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Perché bisogna votare NO. di Rino Giuliani

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Il carattere essenziale dello Stato di diritto costituzionale è sempre stato delineato sul piano ideale attraverso rapporti non equivoci fra libertà e esercizio del potere. Con riflessi nella organizzazione delle giurisdizione.

La separazione dei poteri è un capisaldo del pensiero costituzionale liberale. Nella difesa dell’indipendenza della intera magistratura e del CSM si sarebbe potuta fare una separazione delle funzioni, senza ricorrere ad una revisione costituzionale, con una legge ordinaria condivisa e con un esercizio alterno delle funzioni requirenti e giudicanti.

Invece quello che con il referendum confirmatorio ci troviamo davanti sono due CSM separati, autoreferenziali, indeboliti perché privati della competenza disciplinare affidata ad una Alta Corte i cui verdetti non sono ricorribili in Cassazione.

L’uso del sorteggio nella scelta dei componenti togati delinea una composizione su criteri diseguali che da il senso delle intenzioni di condizionamento degli organismi che si vuole cambiare intervenendo sulla Costituzione .

Votare NO ad una legge che è un intervento sulle carriere e non certo una riforma della giustizia ( questa sì che sarebbe stata di interesse per i cittadini) è anche un atto responsabile di chi, cittadino, intende tutelarsi da una possibile, non auspicabile magistratura condizionata dal potere politico e da interventi dei governi.

Rino Giuliani (Vicepresidente dell’Istituto Fernando Santi)

Perché votare No al referendum sulla riforma della giustizia del 22-23 marzo. di Riccardo Achilli

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La riforma Nordio, al di là di cosa se ne pensi nel merito, è stata concepita in un clima di odio e contrasto nei confronti della magistratura da parte degli eredi politici di Berlusconi e dei suoi guai giudiziari. La relazione del Presidente della Cassazione all’apertura dell’anno giudiziario, che non è un invito a votare no, sottolinea il pericolo di questo clima, che rischia di sfasciare gli equilibri istituzionali in una insensata guerra fra poteri dello Stato.

Dice infatti i Pg della Cassazione: “Il volto di una giurisdizione sfregiata nell’immagine e privata del rispetto collettivo per il valore essenziale della sua funzione non giova a nessuno: non ai cittadini, che alla giurisdizione devono potersi integralmente affidare (…), non all’Avvocatura, che ha contribuito a preservare, proprio nella dialogia con la Magistratura, i pilastri delle garanzie dello Stato di diritto; non alle Istituzioni rappresentative, che necessariamente devono fondare forza e legittimazione di tale rappresentatività sull’irrinunciabile rispetto del principio di separazione dei poteri, dunque anche dell’indipendenza ed autonomia della Magistratura. L’obiettivo è che cessi ogni lacerazione istituzionale, solo demolitiva, solo deleteria”. Nessun riferimento, come si può leggere, alla riforma Nordio, ma un richiamo al reciproco rispetto dei diversi poteri dello Stato, messo in pericolo da dialettiche e comportamenti politici, da parte dell’attuale maggioranza, volti a minare la fiducia dei cittadini nella magistratura, e quindi la sua autonomia.

A riprova di tale clima punitivo, vi è la proposta di Tajani, ovviamente a valle di una eventuale vittoria del Sì, di togliere alla magistratura il controllo della polizia giudiziaria, di fatto facendo in modo che le indagini preliminari non siano più guidate da un magistrato indipendente, ma da un organo, la P.G., dipendente dal Governo.

Per questo occorre votare no: perché nessuna riforma equilibrata può nascere da questo clima. Che e’ un clima di vendetta.

Peraltro, anche andando nel merito della riforma, si evidenziano aspetti critici, o quantomeno poco chiari.

Un Csm dedicato esclusivamente ai Pubblici Ministeri rischia di creare una setta di accusatori autonoma rispetto al resto del corpo della magistratura, quindi più forte ed indipendente.

Il ricorso ampio ai sorteggi per la selezione dei membri dei due Csm e dell’Alta Corte disciplinare non dà garanzie circa la competenza e la capacità dei soggetti preposti ad un compito così delicato.

La separazione in organi diversi delle competenze su nomine, trasferimenti ed avanzamenti di carriera e di quelle disciplinari appare artificiosa ed inefficiente, considerato che il profilo disciplinare di un giudice deve per forza interagire sincronicamente con la sua carriera.

