpo della magistratura, orientandola nettamente su un crinale valutativo assolutamente garantista e anti-repressivo.
Franco Bartolomei, Coordinatore nazionale di “Risorgimento Socialista”
https://forzalavoro.work/le-ragioni-del-voto-per-il-no-al-referendum-di-risorgimento-socialista/
Un NO al Referendum per non indebolire le garanzie costituzionali dei cittadini. di Beppe Sarno

Il 22 e il 23 marzo prossimi andremo a votare per il referendum costituzionale sulla giustizia. Ricordo che i sostenitori del NO nel frattempo hanno raccolto 500.000 firme necessarie a proporre un quesito diverso sulla scheda elettorale. Vedremo il Tar Lazio cosa deciderà.
Cerco di spiegare i motivi sinteticamente i motivi che mi spingono a votare decisamente NO.
Preliarmene osservo che la separazione delle carriere esisté già. Un magistrato quando prende servizio deve scegliere a quale ruolo appartenere: requirente o giudicante e questa scelta può essere modificata una sola volta nella carriera e sono pochissimi i magistrati che ogni anno cambiano “casacca”.
Il vero obbiettivo della legge è la riforma dell’art.12 della Costituzione e con l’attuale progetto si tende a rendere subordinato al potere politico il Consiglio Superiore della Magistratura. Attualmente il CSM è composto per due terzi da magistrati e per un terzo da membri laici eletti dal parlamento scelti fra professori universitari e avvocati oltre a tre membri di diritto per un totale di 33 membri. I membri togati con l’attuale disciplina vengono eletti in diversi collegi tra magistrati di legittimità, pubblici ministeri e magistrati di merito.
IL CSM attualmente in quanto organo di autogoverno si occupa di trasferimenti, conferimenti di funzioni, nomine, formazione e delle questioni disciplinari relative a giudici, pubblici ministeri, procuratori.
Con la riforma, se approvata, avremo due CSM, uno per i requirenti ed uno per i giudici che svolgeranno le attuali funzioni ad eccezione della funzione disciplinare che sarà esercitata da un terzo organo la cd. Alta Corte Disciplinare. Quindi Il CSM o meglio i due CSM sono spogliati di un’attribuzione tipica dei modelli di governo autonomo dell’ordine giudiziario, appunto la disciplina. Quale sarà il raccordo fra questi tre organismi non è dato sapere. Con la riforma i membri togati dei due CSM verranno scelti a sorte quindi alla magistratura nel suo complesso viene sottratto l’elettorato attivo e passivo. Non vi è dubbio che Il meccanismo del sorteggio ridurrà grandemente l’autorevolezza del CSM e ne svilirà il ruolo politico-costituzionale di garanzia volto a realizzare la migliore tutela dell’indipendenza della magistratura. Un CSM i cui membri sono tirati a sorte si comprende che il peso della componente politica sarà sicuramente superiore.
Anche l’Alta Corte Disciplinare oltre a tre nominati dal presidente della Repubblica, avrebbe altri 12 membri, tutti sorteggiati: tre dal Parlamento fra un elenco di professori di materie giuridiche e avvocati con almeno 20 anni di servizio. Sei fra i magistrati giudicanti e tre fra i requirenti, tutti cassazionisti, in entrambi i casi con almeno 20 anni di servizio. I magistrati giudicanti sono quindi in netta minoranza: 9 vs 6 ed è questa l’insidia.
Concludendo con la riforma Il PM diventerà , l’organo dell’accusa e non più parte “parte imparziale”..
Questo cambiamento porterà ad una perdita di garanzie per i cittadini. Non più un PM che cerca la verità processuale e raccoglie le prove anche a favore dell’indagato, d’ora innanzi non accadrà più. Ne perderanno i cittadini ma anche la funzione del pubblico ministero che, svincolata dalla cultura delle garanzie, si troverà giocoforza a essere ripiegata nell’angusto recinto professionale del pubblico accusatore. Inoltre il peso specifico nella funzione nella composizione dell’Alta Corte disciplinare.
Il 27 gennaio il TAR Lazio dovrà pronunciarsi sulla richiesta di annullamento di tale data, avanzata dal “Comitato per il No”, il cui quesito alternativo sarebbe più complesso e conterrebbe una domanda per ciascun degli articoli che la riforma della giustizia ha modificato.
Votare NO è una scelta politica per evitare il controllo politico della magistratura e l’indebolimento delle garanzie costituzionali dei cittadini.
