Qui non è in gioco la carriera dei magistrati, ma metterli alle dipendenze di un potere autoritario. di Andrea Pisauro

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Il referendum sulla riforma della magistratura proposta dal governo Meloni sembra venire colto da una parte della sinistra moderata come un’occasione per marcare una distanza dalla leadership e dal baricentro della coalizione progressista.

C’è in pratica una vulgata che pare voler dire che con Schlein il PD si è spostato troppo a sinistra e che una sinistra matura, garantista e, si aggiunge, riformista, (quasi che Schlein proponesse di assaltare Palazzo Chigi con trecentomila bolscevichi) dovrebbe cogliere l’occasione di votare a favore della riforma di Meloni in quanto la riforma Nordio sarebbe garantista, e anzi, a dire di alcuni, perfino progressista.

Peccato che nella politica italiana nulla sia mai come sembra, e in questo gioco di specchi si finisce spesso per perdere di vista l’essenziale.

Si dice che la riforma sia sulla separazione delle carriere dei magistrati, ma questo semplicemente non è vero. Una serie di riforme iniziate con quella Vassalli del 1989 per il giusto processo per finire con quella Cartabia del 2021, votata da una larghissima maggioranza in Parlamento, hanno progressivamente e inesorabilmente separato le carriere della magistratura inquirente e giudicante.

Allo stato i magistrati devono scegliere in modo definitivo se essere giudicanti o inquirenti e gli è consentito un unico ripensamento entro i primi 10 anni della loro carriera, peraltro cambiando distretto. Di fatto, questa norma ha azzerato i cambi di carriera (l’anno scorso hanno usufruito di questa unica residua possibilità che va intesa a garanzia dei cittadini – perché obbligare a continuare a fare il pm chi ha capito di voler fare il giudice? – meno dell’1% dei magistrati, ovvero solo i più giovani a inizio carriera).

Quello di cui si decide in questo referendum è la separazione della governance della magistratura, con la triplicazione degli organismi di autogoverno, e in particolare del nodo di come ne vengono selezionati i rappresentanti, in cui si passerebbe dal metodo democratico attualmente in vigore, a quello del sorteggio, ovvero del caso.

Si può pensare quello che si vuole su quanto separate debbano essere le carriere dei magistrati (per chi scrive, giusto lo siano, esattamente come lo sono ora) ma spero ci troveremo tutti d’accordo che il metodo democratico è ancora il migliore possibile, o, parafrasando Churchill, il peggiore possibile, fatta eccezione per tutti gli altri, incluso il sorteggio.

Tornando poi al nocciolo della questione, esiste un’enorme questione democratica che attraversa tutto il mondo libero, che riguarda sostanzialmente la tenuta della democrazia liberale sotto attacco precisamente dall’estrema destra alleata della Meloni. E’ vero negli Stati Uniti, dove i golpisti sono al governo e stanno letteralmente archiviando diritto nazionale e internazionale, e con esso l’ordine mondiale uscito dalla seconda guerra mondiale, ma rischia di essere presto vero anche in paesi come il Regno Unito, la Francia e la Germania, dove forze di natura dichiaratamente fascista se non proprio dichiaramente neonazista, propongono ricette populiste e reazionarie e sono oggettivamente alleate di Putin e della sua combriccola autoritaria.

La Meloni null’altro è che il riferimento italiano di questa internazionale autoritaria, che, un pochino alla volta, con sapienti passetti indietro in mezzo a molti passi avanti, sta picconando le libertà individuali (decreti sicurezza e una lunga storia di giustizialismo, da Bibbiano ai giorni nostri), l’assetto costituzionale del 1948 (con questa riforma che lei intende come un modo per mettere in riga la magistratura e con i progetti di riforma elettorale volti a rafforzare il capo del governo a scapito del Parlamento), il diritto internazionale (che “conta solo fino a un certo punto” come dice il suo ministro degli esteri) e anche l’unità europea, con i suoi consueti e sistematici ammicamenti a Trump che annacquano ogni passo verso l’integrazione. Se vincesse il referendum procedera’ rapidamente a fare approvare una riforma elettorale che riduce il potere di scelta degli elettori e poi ci chiamerà tutti al voto per farsi dare un bel mandato a continuare a schierare l’Italia nel campo dell’internazionale nera, pronta a ispirare Farage e Le Pen e a fare contento Trump. Dunque se si vota una riforma della Meloni perché la Schlein sarebbe un po’ troppo di sinistra, probabilmente e’ vero l’opposto. Lo si fa o perche’ si e’ un po’ troppo di destra, o perche’ non si e’ capito quasi nulla del mondo in cui si vive che richiede di fare tutti la propria parte per arginare il ritorno del fascismo su scala globale.

Non è dunque il caso di perdersi in tecnicismi. Il grande dirigente socialista Rino Formica, un garantista a 48 carati, oggi editorialista di Domani ha scritto con grande sintesi quel che c’e’ da pensare e da dire sulla riforma costituzionale e le ragioni del no, meglio di quanto sarei capace di fare io, e dunque vi invito a leggerlo nella sua essenzialità.

“Qui non è in gioco la carriera dei magistrati, né se saranno o no autonomi in uno stato libero e democratico. Nella decadenza democratica, unite o divise, le carriere dei magistrati saranno alle dipendenze di un potere autoritario. Dunque oggi votare contro qualsiasi riforma proposta dalle forze che hanno un’intenzione demolitrice della Carta è un dovere. Non è una bestemmia per il proprio passato di lotta politica dei singoli o delle forze della tradizione laica italiana. È aprire gli occhi: oggi è in atto una tendenza a chiuderli dinanzi a problemi che riguardano noi e i nostri figli. Il momento del risveglio arriva sempre. Bisogna sperare di essersi svegliati in tempo. Il voto di New York ci ha dato una lezione: aver capito per tempo che in gioco non era l’amministrazione ma il futuro democratico degli Stati Uniti. Il no al nostro referendum va spiegato bene . Non perdetevi dietro meticolosità tecnicistiche su una formula più o meno rispondente al diritto ordinario. Il diritto non c’entra. C’entra una questione semplice, ed enorme: c’è il rischio di rendere irrecuperabile il declino democratico. Ci vuole il coraggio di dire no a questo governo. Si vota contro il governo della distruzione democratica; o non si è. Una valanga di no alle riforme fantasma del governo indicherà l’inizio del risveglio nazionale.”

Quindi forza con la campagna per il NO e buon risveglio nazionale a tutti noi insieme al compagno Formica.

Andrea Pisauro

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