Il numero di componenti laici, di fatto influenzabili dalla politica perché eletti dl Parlamento, aumenta considerevolmente rispetto al terzo dei componenti dell’attuale Csm come da articolo 104 della Costituzione. Avremo una pletora di soggetti nominati dalla politica, fra i due Csm e l’Alta Corte.

Infine, rispetto all’Alta Corte che dovrà occuparsi dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, le preoccupazioni maggiori riguardano i collegi giudicanti costituiti all’interno dell’Alta corte per valutare i singoli casi. Questi collegi verranno formati in modalità ancora da definire: per ora la legge dice solo che in essi i magistrati “saranno rappresentati” – ma non dice in che numero e in che proporzione. Una maggioranza politica potrebbe, per esempio, fare una legge secondo cui sono i suoi rappresentanti a giudicare, in maggioranza, il magistrato. Il rischio di pressioni, interferenze e intimidazioni, quindi, esiste. Per i giudizi dell’Alta Corte, inoltre, non è previsto il ricorso in Cassazione, ma solo il ricorso in appello davanti a un altro collegio dell’Alta Corte stessa.

Per tutte queste ragioni, di clima politico e di merito, occorre votare No al referendum.

Riccardo Achilli

Su cosa voteremo il 22 e 23 marzo? di Sergio Bagnasco

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Sulla separazione delle carriere? NO!

Persino la risposta “anche” è sbagliata perché approvando questa riforma non sapremmo in cosa consisterebbe la distinzione delle carriere.

In ogni caso, il PM ha già di base una carriera separata da quella del giudice perché se inizia come procuratore e non cambia mai funzione la sua carriera sarà quella del Procuratore.

Per abolire il passaggio di funzioni – cosa che avviene molto raramente – basta una modifica della legge ordinaria.

Voteremo sulla giustizia?

NO! Perché la riforma non riguarda il processo con i suoi inaccettabili tempi e costi per accedere al servizio giustizia.

Noi voteremo su una riforma che riguarda sostanzialmente il Consiglio Superiore della Magistratura e prevede:

– l’obbligo per il legislatore di disciplinare le distinte carriere dei magistrati giudicanti e requirenti;

– lo sdoppiamento del CSM in due organismi; uno dedicato alla valutazione professionale del giudice e uno alla valutazione professionale dei procuratori;

– il trasferimento della funzione disciplinare dal CSM al nuovo organismo che si chiamerà Alta Corte disciplinare in cui i magistrati giudicanti o requirenti saranno semplicemente “rappresentati”;

– la titolarità della funzione disciplinare esclusivamente in capo al Ministro della giustizia;

– il sorteggio dei componenti togati indistintamente tra tutti i magistrati;

– il sorteggio dei componenti laici tra un gruppo di eletti dal Parlamento e quindi con certezza graditi alla maggioranza parlamentare;

– l’eliminazione dell’organismo di rilievo costituzionale che oggi è custode delle prerogative costituzionali della magistratura.

A fronte di tutto ciò è desolante il tentativo di far passare il messaggio che questa sia una riforma per introdurre la separazione delle carriere.

Non è così!

La separazione delle carriere di fatto c’è già, come illustrato, e può essere ulteriormente disciplinata con legge ordinaria; perché allora si vuole modificare la Costituzione?

La risposta è “perché così si rafforza la scelta politica”.

Questa risposta è priva di fondamento logico perché la riforma si limita a dire al legislatore di disciplinare la distinzione delle carriere.

La riforma non specifica nemmeno che è vietato passare dalla funzione giudicante a quella requirente quindi il legislatore potrebbe lasciare l’attuale possibilità per esempio rendendo più difficile il passaggio.

Qualsiasi cosa sarà dal legislatore deciso per disciplinare le distinte carriere sarà precisato in una legge ordinaria modificabile come ogni legge ordinaria. Dove sta il rafforzamento se in Costituzione non c’è alcuna prescrizione tassativa?

In ogni caso, la distinzione delle carriere potrà prevedere esattamente quel che già adesso potrebbe essere previsto perché la nuova legge ordinaria dovrà rispettare gli attuali principi costituzionali riconfermati:

– il PM è un magistrato;

– il PM ha le stesse garanzie costituzionali del Giudice, inamovibilità compresa;

– Giudice e PM continueranno a essere titolari della funzione giurisdizionale: uno giudica i fatti che l’altro ha accertato.