Beppe Sarno, editore di “Critica Sociale”
La posizione di Rino Formica sul Referendum sulla Giustizia. di Giuseppe Giudice

” Qui non è in gioco la carriera dei magistrati, né se saranno liberi ed autonomi in uno stato libero e democratico. Nella decadenza democratica , unite o divise, le carriere dei magistrati saranno alle dipendenze di un potere autoritario. . Dunque oggi votare contro qualsiasi riforma proposta dalle forze che hanno una intenzione demolitrice della Carta è un dovere . Non è una bestemmia per il proprio passato di lotta politica dei singoli o delle forze della tradizione laica italiana. E’ aprire gli occhi: oggi è un atto a chiuderli dinanzi a problemi che riguardano noi ed i nostri figli ,. Il momento del risveglio arriva sempre . Bisogna sperare di essersi svegliati in tempo. Il voto di New York ci ha dato una lezione : aver capito per tempo che in gioco non era l’amministrazione ma il futuro democratico degli Stati Uniti. Il nostro NO al referendum va spiegato bene. Non perdetevi dietro meticolosità tecnicistiche su una formula più o meno rispondente al diritto ordinario . Il diritto non c’entra. C’entra una questione semplice , ed enorme: c’è il rischio di rendere irrecuperabile il declino democratico . Ci vuole il coraggio di dire no a questo governo. Si vota contro il governo della distruzione democratica, o non si è . Una valanga di No alle riforme fantasma del governo indicherà la strada del risveglio nazionale “
Concordo pienamente con il compagno Formica, C’è in atto, da parte di questo governo reazionario il chiaro tentativo di smantellare pienamente la Democrazia Costituzionale a favore di un sistema con forti tratti autoritari . Favorito anche dalla debolezza dell’opposizione e dall’assenza di un progetto forte. Un autoritarismo che è perfettamente funzionale agli interessi di un capitalismo che intende finirla con la democrazia e la stessa democrazia liberale. La sua apparente forza deriva da ciò e non certo dal personale altamente dequalificato di cui è composto il governo attuale. La lotta per la democrazia è quindi strettamente intrecciata con un duro conflitto con capitalismo attuale, che si fondi su un progetto di società alternativo, in un socialismo democratico di sinistra. Per tale ragione nella lotta per la ricostruzione democratica difficilmente possono trovare posto quegli avanzi presunti di un centrismo liberale ad iniziare dai “riformisti” del PD (che votano s’ e sono di fatto subalterni alla destra).
Ma c’è un discorso che riguarda noi socialisti o chi da quella esperienza proviene. E’ pura opera di un inutile revanscismo fare dei comitati per il SI richiamandosi a Vassalli. Che certamente sarebbe stato contro questo governo. Anzi dovrebbero ricordare come i neofadcisti e i leghisti erano ultragiustizialisti, e manettari. Il garantismo è fuori dalla loro identità. Quello di Berlusconi e FI era solo un garantismo peloso, non credibile. Mani Pulite è stata una pagina negativa della nostra storia. Al srrvizio dei poteri forti della economia interni ed internazionali. Il dipietrismo è stato un gravissimo vulnus alla giustizia. Tramite l’uso abusivo e violento della carcercazione preventiva . Lo stesso Formica fu coinvolto dall’ondata giustizialista e ne uscì a testa alta con piana assoluzione, ma dovette aspettare molti anni. Noi combattemmo il giustizialismo perchè prefigurava uno stato di polizia.
E per la stessa ragione votiamo NO per combattere l’affossamento della Costituzione repubblicana ed antifascista e il modello di democrazia avanzata che ci ha dato.
Giuseppe Giudice
Perché votare NO alla riforma della Giustizia: una scelta di difesa costituzionale, democratica e civile. di Alberto Angeli

Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma della Giustizia rappresenta uno snodo cruciale per l’assetto istituzionale della Repubblica. Non si tratta di una semplice modifica organizzativa del sistema giudiziario, ma di un intervento che incide direttamente sui principi fondanti dello Stato costituzionale di diritto, così come disegnato dalla Costituzione del 1948. La proposta di separare le carriere dei magistrati, distinguendo rigidamente la magistratura giudicante da quella requirente, e di istituire due Consigli Superiori della Magistratura distinti, con componenti selezionati anche mediante sorteggio, solleva interrogativi profondi sul piano giuridico, democratico e politico. Per queste ragioni, il voto NO appare non solo legittimo, ma necessario.
1. L’unità della magistratura nel disegno costituzionale
La Costituzione italiana non prevede espressamente la separazione delle carriere. Al contrario, essa costruisce un modello di magistratura unitaria, autonoma e indipendente da ogni altro potere dello Stato. L’articolo 104, comma 1, stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Tale affermazione non distingue tra giudici e pubblici ministeri, che sono entrambi ricompresi nell’ordine giudiziario.
Questo assetto trova ulteriore conferma nell’articolo 107, che tutela l’inamovibilità dei magistrati, e nell’articolo 101, secondo cui “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Il pubblico ministero, pur svolgendo una funzione diversa rispetto al giudice, è parte integrante di questo sistema di garanzie, perché esercita l’azione penale non in nome del Governo, ma in nome della legge.
I Costituenti scelsero consapevolmente questo modello per evitare il ritorno a forme di giustizia asservita al potere esecutivo, come era avvenuto durante il fascismo, quando il pubblico ministero dipendeva gerarchicamente dal Ministro della Giustizia. L’unità delle carriere non è dunque un accidente storico, ma un presidio di libertà.
