Riccardo Achilli

Perché votare No al referendum sulla riforma della giustizia del 22-23 marzo. di Riccardo Achilli

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La riforma Nordio, al di là di cosa se ne pensi nel merito, è stata concepita in un clima di odio e contrasto nei confronti della magistratura da parte degli eredi politici di Berlusconi e dei suoi guai giudiziari. La relazione del Presidente della Cassazione all’apertura dell’anno giudiziario, che non è un invito a votare no, sottolinea il pericolo di questo clima, che rischia di sfasciare gli equilibri istituzionali in una insensata guerra fra poteri dello Stato.

Dice infatti i Pg della Cassazione: “Il volto di una giurisdizione sfregiata nell’immagine e privata del rispetto collettivo per il valore essenziale della sua funzione non giova a nessuno: non ai cittadini, che alla giurisdizione devono potersi integralmente affidare (…), non all’Avvocatura, che ha contribuito a preservare, proprio nella dialogia con la Magistratura, i pilastri delle garanzie dello Stato di diritto; non alle Istituzioni rappresentative, che necessariamente devono fondare forza e legittimazione di tale rappresentatività sull’irrinunciabile rispetto del principio di separazione dei poteri, dunque anche dell’indipendenza ed autonomia della Magistratura. L’obiettivo è che cessi ogni lacerazione istituzionale, solo demolitiva, solo deleteria”. Nessun riferimento, come si può leggere, alla riforma Nordio, ma un richiamo al reciproco rispetto dei diversi poteri dello Stato, messo in pericolo da dialettiche e comportamenti politici, da parte dell’attuale maggioranza, volti a minare la fiducia dei cittadini nella magistratura, e quindi la sua autonomia.

A riprova di tale clima punitivo, vi è la proposta di Tajani, ovviamente a valle di una eventuale vittoria del Sì, di togliere alla magistratura il controllo della polizia giudiziaria, di fatto facendo in modo che le indagini preliminari non siano più guidate da un magistrato indipendente, ma da un organo, la P.G., dipendente dal Governo.

Per questo occorre votare no: perché nessuna riforma equilibrata può nascere da questo clima. Che e’ un clima di vendetta.

Peraltro, anche andando nel merito della riforma, si evidenziano aspetti critici, o quantomeno poco chiari.

Un Csm dedicato esclusivamente ai Pubblici Ministeri rischia di creare una setta di accusatori autonoma rispetto al resto del corpo della magistratura, quindi più forte ed indipendente.

Il ricorso ampio ai sorteggi per la selezione dei membri dei due Csm e dell’Alta Corte disciplinare non dà garanzie circa la competenza e la capacità dei soggetti preposti ad un compito così delicato.

La separazione in organi diversi delle competenze su nomine, trasferimenti ed avanzamenti di carriera e di quelle disciplinari appare artificiosa ed inefficiente, considerato che il profilo disciplinare di un giudice deve per forza interagire sincronicamente con la sua carriera.

Il numero di componenti laici, di fatto influenzabili dalla politica perché eletti dl Parlamento, aumenta considerevolmente rispetto al terzo dei componenti dell’attuale Csm come da articolo 104 della Costituzione. Avremo una pletora di soggetti nominati dalla politica, fra i due Csm e l’Alta Corte.

Infine, rispetto all’Alta Corte che dovrà occuparsi dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, le preoccupazioni maggiori riguardano i collegi giudicanti costituiti all’interno dell’Alta corte per valutare i singoli casi. Questi collegi verranno formati in modalità ancora da definire: per ora la legge dice solo che in essi i magistrati “saranno rappresentati” – ma non dice in che numero e in che proporzione. Una maggioranza politica potrebbe, per esempio, fare una legge secondo cui sono i suoi rappresentanti a giudicare, in maggioranza, il magistrato. Il rischio di pressioni, interferenze e intimidazioni, quindi, esiste. Per i giudizi dell’Alta Corte, inoltre, non è previsto il ricorso in Cassazione, ma solo il ricorso in appello davanti a un altro collegio dell’Alta Corte stessa.

Per tutte queste ragioni, di clima politico e di merito, occorre votare No al referendum.

Riccardo Achilli