Ne consegue che quando ci dicono che l’Italia è l’unico paese occidentale in cui non c’è la separazione delle carriere omettono di spiegarci a chi ci avvicineremmo: non agli USA dove il PM non è un magistrato; non a Spagna, Germania o Francia dove il PM non ha le stesse garanzie costituzionali del Giudice e/o è subordinato al Ministro di Giustizia o al Procuratore Generale che è di nomina politica.

Quindi? Perché tanta esaltazione per la separazione delle carriere se in realtà continueremmo a essere l’Italia senza alcuna caratteristica di separazione delle carriere in comune con i Paesi che vengono evocati?

Questa riforma in realtà ha lo scopo di #demolire_il_CSM per introdurre strumenti di controllo e intimidazione della magistratura la cui autonomia e indipendenza sarà compromessa già per il fatto oggettivo che la Magistratura non avrà più un organismo che potrà agire a tutela delle sue prerogative solo formalmente riconfermate.

Il CSM viene letteralmente demolito per dare vita a tre distinti organismi di rilievo costituzionale ciascuno autonomo e indipendente dagli altri e quindi nei fatti avremmo due magistrature e un Tribunale Speciale.

Quali siano i vantaggi che deriverebbero ai cittadini da questa riforma non è dato saperlo mentre non certezza sappiamo che tante cose dovrebbero far storcere il naso.

La valutazione professionale dei magistrati sarà molto più blanda perché ogni magistrato sarà valutato da un CSM composto in maggioranza da propri pari; immaginate una commissione per l’esame di maturità composta in maggioranza da studenti colleghi dell’esaminato; come giudichereste una simile commissione?

Il sorteggio consente di collocare nei CSM e nell’Alta Corte persone con un forte mandato politico mentre i magistrati sarebbero indifferenziati ma ciò non esclude che i sorteggiati non facciano le stesse cose che si imputano agli eletti e il sorteggio non esclude nemmeno che siano sorteggiati magistrati iscritti a una corrente o che una corrente risulti casualmente premiata dal sorteggio.

Lo spacchettamento del CSM priverà la magistratura di un organismo che possa agire in tutela delle prerogative costituzionali della magistratura formalmente riconfermate ma di fatto depotenziate perché private di ogni presidio posto a tutela.

L’Alta Corte, in base al testo costituzionale, sarà azionabile esclusivamente dal Ministro della Giustizia e in questo tribunale i magistrati giudicanti o requirenti saranno solo rappresentati; quindi il collegio potrebbe essere composto in maggioranza da giudici di nomina politica.

Questa riforma introduce in Costituzione molte contraddizioni e rilascia cambiali in bianco alla maggioranza parlamentare di turno perché ciò che questa riforma prevede sarà regolato da future leggi ordinarie.

Questa riforma introduce nella magistratura elementi di strutturale conflittualità perché il CSM giudicante potrebbe assumere su questioni che attengono alla magistratura posizioni divergenti rispetto al CSM requirente.

Inizierebbe una nuova stagione di incerta transizione e conflittualità.

La Costituzione si può modificare ma non per creare incertezze, conflitti e compromettere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura che dovrebbero essere corredate da efficienza.

Ogni intervento legislativo dovrebbe mirare a rendere più efficiente la magistratura autonoma e indipendente.

#IOVOTONO e tu?

Sergio Bagnasco

Quattro motivi per votare NO al Referendum contro chi vi sta prendendo in giro. di Lorenzo Zanellato

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Il No non nasce dalla difesa dell’attuale sistema così com’è, ma dal timore che questa riforma, invece di correggere i difetti della giustizia, finisca per indebolire uno dei pochi poteri che ancora possono controllare chi governa.

Il primo motivo riguarda il sorteggio; il sorteggio viene presentato come la cura miracolosa contro il correntismo, ma in realtà crea un problema più grande di quello che vorrebbe risolvere.

Un organo di autogoverno non è una giuria popolare, ma un’istituzione che decide carriere, incarichi, valutazioni e disciplina; se i magistrati vengono sorteggiati senza un mandato e senza una rappresentanza riconoscibile, mentre la componente laica continua a essere selezionata dal Parlamento, il risultato è un CSM più debole e più sbilanciato; chi arriva per scelta politica ha inevitabilmente più peso di chi arriva per caso, e questo non riduce l’influenza della politica, la rafforza.