2. La separazione delle carriere e il rischio di subordinazione del PM
La separazione delle carriere, presentata dai sostenitori del SÌ come strumento di imparzialità del giudice, rischia in realtà di produrre l’effetto opposto: una progressiva politicizzazione della magistratura requirente. Una volta separato dal giudice, il pubblico ministero diventa più facilmente assimilabile a una parte dell’apparato statale orientata all’“ordine pubblico”, e dunque più esposta a pressioni politiche.
Il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 Cost.) è uno dei cardini del sistema italiano. Esso impedisce che le indagini e le persecuzioni penali siano selettive, guidate da convenienze politiche o da indirizzi di maggioranza. Una magistratura requirente separata, dotata di un proprio CSM e potenzialmente distinta anche sul piano culturale e funzionale, rende più fragile questo principio, aprendo la strada a forme di discrezionalità di fatto.
La riforma, pur non prevedendo formalmente una subordinazione del PM all’esecutivo, crea le condizioni strutturali affinché ciò possa avvenire in futuro. Il diritto costituzionale insegna che le garanzie democratiche non vengono demolite all’improvviso, ma erose gradualmente, attraverso riforme che alterano gli equilibri senza dichiararlo apertamente.
3. Due Consigli Superiori della Magistratura: frammentazione e indebolimento
L’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura separati rappresenta una novità dirompente. Il CSM, previsto dall’articolo 104 Cost., è l’organo di autogoverno della magistratura, pensato per sottrarre le carriere, le nomine e i procedimenti disciplinari all’influenza del potere politico.
La duplicazione del CSM produce una frammentazione dell’ordine giudiziario, creando due magistrature potenzialmente contrapposte, con interessi e logiche diverse. Ciò non rafforza l’indipendenza della giurisdizione, ma la indebolisce, perché divide un potere che la Costituzione ha voluto unitario proprio per renderlo più resistente alle pressioni esterne.
Inoltre, la presenza di membri “laici” eletti dal Parlamento, in due distinti CSM, moltiplica i punti di contatto tra politica e magistratura, aumentando il rischio di interferenze e condizionamenti.
4. Il sorteggio: una risposta illusoria alle degenerazioni correntizie
Uno degli argomenti a favore della riforma è la necessità di superare il correntismo all’interno della magistratura. Tuttavia, la soluzione proposta – il sorteggio dei membri dei CSM – appare demagogica e pericolosa.
Il sorteggio non garantisce né competenza né autorevolezza. Un organo di autogoverno deve essere composto da magistrati con esperienza, riconosciuta capacità e senso delle istituzioni. Affidare tale funzione al caso significa indebolire la qualità delle decisioni e favorire la nascita di poteri informali, non trasparenti, spesso più difficili da controllare delle correnti ufficiali.
Inoltre, il sorteggio non elimina il potere, ma lo rende casuale e irresponsabile. Come insegna la teoria delle istituzioni, l’assenza di meccanismi di rappresentanza e responsabilità non produce neutralità, ma opacità.
5. Una riforma in contrasto con il principio di separazione dei poteri
Il principio di separazione dei poteri, nella tradizione costituzionale europea, non è una separazione rigida, ma un sistema di equilibrio e controllo reciproco. La magistratura non è un potere “nemico” della politica, ma un potere autonomo che garantisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Questa riforma rischia di alterare tale equilibrio, rafforzando l’esecutivo e indebolendo il potere giudiziario. L’esperienza di Paesi come gli Stati Uniti, dove il pubblico ministero è spesso eletto o direttamente dipendente dal potere politico, mostra come ciò possa condurre a un uso strumentale della giustizia. Le recenti vicende legate all’amministrazione Trump evidenziano i pericoli di una magistratura percepita come parte del conflitto politico, anziché come garante imparziale della legalità.
6. Una riforma ideologica, non necessaria
È vero che, nel passato, anche settori della sinistra e della cultura giuridica progressista hanno discusso della separazione delle carriere. Ma tali riflessioni non si sono mai tradotte in riforme compiute, proprio a causa delle profonde criticità emerse nel dibattito dottrinale.
I problemi reali della giustizia italiana – lentezza dei processi, carenze di organico, inefficienze organizzative – non vengono risolti da questa riforma. Al contrario, essa sposta l’attenzione dalle vere urgenze a una battaglia ideologica che rischia di compromettere le garanzie costituzionali.
Votare NO per difendere la Repubblica costituzionale. Votare NO a questa riforma significa difendere l’indipendenza della magistratura, la separazione dei poteri e lo spirito della Costituzione repubblicana. Non si tratta di difendere privilegi o corporazioni, ma di tutelare un principio fondamentale: nessun potere deve poter controllare la giustizia.
La Costituzione non è un ostacolo da aggirare, ma un patrimonio da preservare. In un momento storico segnato da tensioni istituzionali e da una crescente delegittimazione dei corpi di garanzia, il voto NO rappresenta una scelta di responsabilità democratica e di fedeltà ai valori fondativi della Repubblica.
Alberto Angeli