Il secondo motivo è la separazione delle carriere; è vero che giudici e pubblici ministeri fanno mestieri diversi, ma tenerli nello stesso ordine serve a garantire che entrambi restino lontani dal potere politico; in tutti i Paesi dove le carriere sono separate, prima o poi il pubblico ministero risponde all’esecutivo;pensare che qui non accadrà significa ignorare il contesto e la storia perché La separazione non è neutra: è il primo passo verso un sistema in cui le procure diventano più controllabili, anche senza ordini diretti.

Il terzo motivo riguarda il potere disciplinare; togliere la disciplina al CSM e affidarla a un’Alta Corte separata significa spostare il cuore delle garanzie fuori dall’organo che i Costituenti avevano pensato come scudo dell’indipendenza; la disciplina è la leva più delicata che esista, perché non serve usarla spesso per farla pesare: basta sapere che può essere usata.;un magistrato che indaga su poteri forti diventa più esposto, più prudente, più solo.

Il quarto motivo è forse il più semplice; questa riforma non risolve nessuno dei problemi concreti che vengono agitati per convincere gli elettori;non rende le sentenze più severe, non evita scarcerazioni, non accelera i processi, non elimina errori giudiziari; cambia però l’equilibrio tra giustizia e politica e quando una riforma costituzionale non migliora la vita dei cittadini ma rende più difficile indagare il potere, il dubbio non è ideologico, è di buon senso.

Lorenzo Zanellato

Il Comitato socialista per il NO nel Referendum sulla Magistratura. di Franco Astengo

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Nei giorni scorsi su iniziativa di esponenti di diverse associazione e circoli di ispirazione socialista è stato costituito, a dimensione nazionale, il “Comitato Socialista per il No nel referendum” (dovrebbe svolgersi il 22 e 23 marzo prossimi). Al Comitato ha immediatamente aderito l’ex-ministro Rino Formica e questo fatto può essere considerato un elemento politico di primaria importanza guardando anche al superamento di passate vicende evitando anacronistiche incrostazioni e/o peggio arroccamenti identitari sul passato.

Mi permetto di sottolineare positivamente la costituzione del Comitato che consente di completare il quadro politico del “NO” con una componente essenziale nello schieramento che si sta approntando per sostenere questa difficile sfida.

La presenza del Comitato Socialista consente infatti di superare in avanti quello che potrebbe essere un punto non secondario di discussione: non tanto nel peso specifico che nelle scelte di elettrici ed elettori avrà il merito delle questioni sollevate con la deforma voluta dalla destra, quanto al tema del collegamento tra la particolarità referendaria, il tema generale della tenuta della democrazia repubblicana e tra questa e la drammatica questione sociale che interessa il nostro Paese ( impegni bellici, sbilanciamento in politica estera, difficoltà europea, crisi della produzione industriale, welfare messo sotto i tacchi, politica migratoria, crescita abnorme delle disuguaglianze e di conseguenza della povertà).

E’ evidente che una impostazione “socialista” potrà fornire un forte contributo proprio in questa direzione nell’ambito di una campagna elettorale i cui contenuti dovranno essere fortemente rivolti verso la Società Civile in un contesto generale di forte crescita nella disaffezione all’interesse e all’agire politico che si sta traducendo in un picco di astensione elettorale.

Certamente il tema politico di fondo riguarderà il principio dello Stato diritto.

Il tema della governabilità ha attraversato il dibattito politico.

Progressivamente è cresciuta la decretazione d’urgenza e lo svilimento del ruolo del Parlamento: processo che ha trovato il suo punto di riferimento nella riduzione del numero dei parlamentari, fattore di riduzione secca nella rappresentatività politica e territoriale.

Un dibattito scivolato poi, pericolosamente, considerato il peso assunto dal fenomeno della personalizzazione della politica, sul nodo del “premierato” cavallo di battaglia della destra di governo.

L’occasione referendaria allora può tornare utile per tenere assieme il discorso sulla ripartizione dei poteri e sulla governabilità.

Sorge così anche un discorso riguardante la ricerca di nuove forme – autoritative – di governo ed emerge anche una necessità di distinzione non semplicemente lessicale tra “governance”, espressione di un potere articolato sul territorio per rispondere, spezzettando le diverse problematiche, in maniera sostanzialmente neo-corporativa ai bisogni espressi dai ceti sociali più forti e “governament” utilizzato per normalizzare le dinamiche sociali più fortemente conflittuali, attraverso l’espressione di un potere centrale fortemente concentrato e posto, attraverso opportuni tecnicismi che dovrebbero includere anche la legge elettorale, al riparo da confronti giudicati inopportuni.

Non ci sono risposte in termini di allargamento democratico, di ruolo delle istituzioni rappresentative, di presenza dei soggetti intermedi (partiti, sindacati), la cui funzione nel frattempo è stata ridotta al solo rango di selezionatori del personale di governo, provvisti di denaro ed elargitori di “incentivi selettivi” e non certo di soggetti propositori della rappresentanza politica e sociale.

Franco Astengo

Le ragioni del NO al Referendum. di Franco Bartolomei

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La divisione strutturale della Magistratura in organismi distinti tra giudicanti e inquirenti non risponde ad alcuna esigenza di speditezza nella confusione delle istruttorie e dei processi , come viene propagandisticamente sostenuto .

Questo obiettivo potrebbe essere raggiunto senza problemi con una semplice specializzazione delle preparazioni professionali dei Magistrati , successiva ad una loro autonoma scelta interna di carriera , o ad eventuali esami di passaggio di funzioni , senza dividere organicamente la Magistratura .

In realtà ‘ il vero obiettivo programmatico di questa riforma Nordio e’ quello di arrivare a togliere alla Magistratura il controllo di legittimità sulla azione della polizia giudiziaria, e sulla attività dei servizi di sicurezza, e di porre la Magistratura inquirente sotto la diretta gestione dell ‘ esecutivo nella gestione dell ‘ azione penale .

Per arrivare a questo e’ necessario , prima indebolire e dividere la Magistratura e successivamente addomesticare la Corte Costituzionale facendola diventare di fatto una espressione del sistema politico , pronta ad accettare lo svuotamento del sistema costituzionale della divisione dei poteri. 

E’ assolutamente evidente che una magistratura inquirente come soggetto autonomo sarebbe molto più debole nel rapporto con gli altri organi costituzionali , e   non reggerebbe un potere autonomo così rilevante come l ‘ impulso e il controllo di tutta l’ azione penale  e la direzione della conseguente attività istruttoria in tutti i settori sensibili delle complessive competenze della ‘ intero Stato Ordinamento . 

Questa divisione costituzionale della Magistratura  finirebbe quindi  per favorire il disegno chiaramente ideologico e autoritario del governo , e del centrodestra ,di abbandonare l ‘ obbligatorietà della azione penale e riservare alla discrezionalità dell’ esecutivo i poteri di gestione della azione penale , e soprattutto di gestione delle attività di indagine , con riferimento particolare a quelle preliminari .

Inoltre con la divisione verrebbe a cessare la strutturale uniformità di interpretazione normativa in sede giurisprudenziale che costituisce una garanzia della uniformità delle valutazioni dei giudici, e si aprirebbe la strada a rischiosissime divergenze interpretative , quando le attività di indagine riservate alla Magistratura inquirente non implicano affatto sotto alcun profilo una  differenziazione nelle interpretazioni sulla portata delle norme giuridiche sotto il profilo del merito .

Per questo e’ assolutamente necessario votare No al Referendum, e respingere in tal modo il progetto autoritario delineato dalla riforma Nordio/Piantedosi/Meloni.

Franco Bartolomei, Coordinatore nazionale di “Risorgimento Socialista”

Votare NO al Referendum sulla Giustizia per fermare la svolta autoritaria del governo Meloni-Salvini-Tajani-Nordio! di Pierluigi Rainone

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Il sostegno alla controriforma della giustizia Nordio da parte di noti esponenti della “sinistra ” ternana non fa che confermare le motivazioni che vedono l’ Italia in una situazione drammatica(la peggiore dalla proclamazione della Repubblica nel 1946)

Sostenere una controriforma che ha come obiettivo il controllo della Magistratura da parte della politica al fine di rendere sempre più difficili le inchieste contro i politici ed i colletti bianchi, è l’ emblema del trasformismo che(non certo casualmente) nacque in Italia subito dopo l’ Unità d’ Italia( con il passaggio di alcuni deputati dalla destra storica alla sinistra storica nel 1876)

La controriforma della giustizia si inserisce in un vero e proprio processo di fascistizzazione dello Stato che ha nella continua legiferazione tramite i decreti leggi ed i voti di fiducia, nel Premierato e nella volontà di approvare una legge elettorale peggiore della legge Acerbo del 1923 i suoi cardini.

Vedere noti esponenti della “sinistra” e del centrosinistra ternano nel Comitato per il SI alla controriforma Nordio, insieme ad esponenti di Forza Italia e di Fratelli d’ Italia è, francamente, vergognoso.

Sabato pomeriggio faremo un primo banchetto in centro a Terni per informare i cittadini sulle motivazioni per votare NO alla controriforma Nordio e per fermare la schiforma Meloni-Nordio.

Lo faremo tutti i sabati fino alla data del referendum.

Pierluigi Rainone (Portavoce nazionale Movimento Radicalsocialista)

Il garantismo non c’ entra, stavolta tocca votare no. Non siamo al referendum del 1987, ben altre sono le condizioni politiche. di Luca Cefisi

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Se avessi avuto dubbi su come votare, i Fratelli mi hanno convinto definitivamente.

Voto No, che il principio della separazione delle carriere, giusto in astratto, non è francamente così cruciale in concreto se avulso da un’azione generale ispirata da una cultura e un’etica di “libertà per davvero”.

Oggi questo principio è strumentalizzato per sostenere le ben note pulsioni forcaiole, del resto ogni arma ha sempre un doppio taglio, è buona o cattiva a seconda del contesto e dell’uso che si intende farne. E questi qua non recitano neppure più la parte dei garantisti farlocchi e classisti dei tempi berlusconiani, quando l’invocazione ipocrita delle garanzie per il cittadino imputato, pur pelosa per ragioni e circostanze, tanto accorata per certuni ma flebile o distratta per certi altri, gli sfigati che non potevano neppure permettersi un falso in bilancio, era perlomeno un residuo omaggio alla virtù.

Quello che si vuole affermare oggi è un’agenda politica precisa di prevalenza del potere esecutivo, e il diritto ne è appena il pretesto, nella convinzione di piegarlo al potere. Le scelte politiche si fanno nelle condizioni storiche date: raccontarsi che siamo ancora nel 1987, in altri tempi, altri referendum e altri schieramenti, significa non cogliere i tempi in cui stiamo vivendo. E non conviene dimenticarsi che ogni sistema giuridico riflette sempre i rapporti di forza reali. Ma, grazie all’ufficio propaganda dei Fratelli, raramente un programma fu più chiaro e inequivocabile: ed a questo, qui ed ora, occorre reagire.

Luca Cefisi

Qui non è in gioco la carriera dei magistrati, ma metterli alle dipendenze di un potere autoritario. di Andrea Pisauro

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Il referendum sulla riforma della magistratura proposta dal governo Meloni sembra venire colto da una parte della sinistra moderata come un’occasione per marcare una distanza dalla leadership e dal baricentro della coalizione progressista.

C’è in pratica una vulgata che pare voler dire che con Schlein il PD si è spostato troppo a sinistra e che una sinistra matura, garantista e, si aggiunge, riformista, (quasi che Schlein proponesse di assaltare Palazzo Chigi con trecentomila bolscevichi) dovrebbe cogliere l’occasione di votare a favore della riforma di Meloni in quanto la riforma Nordio sarebbe garantista, e anzi, a dire di alcuni, perfino progressista.

Peccato che nella politica italiana nulla sia mai come sembra, e in questo gioco di specchi si finisce spesso per perdere di vista l’essenziale.

Si dice che la riforma sia sulla separazione delle carriere dei magistrati, ma questo semplicemente non è vero. Una serie di riforme iniziate con quella Vassalli del 1989 per il giusto processo per finire con quella Cartabia del 2021, votata da una larghissima maggioranza in Parlamento, hanno progressivamente e inesorabilmente separato le carriere della magistratura inquirente e giudicante.

Allo stato i magistrati devono scegliere in modo definitivo se essere giudicanti o inquirenti e gli è consentito un unico ripensamento entro i primi 10 anni della loro carriera, peraltro cambiando distretto. Di fatto, questa norma ha azzerato i cambi di carriera (l’anno scorso hanno usufruito di questa unica residua possibilità che va intesa a garanzia dei cittadini – perché obbligare a continuare a fare il pm chi ha capito di voler fare il giudice? – meno dell’1% dei magistrati, ovvero solo i più giovani a inizio carriera).

Quello di cui si decide in questo referendum è la separazione della governance della magistratura, con la triplicazione degli organismi di autogoverno, e in particolare del nodo di come ne vengono selezionati i rappresentanti, in cui si passerebbe dal metodo democratico attualmente in vigore, a quello del sorteggio, ovvero del caso.

Si può pensare quello che si vuole su quanto separate debbano essere le carriere dei magistrati (per chi scrive, giusto lo siano, esattamente come lo sono ora) ma spero ci troveremo tutti d’accordo che il metodo democratico è ancora il migliore possibile, o, parafrasando Churchill, il peggiore possibile, fatta eccezione per tutti gli altri, incluso il sorteggio.

Tornando poi al nocciolo della questione, esiste un’enorme questione democratica che attraversa tutto il mondo libero, che riguarda sostanzialmente la tenuta della democrazia liberale sotto attacco precisamente dall’estrema destra alleata della Meloni. E’ vero negli Stati Uniti, dove i golpisti sono al governo e stanno letteralmente archiviando diritto nazionale e internazionale, e con esso l’ordine mondiale uscito dalla seconda guerra mondiale, ma rischia di essere presto vero anche in paesi come il Regno Unito, la Francia e la Germania, dove forze di natura dichiaratamente fascista se non proprio dichiaramente neonazista, propongono ricette populiste e reazionarie e sono oggettivamente alleate di Putin e della sua combriccola autoritaria.

La Meloni null’altro è che il riferimento italiano di questa internazionale autoritaria, che, un pochino alla volta, con sapienti passetti indietro in mezzo a molti passi avanti, sta picconando le libertà individuali (decreti sicurezza e una lunga storia di giustizialismo, da Bibbiano ai giorni nostri), l’assetto costituzionale del 1948 (con questa riforma che lei intende come un modo per mettere in riga la magistratura e con i progetti di riforma elettorale volti a rafforzare il capo del governo a scapito del Parlamento), il diritto internazionale (che “conta solo fino a un certo punto” come dice il suo ministro degli esteri) e anche l’unità europea, con i suoi consueti e sistematici ammicamenti a Trump che annacquano ogni passo verso l’integrazione. Se vincesse il referendum procedera’ rapidamente a fare approvare una riforma elettorale che riduce il potere di scelta degli elettori e poi ci chiamerà tutti al voto per farsi dare un bel mandato a continuare a schierare l’Italia nel campo dell’internazionale nera, pronta a ispirare Farage e Le Pen e a fare contento Trump. Dunque se si vota una riforma della Meloni perché la Schlein sarebbe un po’ troppo di sinistra, probabilmente e’ vero l’opposto. Lo si fa o perche’ si e’ un po’ troppo di destra, o perche’ non si e’ capito quasi nulla del mondo in cui si vive che richiede di fare tutti la propria parte per arginare il ritorno del fascismo su scala globale.

Non è dunque il caso di perdersi in tecnicismi. Il grande dirigente socialista Rino Formica, un garantista a 48 carati, oggi editorialista di Domani ha scritto con grande sintesi quel che c’e’ da pensare e da dire sulla riforma costituzionale e le ragioni del no, meglio di quanto sarei capace di fare io, e dunque vi invito a leggerlo nella sua essenzialità.

“Qui non è in gioco la carriera dei magistrati, né se saranno o no autonomi in uno stato libero e democratico. Nella decadenza democratica, unite o divise, le carriere dei magistrati saranno alle dipendenze di un potere autoritario. Dunque oggi votare contro qualsiasi riforma proposta dalle forze che hanno un’intenzione demolitrice della Carta è un dovere. Non è una bestemmia per il proprio passato di lotta politica dei singoli o delle forze della tradizione laica italiana. È aprire gli occhi: oggi è in atto una tendenza a chiuderli dinanzi a problemi che riguardano noi e i nostri figli. Il momento del risveglio arriva sempre. Bisogna sperare di essersi svegliati in tempo. Il voto di New York ci ha dato una lezione: aver capito per tempo che in gioco non era l’amministrazione ma il futuro democratico degli Stati Uniti. Il no al nostro referendum va spiegato bene . Non perdetevi dietro meticolosità tecnicistiche su una formula più o meno rispondente al diritto ordinario. Il diritto non c’entra. C’entra una questione semplice, ed enorme: c’è il rischio di rendere irrecuperabile il declino democratico. Ci vuole il coraggio di dire no a questo governo. Si vota contro il governo della distruzione democratica; o non si è. Una valanga di no alle riforme fantasma del governo indicherà l’inizio del risveglio nazionale.”

Quindi forza con la campagna per il NO e buon risveglio nazionale a tutti noi insieme al compagno Formica.

Andrea Pisauro

Le ragioni del voto per il NO al referendum di Risorgimento Socialista. di Franco Bartolomei

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Votare No alla separazione delle carriere significa difendere l’equilibrio costituzionale. La riforma Nordio indebolisce la magistratura, riduce i controlli sull’esecutivo e apre a una deriva autoritaria, confermata anche dalle critiche al decreto Sicurezza.

Le ragioni del voto per il NO al referendum

Votare No al referendum sulla separazione delle carriere è ormai una necessità democratica.
Siamo infatti di fronte a una riforma che rappresenta una parte importante del disegno più generale di ristrutturazione tecno-autoritaria dei moderni Stati liberisti a trazione finanziaria, imposto dalle classi dirigenti per tentare di governare le contraddizioni aperte dalla crisi strutturale dei loro sistemi di sviluppo.

La riforma Nordio ha una ratio di natura costituzionale completamente diversa dalle riflessioni socialiste degli anni Ottanta sul riequilibrio necessario, in sede processuale e istruttoria, tra accusa e difesa.

Questa riforma ha ben altri obiettivi, che rientrano nel disegno di trasformazione sostanziale del nostro impianto costituzionale, che, partendo dal ridimensionamento dell’autonomia della magistratura, punta ad addomesticare la stessa Corte costituzionale alle necessità dell’esecutivo.

La riforma ha principalmente, fuori da ogni rappresentazione di comodo, l’obiettivo primario di indebolire la sola vera struttura costituzionale depositaria di un potere di controllo e di verifica di legittimità sull’esercizio di tutta l’azione preventiva e repressiva dello Stato, e sull’esercizio delle funzioni amministrative da parte del potere esecutivo.

Sostenere il Sì significa quindi solo aiutare la svolta autoritaria che il governo vuole imprimere al Paese, colpendo tutti i poteri costituzionali che possono limitare l’azione dell’esecutivo, in ragione dell’invalicabilità dei limiti posti all’azione di governo dal rispetto sostanziale dei principi costituzionali.

Il governo della signora Meloni, dei post-fascisti e dei leghisti ritiene infatti, così come nel disegno di sistema di Trump e del Deep State USA, che gli organi separati dello Stato siano, o debbano essere, gli unici veri garanti dell’esercizio pieno e incondizionato del potere dell’esecutivo, a cominciare dagli apparati di sicurezza, dai servizi informativi e dalle forze dell’ordine, il cui ruolo in un diretto rapporto funzionale con l’esecutivo deve essere svolto marginalizzando tutti i poteri di controllo di legittimità, di direzione, di verifica e di impulso dell’azione penale, costituzionalmente riservati alla magistratura in ragione del principio di separazione dei poteri.

La natura della riforma Nordio non è quindi garantista dei diritti individuali, ma limitativa di poteri di riequilibrio previsti dal sistema e ad esso interni per determinazione costituzionale.

Siamo di fronte a una vera e propria sterilizzazione di un organo costituzionale fondamentale per l’equilibrio dei poteri, animata da una logica superiore di garanzia dell’ordine sociale, che punta ad adeguare l’impianto costituzionale alla logica repressiva già espressa nel decreto Sicurezza.

Per questo oggi votare per il No rappresenta un’autentica necessità democratica e un dovere per chiunque voglia definirsi socialista, per salvaguardare l’impianto costituzionale del nostro sistema Paese.

Questa funzione di garanzia dei diritti costituzionali, individuali e collettivi, svolta dalla magistratura, che la riforma punta a colpire, ha recentemente trovato una conferma importantissima nella valutazione frontalmente critica che l’Ufficio del Massimario della Corte di cassazione ha espresso su tutte le norme penali incostituzionali del decreto Sicurezza, dando un chiaro indirizzo interpretativo in tal senso a tutti i giudici italiani, inquirenti e giudicanti.

Il parere valutativo e interpretativo dell’Ufficio del Massimario, incaricato funzionalmente di analizzare sistematicamente la giurisprudenza di legittimità, presieduto da magistrati di Cassazione e organizzato sulla collaborazione di 37 giudici di carriera penali e civili, sebbene non abbia una natura vincolante, ha comunque una forza di orientamento enorme sull’intero corpo della magistratura, orientandola nettamente su un crinale valutativo assolutamente garantista e anti-repressivo.

Franco Bartolomei, Coordinatore nazionale di “Risorgimento Socialista”

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